Riflessioni e opinioni

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Le ultime parole di Dio all’umanità prima del Giudizio finale
Quasi più nessuno (e tristemente,
alle volte, neppure coloro che si definiscono cristiani) prende ancora veramente sul serio le parole di Dio
riguardo le realtà degli ultimi tempi. L’ultimo capitolo dell’Apocalisse (e
quindi dell’intera Bibbia: prego il Lettore di leggerlo prima di scorrere
questo articolo) può aiutarci a trovare la giusta misura della nostra
esistenza, e può essere considerato, fra le altre cose, una specie di testamento finale della Parola di Dio,
un documento nel quale vengono solennemente ribaditi alcuni fondamentali
concetti, dalla cui comprensione e applicazione dipende la nostra salvezza
eterna. Il capitolo 22 dell’Apocalisse
ci propone, infatti…
Le ultime parole sulla Parola di
Dio
· È fedele e verace (Apocalisse 22:6) – La Parola divina mantiene ciò che promette e non manca mai il bersaglio. Se una cosa è scritta nel Libro di Dio, è certa. Ogni profezia si realizza, e ciò che è scritto è vero. Dio, a differenza degli uomini e delle loro dottrine, non mente mai. Se vogliamo essere discepoli di Cristo, viviamo «nella speranza della vita eterna, promessa prima di tutte le età da Dio, che non può mentire» (Tito 1:2).
· Non le va tolto né aggiunto alcunché (Apocalisse 22:18-19) – Proprio per quanto sopra affermato, nessuno, secondo questi passi, ha il diritto di modificare in alcun modo la Parola di Dio: «Non aggiungere nulla alle sue parole, perché non ti riprenda e tu sia trovato bugiardo» (Proverbi 30:5). La pena stabilita da Dio nell’Apocalisse ai danni di ogni contraffattore è chiara: «Dio manderà su di lui le piaghe descritte in questo libro … Dio gli toglierà la sua parte dal libro della vita dalla santa città e dalle cose descritte in questo libro».
Le ultime beatitudini
· Beato chi custodisce le profezie (Apocalisse 22:7) – Ogni oracolo di Dio e ogni suo comando vanno custoditi gelosamente, come un sacro deposito. Chi fa questo avrà la concreta possibilità di «afferrare la vita eterna», come scrive l’Apostolo Paolo in 1Timoteo 6:19-20.
· Beato chi osserva i comandi divini (Apocalisse 22:14) – Secondo Dio custodire significa, al tempo stesso, praticare e far fruttificare, come la parabola dei talenti insegna molto bene (Matteo 25:14-30). A chi fa ciò il Signore dirà: «Entra nella gioia del tuo Signore» (Matteo 25:23 – al contrario, per ogni «servo inutile» rimarrà solo «il pianto e lo stridore di denti»: Matteo 25:30).
Le ultime promesse
· Il Signore tornerà presto (Apocalisse 22:7.12.20) – Per tre volte viene ribadito questo concetto, perché tutta l’escatologia ruota attorno a tale profezia e verità: Gesù sta per tornare, e lo farà «per rendere a ciascuno secondo le opere che egli ha fatto» (Apocalisse 22:12). L’umanità, se lo vuole, può anche non tenerne conto o dimenticarsene, ma Gesù tornerà, e tornerà da Giudice universale. «Ancora un brevissimo tempo, e colui che deve venire verrà e non tarderà» (Ebrei 10:37).
· I salvati regneranno nella Gerusalemme celeste (Apocalisse 22:1-5) – I veri discepoli sono già parte del Regno di Cristo su questa terra (Colossesi 1:13-14), e continueranno a regnare con Cristo nei cieli, adorando Dio, vedendolo in faccia, portando il suo nome (espressioni per significare che godranno della piena comunione della Divinità). Sia davvero lode e gloria al Cristo, il quale, se siamo diventati suoi discepoli, «ci ha amati, ci ha lavati dai nostri peccati nel suo sangue, e ci ha fatti re e sacerdoti per Dio e Padre suo» (Apocalisse 1:5-6).
Gli ultimi ammonimenti
· Dio separa il giusto dall’ingiusto (Apocalisse 22:11) – Le decisioni di Dio riguardo al nostro destino eterno sono irrevocabili e dipendono dalle scelte da noi stessi fatte «mentre dimoriamo nel corpo», in questa vita (2Corinzi 5:6.10). Prosegua pure per la sua strada chi è con Dio, e fuori da essa chi ne ha scelta una propria, ma si tenga in debito conto che il Signore viene presto!
· Non ci sarà una seconda possibilità (Apocalisse 22:14-15) – Entrati nelle porte della città celeste, nessuno potrà tirarcene fuori in eterno. Ma se il Signore ci avrà detto: «Fuori!», nessun potrà portarci dentro. O «vita eterna» con Dio, o «indignazione e ira» (Romani 2:7-8), per sempre «lontani dalla faccia del Signore e dalla gloria della sua potenza» (2Tessalonicesi 1:9). A noi la scelta!
L’ultimo invito
· Bevi l’acqua della vita finché sei in tempo! (Apocalisse 22:17) – Gesù ha fatto la sua offerta: «Chi ha sete, venga; e chi vuole, prenda in dono dell’acqua della vita», quell’«acqua viva» di cui parlava alla donna di Samaria, l’acqua spirituale che procede dalla fonte che «zampilla in vita eterna» (Giovanni 4:10.14; cfr. Apocalisse 22:1). Niente di meglio, allora, che terminare con questo realistico ammonimento: «Come scamperemo noi, se trascuriamo una così grande salvezza?» (Ebrei 2:3), ma anche con questa stupenda visione a favore dei salvati: «Voi attingerete con gioia l’acqua dalle fonti della salvezza» (Isaia 12:3), perché «Dio asciugherà ogni lacrima» e perché «non ci sarà più la morte», e l’Onnipotente abiterà con il suo popolo per sempre (Apocalisse 21:3). Non vale la pena di puntare tutta la nostra esistenza su queste parole?
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Le circostanze in cui Gesù comparve dopo la sua risurrezione,
e delle quali ci informa il Nuovo Testamento, sono quelle che
seguono.
Nel giorno stesso della risurrezione (Domenica, primo giorno della
settimana):
· a Maria Maddalena (Marco 16:9; Giovanni 20:1.11-18);
· ad altre donne (cfr. Matteo 28:1; Marco 16:1-2; Luca 23:55-56, 24:1.10.22-23) che si erano recate – probabilmente a scaglioni (almeno due) – al sepolcro (Matteo 28:9; Marco 16:1ss.; Luca 24:1ss.);
· a Pietro (Luca 24:34; cfr. 1Corinzi 15:5);
· a due discepoli (Cleopa e un altro imprecisato) sulla via di Emmaus (Marco 16:12; Luca 24:13ss.);
· agli Apostoli (senza Tommaso) e ad altri discepoli con loro a Gerusalemme (Marco 16:14; Luca 24:36-48; Giovanni 20:19-25; 1Corinzi 15:5).
La Domenica successiva:
· agli Apostoli (Tommaso compreso) e ad altri discepoli, a Gerusalemme (Giovanni 20:26-29).
Dopo la seconda Domenica dalla risurrezione:
· a cinque Apostoli e altri due discepoli presso il lago di Tiberiade, in Galilea (Giovanni 21:1ss.).
Ancora, nell’arco dei quaranta giorni (cfr. Atti degli Apostoli 1:3):
· a più di cinquecento discepoli in una sola volta, quasi certamente in Galilea (1Corinzi 15:6);
· agli Apostoli in Galilea (Matteo 28:16-20; Marco 16:15-18).
· a Giacomo il Minore, fratello di Gesù (1Corinzi 15:7);
· agli Apostoli a Gerusalemme (Luca 24:49; Atti degli Apostoli 1:1-5; 1Corinzi 15:7);
·
agli
Apostoli presso Betania, sul monte dell’Uliveto, nella settimana precedente la
Pentecoste (sette settimane dopo la Pasqua), in occasione dell’ascensione
(Marco 16:19; Luca 24:50-51; Atti degli Apostoli 1:6-12).
Inoltre,
nel corso I secolo, Gesù è apparso in visione a:
·
Stefano
(Atti degli Apostoli 7:55-56), verso il 33-34 d.C.;
·
Paolo
(Atti degli Apostoli 9:3-6 e passi paralleli nei capitoli 22 e 26, 18:9,
22:17-21, 23:11), in anni dal 36 al 58 d.C.;
·
Giovanni
(Apocalisse 1:10ss.), verso la fine del secolo.
Conseguenze pratiche
· 1Corinzi 15:13ss. – Se Cristo non è risorto, nessuno risusciterà e nessuno ha speranza di vita dopo la morte; ma Cristo è risuscitato come primizia, anticipazione della Risurrezione di tutti.
· Romani 10:8-11 – Il Vangelo sa generare la fede incrollabile nella Risurrezione, fede che il discepolo di Gesù dichiara apertamente, pubblicamente, perché ne ha la piena incertezza interiore; e questo lo salva, lo redime, lo giustifica davanti a Dio.
· Romani 6:3ss. – Chi si battezza con fede consapevole in Cristo per il perdono dei peccati diviene una sola cosa con lui, con la sua morte e la sua risurrezione, crocifigge il proprio vecchio uomo e rinasce come uomo nuovo, con un orientamento celeste, un fedele servizio a Dio nella sua giustizia e verità per ottenere «la vita eterna in Cristo Gesù, nostro Signore» (v. 23).
Nessuno sa quando tornerà il Signore (Matteo 24:44.50, 25:13;
1Tessalonicesi 5:2; 2Pietro 3:10), però…
È certo che lo farà
·
Si tratta infatti di una promessa precisa (Atti degli
Apostoli 1:9-11; 1Corinzi 15; 1Tessalonicesi 4:16; 2Pietro 3:4).
Sappiamo che cosa succederà in
quel momento
· Sarà l’ultimo giorno, la fine di questo sistema di cose (Giovanni 6:39, 11:24; 1Corinzi 1:7-8, 15:24).
· Non ci sarà più tempo per prepararsi (Matteo 25:1-13; cfr. Ebrei 9:27).
· Tutto ciò che conosciamo adesso sarà distrutto (2Pietro 3:10.12).
· Seguirà una realtà completamente nuova (2Pietro 3:13; Apocalisse 21-22).
· I morti risusciteranno: prima quelli che sono morti in Cristo e poi gli altri (Atti degli Apostoli 24:14-16; 1Corinzi 15:23-24; 1Tessalonicesi 4:16).
· I veri discepoli trovati ancora viventi sulla terra raggiungeranno il Signore nei cieli (1Tessalonicesi 4:17; cfr. 1Corinzi 15:52).
· Ci sarà il Giudizio Universale, ossia per i giusti come per gli ingiusti (Matteo 25:31-46; Giovanni 5:28-29; Romani 14:10-12; 2Pietro 3:7).
· Il Giudizio si baserà sull’aderenza o meno alla Parola di Dio (Giovanni 12:48; 2Corinzi 5:9-10; Apocalisse 20:12-13)
· Il Signore separerà gli uni dagli altri in modo irrevocabile (Matteo 25:32-33; Luca 16:23-26; Apocalisse 20:15)
· La morte sarà distrutta (1Corinzi 15:26.54).
· Seguiranno la felicità eterna, nel luogo preparato dal Signore per i suoi discepoli (Giovanni 14:2), oppure le pene eterne per gli altri (Matteo 13:43, 25:46; cfr. Marco 9:43-44; Apocalisse 20:10, 22:5).
· Gesù sottoporrà a sé tutti i suoi nemici, consegnerà il Regno nelle mani del Padre e a lui si sottoporrà (1Corinzi 15:24-28).
· Dio sarà tutto in tutti (s’intende tutti i salvati – 1Corinzi 15:28).
Conseguenze pratiche
· Ebrei 4:11, 10:30-31 – Bisogna darsi da fare per entrare nel riposo eterno, rispettando e temendo il Giudizio di Dio, sapendo che è cosa spaventosa cadere impreparati nelle sue mani.
· 2Pietro 3:11-18 – Dato che questo mondo sarà annientato, non dobbiamo attaccarci ad esso e dobbiamo condurre una vita santa per essere trovati irreprensibili e desiderare la venuta del Signore, crescendo nella sua grazia e conoscenza, predisposti al suo arrivo.
· 1Giovanni 3:3 – Chi spera nel ritorno di Gesù, infatti, si purifica prendendolo come modello.
· È fondamentale fare parte della vera Chiesa di Cristo, che dalla Sacra Scrittura viene definita la sposa del Signore, una sposa che assieme allo Spirito Santo invoca la seconda venuta del Messia (Apocalisse 22:17) per presentarsi a lui come una «casta vergine» (2Corinzi 11:2) e godere d’una felice unione eterna.
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In questi ultimi anni, in seguito a procedimenti penali a carico di appartenenti a sette sataniche, s’è parlato diffusamente del fenomeno del satanismo, riguardo al quale indagini di vario genere attestano una preoccupante diffusione e crescita in ogni strato sociale e in molte zone del nostro e di altri Paesi.
Prima di entrare nel vivo di questo breve articolo, vogliamo subito sgombrare il campo da possibili fraintendimenti. Non è assolutamente mia intenzione sminuire l’enorme gravità morale degli episodi in questione, che sono allucinanti, atroci e più che allarmanti segnali relativi alla condizione di una parte non indifferente del consorzio civile. È più che evidente che questo tipo di è immensamente più grave, a livello sociale e morale, delle abitudinarie colpe di cui ogni persona equilibrata si macchia quotidianamente, spesso senza neppure accorgersene. Eppure, se desideriamo davvero essere discepoli di Cristo, dobbiamo fare alcune osservazioni dal punto di vista spirituale e biblico, abituandoci ad assumere anche un’altra prospettiva. Quando si sente parlare delle sette sataniche, si ha l’ovvia percezione che la gente normale la pensi in questo modo: chi ne fa parte, sta con Satana, gli altri, credenti o meno che siano, no. Ma è proprio così? Ragioniamo con la Sacra Scrittura. Gesù ha detto:
"Chi non è con me, è contro di me" (Matteo 12:30),
e l’intero il N.T. ci spiega che essere con lui significa avere fatto una scelta precisa, radicale, basata sulla verità del Vangelo e sull’obbedienza alla Parola. Se non sono con lui sono contro di lui. Ma se sono contro di lui, con chi sono? Si noti che il detto di Gesù sopra riportato è situato, nel Vangelo di Matteo, subito dopo una breve parabola nella quale il Maestro parla di sé in opposizione a Satana (descritto come l’"uomo forte", il capo dei demòni, al quale solo Gesù, che ha lo Spirito di Dio, toglie il potere). Se non sono schierato apertamente, totalmente e biblicamente con Gesù, sono – che mi piaccia o meno, che io lo sappia o meno – con Satana. Coerentemente con tutto ciò, quando Gesù conferì all’Apostolo Paolo l’incarico di predicare il Vangelo agli uomini di tutte le nazioni, gli disse che lo inviava "per aprire loro gli occhi", affinché si convertissero
"dalle tenebre alla luce e dal potere di Satana a Dio" (Atti degli Apostoli 26:18).
A chi predicò il Vangelo, Paolo? Ad aderenti a sette sataniche? No, nel Nuovo Testamento lo vediamo predicare ai giudei nelle sinagoghe, ai pagani per le vie delle loro città o nelle loro case, nei loro templi, nei loro luoghi pubblici: si trattava per lo più di gente comune, uomini e donne, operai, commercianti, casalinghe, soldati, impiegati statali padri di normali famiglie, con vite normali, a volte atei o agnostici, ma molto più spesso credenti sinceri e praticanti di qualche tipo di religione… eppure, avevano bisogno di uscire dal potere di Satana per trovare l’unico e vero Dio! Scrivendo ai fratelli di Efeso, poi, Paolo ricordò loro come, prima di conoscere e accettare Cristo, essi fossero "morti" nelle loro colpe e nei loro peccati, avendo il più delle volte inconsapevolmente seguito "l’andazzo di questo mondo … il principe della potestà dell’aria, di quello spirito [chiaro riferimento a Satana] che opera oggi negli uomini ribelli. Nel numero dei quali anche noi tutti vivevamo un tempo, secondo i desideri della nostra carne, ubbidendo alle voglie della carne e dei nostri pensieri; ed eravamo per natura figli d’ira, come gli altri. Ma Dio, che è ricco in misericordia, per il grande amore con cui ci ha amati, anche quando eravamo morti nei peccati, ci ha vivificati con Cristo…" (Efesini 2:1-5). Non è facile capire e far capire alla gente normale che v’è una forma di ribellione, un genere di peccati e un tipo di morte che non hanno a che fare con riti satanici, croci rovesciate, abiti neri, lugubri tuguri attrezzati per sgozzare animali (o addirittura uomini), allucinogeni, invocazioni bestiali al principe delle tenebre, perversioni d’ogni genere e via dicendo. Scrivendo a suoi fratelli in Cristo, l’Apostolo Giovanni disse:
"Noi sappiamo che siamo da Dio, e che tutto il mondo giace sotto il potere del maligno" (1Giovanni 5:19; leggi anche Giacomo 4:4).
Satana, al di là degli aspetti più appariscenti (e – lo ripetiamo – non paragonabili agli aspetti normali della vita da un punto di vista strettamente umano e sociale), ha in realtà una sola, grande setta: è questo mondo, il quale, in svariati modi (l’indifferenza religiosa, l’idolatria, le tradizioni umane, la presunzione e la testardaggine di chi non si vuole convertire, l’incredulità rispetto al Vangelo, una morale non sempre aberrante, ma non per questo vicina a quella di Dio, il materialismo e così via), è lanciato in una pazza corsa in una direzione opposta a quella del Signore, e lo fa anche trascinando con sé tantissima gente perbene, tante religioni, tanti peccatori (tutti lo siamo!) che, solo per il fatto di non aver aderito al satanismo come le cronache lo intendono, s’illudono di non essere preda del maligno. L’Anticristo sa usare ogni mezzo: la sua azione è davvero "efficace" (come si esprime Paolo in 2Tessalonicesi 1:9), perché adotta "ogni tipo di inganno e d’iniquità a danno di quelli che periscono perché non hanno aperto il cuore all’amore della verità per essere salvati" (2Tessalonicesi 1:10). Per fare parte della setta di Satana è sufficiente rimanere senza Cristo e senza la sua Chiesa, basta non aprire il cuore al Vangelo, basta non amare con tutte le proprie forze la verità della Scrittura, basta non approfittare del sacrificio della croce di Gesù, non convertirsi a lui:
"Chi crede nel Figlio [di Dio] ha la vita eterna, chi invece rifiuta di credere non vedrà la vita, ma l’ira di Dio rimane su di lui" (Giovanni 3:36).
Abbiamo appena letto: rimane. Come dicono anche i passi della lettera di Paolo agli Efesini già citati, l’ira di Dio che segue ai nostri peccati è già su di noi, su tutti gli uomini: ecco perché Gesù è venuto non "per giudicare il mondo", ma "perché il mondo sia salvato" grazie a lui (Giovanni 3:17). Il mondo s’è già giudicato (ossia condannato) da sé, e quello che Gesù può fare è solo salvarlo. Si dice il mondo, ossia tutti, e tutti Gesù vuole salvare (si veda anche 1Timoteo 2:5). Solo la croce di Cristo sconfigge "il principe di questo mondo", "il dio di questo secolo": Satana (Giovanni 12:30; 2Corinzi 4:4). Ma se la Buona Notizia dell’amore di Dio non viene portata, o se il cuore delle persone non si apre, e se ci continua ad illudere di poter essere a posto davanti alla Maestà di Dio solo perché non si è degli spaventosi criminali… l’ira rimane, il Vangelo non può agire. E il demonio aumenta il numero dei suoi adepti. E la domanda di Gesù risuona inquietante nelle nostre menti: quando egli tornerà, troverà ancora qualcuno con la vera fede in lui, sulla terra (leggere Luca 18:8)? Oppure la setta di Satana avrà conquistato tutto e tutti? Sta a noi fare in modo che ciò non avvenga, rispondendo con umiltà e contrizione all’appello di Dio. Ricordiamo infine, per chiudere, le seguenti affermazioni di Gesù:
"Io sono venuto come luce per il mondo, affinché chiunque crede in me non resti nelle tenebre. E se uno ode le mie parole e non crede, io non lo giudico; perché io non sono venuto a giudicare il mondo, ma a salvare il mondo. Chi mi respinge e non accoglie le mie parole, ha chi lo giudica; la parola che ho annunziata sarà quella che lo giudicherà nell’ultimo giorno" (Giovanni 12:46-48).
La storia di Zaccheo: incontrare Gesù nel ravvedimento
Prendo spunto da un bellissimo brano del Vangelo di Luca per presentare alcune riflessioni e cercare di attualizzare un contesto biblico che ci può insegnare molte cose su come incontrare realmente Gesù nella nostra vita.
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Luca 19:1-10 |
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1.Poi
Gesù, entrato in Gerico, l'attraversava; |
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2.
ed ecco un uomo, chiamato Zaccheo, il quale era il capo dei pubblicani ed era
ricco. |
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3.
Egli cercava di vedere chi fosse Gesù, ma non poteva a motivo della folla,
perché era piccolo di statura. |
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4.
Allora corse avanti e salì su un sicomoro per vederlo, perché egli doveva
passare di là. |
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5.
E, quando Gesù arrivò in quel luogo, alzò gli occhi, lo vide e disse:
"Zaccheo, scendi giù subito, perché oggi devo fermarmi in casa
tua". |
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6.
Ed egli scese in fretta e lo ricevette con gioia. |
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7.
Vedendo ciò, tutti mormoravano, dicendo: "Egli è andato ad alloggiare in
casa di un uomo peccatore". |
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8.
Ma Zaccheo si alzò e disse al Signore: "Signore, io do la metà dei miei
beni ai poveri e, se ho defraudato qualcuno di qualcosa. Gli restituirò quattro
volte tanto". |
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9.
E Gesù gli disse: "Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché
anche costui è figlio di Abrahamo. |
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10.
Perché il Figlio dell'uomo è venuto a cercare e a salvare ciò che era
perduto". |
1. Gesù percorre le strade del mondo.
Se un tempo Gesù attraversava le strade d'Israele fisicamente (Luca 19:1), ora percorre quelle di tutto il mondo tramite l'annuncio del Vangelo, che è compito dei discepoli annunciare (Matteo 28:18-20). E la Bibbia, nonostante tutto il Male in cui è immerso questo nostro pianeta, è pur sempre fra i libri più diffusi. Pur in mezzo alle più orgogliose e sballate vie umane, a tante false religioni e confessioni pseudocristiane (foriere di una tragica e disorientante confusione), all'immoralità, al neopaganesimo, al materialismo sempre più dilaganti, la Parola di Dio - come scrisse l'Apostolo Pietro - è "incorruttibile", è "vivente", "dura in eterno" (1Pietro 1:23). "Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno", ha garantito Gesù (Matteo 24:35). Il mondo, che lo voglia o meno, è tuttora solcato dal Verbo divino.
2. Se si vuole davvero incontrare Gesù, si sa
come fare.
Zaccheo sa per dove deve passare Gesù (Luca 19:4), e ancora oggi, se qualcuno vuole sul serio incontrare il Signore (incontrare lui, non le imitazioni e i camuffamenti del mondo), sa - o è facilmente in grado di capire - dove deve appostarsi per vederlo: davanti alle Sacre Scritture, affidandosi alla Parola scritta che Dio ha voluto lasciarci, quale patrimonio inalterabile di fede, una volta per tutte (cfr. la lettera di Giuda - Giuda fratello di Gesù - al v. 3 del suo unico capitolo). Il primo annuncio è umano (qualcuno esorta a considerare il Vangelo, ovviamente nel contesto di tutta la Bibbia), ma la persona che veramente è destinata a credere secondo Verità è solo quella che trova il contatto diretto, personale, sentito e profondo con la voce del Signore.
3. Zaccheo cercò di conoscere Gesù.
Non basta sapere cosa fare: bisogna anche avere la ferma volontà di agire. Zaccheo s'è messo in testa di vedere chi veramente fosse il Signore (Luca 19:3), e questo racconto, al pari di altre parti della Scrittura, conferma il detto di Gesù: "Cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto" (Luca 11:9). "Io ho cercato l'Eterno, ed egli mi ha risposto", recita il Salmo 34:4. Lo scopo della nostra vita è la ricerca di Dio (Atti degli Apostoli 17:27), e non intraprendere questa ricerca è un grave peccato, che ci tiene drammaticamente lontani dalla vita eterna (cfr. 2Tessalonicesi 1:7-10). Se non cerchiamo affatto il Signore, o se diciamo di cercarlo ma non lo facciamo nel luogo in cui lo si può trovare né col giusto spirito, non lamentiamoci se non lo troviamo.
4. Zaccheo era piccolo e peccatore.
Zaccheo è piccolino e, nella sua bassa statura, mi piace vedere - metaforicamente - la piccolezza di ciascuno di noi: quanto siamo tutti meschini, fragili, ignoranti di Dio, e quanto siamo tutto sommato insignificanti finché non l'abbiamo trovato! "Sono piccolo e disprezzato, ma non dimentico i tuoi comandamenti": così pregava, rivolto all'Eterno, il Salmista (Salmo 119:141), e così dobbiamo fare tutti, cercando Dio nonostante la nostra piccolezza e il nostro misero essere. Questa vita è infatti come "un vapore che appare per un po' di tempo, e poi svanisce" (Giacomo 4:14); ma, soprattutto, siamo tutti schiacciati dal peccato e "privi della gloria di Dio", finché non troviamo "la redenzione che è in Cristo Gesù" (Romani 3:9.23-24).
5. La folla è un impedimento.
Fra Gesù e Barabba, la folla scelse di salvare il criminale e, di fronte ai tentativi di Pilato, a più riprese, e con intensità crescente, gridò rispetto a Gesù: "Sia crocifisso!" (Matteo 27:15-24). Il Vangelo evidenzia che "tutti" alzarono la voce in tal senso (Matteo 27:22) e si assunsero la tragica responsabilità di quell'insana decisione (Matteo 27:25). Non fidiamoci mai della voce della folla, della maggioranza, specialmente in religione. L'uomo, quando è folla, è volubile (non aveva pochi giorni prima, la folla, accolto entusiasticamente Gesù a Gerusalemme?! - Matteo 21:8-11); la massa è infatti incoerente, superficiale, soggetta a emozioni, passioni e pressioni capaci di stravolgere anche l'animo degli individui che poi tanto scellerati non sarebbero. La folla cattura, trasporta e trascina con sé, spesso snaturando e in mille modi sempre condizionando le proprie più o meno coscienti vittime. Al termine di uno dei suoi più profondi e significativi discorsi di Gesù, la gran parte di quelli che fino a quel punto l'avevano seguito si tirò indietro, e il Maestro rimase col suo "piccolo gregge" (Giovanni 6:66-68; Luca 12:32), perché Gesù è sì venuto per offrire la salvezza a tutti, popoli e nazioni, ma dalla sua "porta stretta" (Matteo 7:13) si entra uno per volta.
6. Zaccheo dovette fare uno sforzo.
Dobbiamo allora arrampicarci - spiritualmente parlando - su qualche sicomoro per vedere quel Gesù che (compresso e in buona parte celato da una miriade di persone, istituzioni, teologie, tradizioni e filosofie che da ogni parte lo assalgono e se accaparrano l'immagine distorcendola e strumentalizzandola) rischiamo altrimenti di non conoscere mai personalmente. Per salire sul sicomoro di turno ci è richiesto uno sforzo: "Sforzatevi di entrare la porta stretta", diceva il Signore, precisando che molti, pur cercando di farlo (ma a modo loro, cioè tentando di rimanere ancorati a qualche folla, e ai propri peccati, ai propri interessi, alle proprie idee precostituite) non vi riusciranno (Luca 13:24). Innalzarsi significa iniziare a vedere le cose in modo diverso, da un'altra prospettiva, rinunciando agli orizzonti più abituali, con tutto ciò che ne può conseguire. Per nessuno è facile prendersi le proprie responsabilità spirituali e morali, rinunciare ai propri vizi, alle proprie sicurezze umane, alle proprie idee quando esse non combaciano con quelle del Signore. Ma proprio questo è il ravvedimento secondo il N.T.: metánoia, ossia - secondo il significato del termine greco usato in passi quali Luca 3:8, Atti degli Apostoli 11:18, 20:21 e via dicendo - un cambiamento di mente, un rivolgimento completo del nostro modo di essere e di porsi nei confronti di Dio, di noi stessi e del prossimo. E a chi riesce tanto facilmente tutto questo?
7. Gesù sa chi davvero lo cerca, e lo aiuta.
La folla si manifesta uniforme, è difficile cogliere distinzioni sostanziali con un sguardo d'insieme. Eppure, anche nel mezzo di una marea umana, il Signore individua perfettamente, in un dato momento, chi lo sta genuinamente cercando. Gesù sa distinguere: fra molti contatti, può essere che ce ne sia uno solo che conta, che cerca realmente guarigione, salvezza. La maggior parte della gente s'accalca per curiosità, senza effettive esigenze di redenzione, o con un approccio personale che mira più a trovare ciò che vuole ottenere piuttosto che ciò che il Figlio di Dio ha da offrire. Il Signore alza gli occhi, gli si rivolge personalmente e si auto-invita a casa sua. Fra tanti - e Gesù lo sapeva - l'unico che in quel momento è pronto al ravvedimento è lui, proprio lui, il piccolo e tanto disprezzato (come diremo oltre) Zaccheo.
8. Zaccheo colse l'attimo.
Zaccheo non si fa pregare, e scende "in fretta" dal sicomoro (Luca 19:6). Molte motivazioni possono spingerlo a non accettare l'incontro (ciò a cui avrebbe dovuto rinunciare, i cambiamenti che avrebbe dovuto fare, la vergogna, l'umiliazione, l'ostilità delle persone, l'incertezza di un futuro da vivere in modo radicalmente diverso e così via), ma il nostro piccolo eroe è determinato, e non vuole perdere l'occasione. Quante persone ho conosciuto, da quando sono cristiano, che si sono avvicinate molto a Gesù, forse l'hanno toccato, ma poi non hanno accettato l'invito, si sono tirate indietro, hanno esitato perdendo quel treno che può anche non passare più, o che forse non ci troverà così pronti e vicini per prenderlo al volo la prossima volta: "Ecco ora il tempo accettevole, ecco ora il giorno della salvezza", scriveva Paolo (2Corinzi 6:2). Se sei pronto dentro, se sei ravveduto, se hai deciso che la tua vita deve avere una svolta in Gesù Figlio di Dio... non aspettare troppo! Rischieresti di fare la fine del re Agrippa, che dichiarandosi quasi pronto a diventare cristiano, rimase così com'era (Atti degli Apostoli 26:28).
9. Zaccheo conobbe la gioia dello spirito.
Nel mondo facilmente si esulta per tante cose, alcune buone, altre molto meno, ma comunque tutte passeggere, parziali, caduche. Nessuno può rallegrarsi tanto quanto un discepolo di Gesù: "Rallegratevi del continuo nel Signore; lo ripeto ancora: Rallegratevi" - scriveva Paolo -, il quale, nonostante tutti i tormenti e le difficoltà della sua missione, ben sapeva come la pace di Dio, "che sopravanza ogni conoscenza", sa custodire i nostri cuori e le nostre menti in Cristo Gesù (Filippesi 4:4.7). Zaccheo, nel giorno iniziale della sua nuova vita, riceve "con gioia" Gesù (Luca 19:6), una gioia che non aveva mai sperimentato prima. Ricordiamoci di quei cristiani che accettarono "con gioia" di essere spogliati dei loro beni, sapendo di avere "beni migliori e permanenti nei cieli" (Ebrei 10:34). Rinunceremmo ai nostri beni materiali per la fede in Cristo? E, se lo facessimo, riusciremmo a provare gioia per questo, guardando alla ricompensa celeste?
10. La gente mormorava...
Proprio presso di lui, Zaccheo, capo degli odiati pubblicani (Ebrei considerati traditori, esosi e solitamente disonesti esattori delle pesanti imposte per conto degli invasori Romani, soliti ad arricchirsi con usurpazioni e furti più o meno legalizzati)... proprio da lui, fra tutti, deve andare ad alloggiare il Rabbi di Galilea?! Già in Luca 15:2 si dice che i farisei e gli scribi, vedendo che pubblicani e peccatori si accostavano a Gesù per udire la sua predicazione, "mormoravano, dicendo: "Costui [Gesù] accoglie i peccatori e mangia con loro"". Ma Gesù (narrando le parabole della pecora e delle monete smarrite, e quella del figlio prodigo - Luca 15:3ss.) aveva già risposto all'accusa dichiarandosi prontissimo a fare qualunque cosa anche per una sola anima perduta, e soprattutto per le più perdute fra tutte. Non di rado, di fronte a un vero convertito, molti (amici, parenti, colleghi, conoscenti), commentano mormorando, domandandosi come sia possibile che proprio quella persona possa aver fatto una scelta simile, o perché proprio la sua dovrebbe essere quella giusta, o perché Dio dovrebbe accogliere proprio lui, e via dicendo.
11. ... ma Zaccheo si era ravveduto sul
serio...
La gente vorrebbe che noi restassimo come siamo, ossia come gli altri, come loro. Chi accoglie veramente Gesù, però, si preoccupa di una sola cosa: essere come lui vuole che siamo. Riconosciamo un ravveduto anche da quella che è la sua principale preoccupazione: piacere a Dio prima che agli uomini (cfr. Atti degli Apostoli 4:19, 5:29). Se si riesce a fare entrambe le cose, tanto meglio, ma ciò accade di rado. Infatti, Paolo scriveva: "Se cercassi ancora di piacere agli uomini, non sarei servo di Cristo" (Galati 1:10). Questo non toglie che chi si ravvede deve e vuole mettere a posto i propri conti con Dio, con se stesso e, quando possibile, col prossimo. Zaccheo s'è arricchito disonestamente? Ebbene, la sua decisione è pronta e schietta: "Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri e, se ho defraudato qualcuno di qualcosa, gli restituirò quattro volte tanto" (Luca 19:8; cfr. Esodo 22:1). Chi è veramente pentito sa già, di regola, ciò che deve fare, mentre molti dicono di esserlo, ma neppure di fronte alla più netta evidenza delle Scritture porranno rimedio al proprio peccato.
12. ... ed era divenuto destinatario e fonte
di salvezza.
La redenzione entra nella casa del piccolo e detestato pubblicano, che s'inserisce nel piano di redenzione preparato da Dio a partire da Abramo (Luca 19:9; cfr. Galati 3:27-29) e, così facendo, offre tanto per cominciare un'opportunità analoga anche alla sua famiglia, ai suoi servi, a tutti quelli che vivevano con lui e che, da questo giorno, vede un genere di vita ben diverso rispetto a prima. Ponendo in salvo noi stessi, "fiumi d'acqua viva" (Giovanni 7:38) possono sgorgare dal nostro esempio, dalle nostre parole, dalla nostra concreta speranza. Un vero ravveduto è anche, sempre, un vero testimone della fede che lo sospinge, un piccolo-grande monumento vivente del Vangelo, "tempio dello Spirito Santo", pronto a glorificare Dio nel corpo e nello spirito (1Corinzi 6:19-20). Invitando il giovane predicatore Timoteo a progredire nella fede, a dedicarsi come conviene all'opera di Dio e alla cura della propria anima, Paolo scriveva: "... perché, facendo così, salverai te stesso e coloro che ti ascoltano" (1Timoteo 4:15-16).
Conclusioni
"Perché il Figlio dell'uomo è venuto a cercare e a salvare ciò che
era perduto" (Luca 19:10). Questa è la morale della storia: siamo
perduti, e solo una vera ricerca del Signore, un vero benvenuto alla sua visita
e un radicale mutamento dei nostri empi costumi - costi quel che costi - ci può
portare nell'ovile di Dio. Rivolgendosi agli induriti cuori dei cristiani della
comunità di Laodicea, e dopo averli invitati a ravvedersi, Gesù disse: "Ecco,
io sto alla porta e busso: se qualcuno ode la mia voce ed apre la porta, io
entrerò da lui, e cenerò con lui ed egli con me. A chi vince concederò di
sedere con me sul mio trono..." (Apocalisse 3:19-21). VM
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L'importanza della vera Chiesa
"Ti scrivo queste cose nella speranza di venire presto da te, affinché, se dovessi tardare, tu sappia come bisogna comportarsi nella casa di Dio, che è la chiesa del Dio vivente, colonna e sostegno della verità" (1Timoteo 3:14-15). L'apostolo Paolo, nel dare istruzioni al giovane evangelista Timoteo, ha lasciato in eredità alcuni principi basilari del Regno di Dio, principi che possiamo connettere ad altre parti della Scrittura.
La Chiesa è la casa di Dio
Dio è Padre, e i Suoi figlioli vivono nella Sua casa. Coloro che diventano cristiani sono aggiunti dal Signore alla comunità dei credenti, al di fuori della quale non potranno sperare di conservare la salvezza donata col battesimo (Atti degli Apostoli 2:47). Certo, chi salva non è la Chiesa in sé, ma Cristo; Cristo, però, pone i salvati nella Chiesa, indicandola come il Suo corpo spirituale (Efesini 1:22.23), cioè la Sua insostituibile propaggine su questa terra: Gesù è infatti "capo della Chiesa" e "Salvatore del corpo" (Efesini 5:23); Egli è lo Sposo e la Chiesa è Sua sposa (Apocalisse 19:7, 22:17). Il tempio di Gerusalemme e il popolo d'Israele erano considerati casa di Dio nell'Antico Patto (cfr. Giovanni 2:16-17; Ebrei 3:2-6); dal compimento dell'opera di Cristo in poi, tutti coloro che si accostano ubbidientemente al Vangelo sono "edificati per essere una casa spirituale, un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali, graditi a Dio per mezzo di Gesù Cristo" (1Pietro 2:5), e fanno dunque parte del nuovo "tempio del Dio vivente" (2Corinzi 6:16).
Dio è il Dio vivente
Idoli e falsi dei non sono in grado di fare né del bene né del male, sono "un nulla", la loro opera è "niente" (Isaia 41:23-24), anche se una buona parte dell'umanità si prostra in vari modi ai loro piedi; ma il "Dio vivente e vero", quello per il quale si abbandona ogni idolo (1Tessalonicesi 1:9), può salvare o dannare, benedire o mandare in perdizione, dare la vita eterna o destinarci al tormento: il Dio vivente è "il Salvatore di tutti gli uomini" (2Timoteo 4:10), perché vuole condurre tutti alla vita eterna, ma è "spaventevole cadere" nelle Sue mani quando si è peccatori impenitenti o discepoli fasulli (Ebrei 10:31): quest'ultimo passo fa parte di un contesto nel quale si rimproveravano alcuni cristiani che avevano preso l'abitudine di trascurare le riunioni della congregazione di cui facevano parte e che - di fatto - stimavano "profano il sangue del patto", il sacrificio che Cristo ha fatto per la Sua Chiesa (Ebrei 10:25.29), la quale "egli ha acquistata col proprio sangue" (Atti degli Apostoli 20:28).
Ogni casa ha le sue regole
Gesù stesso - sul fondamento della propria messianicità e divinità - promise di edificare la Chiesa, garantendo che le forze del Male non potranno mai prevalere sulla casa di Dio finché essa è tale (Matteo 16:16-18); diciamo finché essa è tale perché una comunità di cristiani conosce il rischio di non farsi più guidare esclusivamente dal Capo (Cristo), inclinandosi scelleratamente verso il disordine, la superficialità, l'ottusità, la superbia, la ribellione. Nel libro dell'Apocalisse (capitoli 2-3) Gesù in persona si rivolge a sette comunità del tempo, invitandole amorevolmente - ma anche severamente - alla fedeltà, pena la rimozione del candelabro dalle stesse, ossia la loro esclusione dal rango delle vere assemblee di Cristo. Il Signore aggiunge i convertiti alla Sua Chiesa, ma in essa bisogna sapersi comportare, seguendo le regole della casa senza introdurne di proprie. Se nel corso dei secoli sono nate tante chiese che si dicono cristiane, ognuna con credi, teologie, organizzazioni, tradizioni e pratiche diverse, ciò è derivato dalla insana tendenza degli uomini a comportarsi in modo difforme da quello stabilito nel Nuovo Testamento, a credere e fare cose alternative, a storpiare insegnamenti basilari del Signore e degli Apostoli, oltre che a dimenticarsene altri.
Il luogo della verità
La Chiesa è "colonna e sostegno della verità": significa forse che essa può legiferare a proprio piacimento, ritenersi una specie di canale permanente di nuove rivelazioni divine, farsi - in poche parole - creatrice di verità? Certamente no! Se il discepolo è un fedele esecutore di insegnamenti e ordini ricevuti, lo stesso vale per la Chiesa (che è l'insieme dei discepoli). "Ritieni il modello delle sane parole che hai udito da me nella fede e nell'amore, che sono in Cristo Gesù. Custodisci il buon deposito che ti è stato affidato mediante lo Spirito Santo che abita in noi", scriveva ancora Paolo a Timoteo (2Timoteo 1:13-14). I discepoli sono custodi del patrimonio di Verità dispensato mediante l'opera dello Spirito Santo, che ha guidato apostoli e profeti nella stesura della "fede che è stata trasmessa una volta per sempre ai santi [ossia ai cristiani]" (Giuda v. 3). Lo Spirito divino abita nei cristiani e nella Chiesa nella misura in cui essi accettano, preservano e vivono la verità biblica, consci del fatto che i latori della Parola sono stati condotti dallo Spirito "in ogni verità" (Giovanni 16:13). Questo è il motivo per cui la Scrittura dice che Gesù è la "pietra angolare" dell'edificio-Chiesa e che "apostoli e profeti" ne sono il "fondamento" (Efesini 2:20). La Chiesa è colonna e sostegno della verità perché possiede la rivelazione divina consegnatale una volta per sempre, e perché la difende, la pratica, la propaga.
Un solo esempio di deviazione dalla linea biblica, fra i tanti possibili, tratto dalla prima lettera a Timoteo: fra le cose che Timoteo doveva insegnare presso la Chiesa in cui si trovava (quella in Efeso), v'era l'elenco dei requisiti richiesti da Dio per poter ambire all'ufficio di vescovo; fra questi requisiti, è presente quello di essere sposati, avere una famiglia e dimostrare in essa di essere buoni conduttori (1Timoteo 3:2-5); con quale autorità la Chiesa cattolica ha stabilito che i vescovi non debbano essere sposati? La Chiesa è forse al di sopra dell'autorità apostolica?!
Il luogo dell'amore
"Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri" (Giovanni 13:35). Verità e amore non possono mai essere disgiunti nel progetto di Dio: la Verità va detta con amore (Efesini 4:15), il fine di ogni comandamento è l'amore (1Timoteo 1:5), ciascuno deve imparare a porsi quale esempio "nella parola, nella condotta, nell'amore, nello Spirito, nella fede e nella castità" (1Timoteo 4:12), "grazia, misericordia e pace" da parte del Signore giungono solo "in verità e amore", e l'amore è genuino solo se "camminiamo secondo i comandamenti di Dio" (2Giovanni 3.6). Nella Chiesa del Dio vivente ci si comporta con amore intenso, "di puro cuore", con "un amore fraterno senza simulazione" (1Pietro 1:22): solo così i cristiani possono risplendere "come luminari nel mondo, tenendo alta la parola della vita" (Filippesi 2:15). Una comunità dove non pulsa l'amore di Dio può anche essere apparentemente viva, ma dentro, sostanzialmente, è morta (Apocalisse 3:1).
Il luogo della speranza
Per mezzo della Chiesa - dice Paolo - deve essere universalmente manifestata
"la multiforme sapienza di Dio" (Efesini 3:10). Scrivendo a un
altro giovane evangelista (Tito), Paolo ricorda la "speranza della vita
eterna" nella quale vivono coloro che hanno "conoscenza della
verità che è secondo pietà" (Tito 1:1-2). La Chiesa è l'arca
della quale fanno parte coloro che vogliono sopravvivere al diluvio di peccato
di questo mondo, per giungere alla Gerusalemme celeste di cui parla la parte
finale della Bibbia (Apocalisse 21-22). Vivendo verità e amore nel corpo di
Cristo, il cristiano ha la "viva speranza per mezzo della risurrezione
di Gesù Cristo dai morti", perché vivo è il Signore. Nella Chiesa ci
si consola gli uni gli altri con la Parola di Dio (1Tessalonicesi 4:18), perché
Dio ci ha "dato per grazia una consolazione eterna e una buona
speranza" (2Tessalonicesi 2:16). Condursi col giusto atteggiamento
nella casa di Dio significa poter vivere questo entusiasmante passo biblico: "I
discepoli erano ripieni di gioia e di Spirito Santo" (Atti degli
Apostoli 13:52). VM
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La conversione
La conversione è un mutamento di rotta, una nuova direzione di marcia. Secondo le Sacre Scritture, tutti gli uomini sono peccatori (cioè sbagliano direzione, conducendo la propria vita senza conformarsi alla Parola di Dio) e hanno quindi bisogno di convertirsi, ossia di dirigersi verso il Signore. Ecco perché Gesù ha ordinato ai suoi discepoli di predicare "ravvedimento[quindi cambiamento, conversione dell'uomo] e perdono dei peccati a tutte le genti" (Lc 24:47).
La Bibbia afferma che "non esiste un uomo giusto, neppure uno" (Rm 3:10): nessuno, per quanto buono creda di essere, può considerarsi "a posto" di fronte a Dio. Paolo aggiunge: "A causa di un solo uomo [Adamo] il peccato entrò nel mondo e attraverso il peccato la morte, e così la morte dilagò su tutti gli uomini per il fatto che tutti peccarono" (Rm 5:12). Deduciamo da ciò che la condizione corrotta dell'uomo deriva dalla nostra personale responsabilità a partire dal primo uomo fino ad oggi (e i risultati sono purtroppo ben visibili).
Sappiamo che Gesù nacque in Israele e faceva parte del popolo di Dio dell'Antico Testamento: il popolo santo, eletto; quel popolo fu formato dal Signore - a partire dal patriarca Abramo - per manifestare la legge divina al mondo e da esso doveva venire il Messia, il Salvatore. I buoni Israeliti osservavano la legge di Dio data per mezzo del profeta Mosè in modo scrupoloso, con un profondo rispetto e col giusto timore del Signore: quali migliori requisiti di questi si potevano vantare agli occhi di Dio?
Eppure, anche i migliori fra questi sinceri credenti dovettero sottostare al perentorio annuncio emesso da Dio per mezzo dell'apostolo Pietro: "Pentitevi, dunque, e convertitevi, perché siano cancellati i vostri peccati" (Atti 3:19). Ecco un sicuro riferimento alla responsabilità spirituale di ogni persona, e tanto più di noi uomini d'oggi, in genere così lontani e freddi nei confronti della vera religione.
Il cambiamento interiore, dunque, è il primo requisito per camminare verso la grazia di Dio, la salvezza in Cristo: una salvezza che possiamo ottenere non per i nostri meriti, ma unicamente per quelli di Gesù, morto e risorto per i nostri peccati. Questo diverso atteggiamento interiore, fatto di umiltà e rispetto della Parola di Dio, consiste nell'obbedienza gioiosa e consapevole al Vangelo e si manifesta quindi nella professione di fede in Cristo, nel riconoscimento aperto dei nostri peccati, nel pentimento e nel battesimo, che è l'atto con cui otteniamo il perdono di Dio e l'ingresso nella Sua Chiesa, testimoniando allo stesso tempo in modo visibile verso il mondo la nostra decisione (cfr. At. 2:37).
Dobbiamo ricordare che il battesimo, secondo l'insegnamento apostolico, deve essere impartito solo ad adulti consapevoli (d'altronde, dopo quanto abbiamo visto finora, sembra ovvio che debba essere così), e va fatto per immersione in acqua (il termine greco, traslitterato in italiano con la parola "battesimo", significa proprio "immersione"). Esso rappresenta il "seppellimento" del nostro "uomo vecchio" per dar vita ad un "uomo nuovo", purificato da Dio e pronto ad intraprendere una vita conforme al Vangelo (questi concetti sono espressi approfonditamente nella lettera dell'apostolo Paolo ai Romani al capitolo 6).
Tutto ciò si rivolge al cuore dell'uomo ed è più che mai attuale, tanto più quanto maggiormente sembra progredire fra la gente un senso di apparente "tranquillità", di distrazione e di indifferenza per i veri e seri problemi della nostra anima. Noi membri della Chiesa di Cristo siamo dunque tenuti a lanciare agli altri, dopo averlo fatto verso noi stessi, lo stesso grido che Pietro, guidato dallo Spirito Santo, lanciò a suo tempo: "Salvatevi da questa perversa generazione!" (At 2:40).
A molti sembrerà anacronistico e fuori luogo, ma, se così anche dovesse apparire, ciò dimostrerebbe ancor di più il bisogno disperato che c'è nel mondo della conversione a Cristo e quindi della riscoperta sia del vero problema dell'uomo (ossia il peccato, che ci porta verso una vita inutile e distante da Dio), sia della vera soluzione di questo problema: la grazia, il perdono di Dio e una nuova vita in Gesù Cristo, nella Sua famiglia che è la Chiesa.
Come ancora Pietro disse a Gesù, quando dovette scegliere - assieme agli altri apostoli - se continuare a seguire o meno il Maestro:
"Signore, da chi ce ne andremo? Tu solo hai parole di vita eterna. E noi abbiamo creduto e abbiamo conosciuto che sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente" (Gv 6:68-69).
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L'uomo, unico in questo fra gli esseri del creato, possiede totale libero arbitrio e, di conseguenza, piena responsabilità morale. Il problema centrale della sua esistenza, da questo punto di vista, è quindi quello di scegliere fra il bene il male. Se i fanciulli, come la Bibbia sottolinea, ancora "non conoscono né il bene né il male" (Deuteronomio 1:39), man mano che essi crescono si trovano di fronte a scelte sempre più precise, non di rado difficili, a volte foriere di conseguenze indelebili, e devono ricevere e/o trovare dei criteri in base ai quali comportarsi. Vale per ogni uomo quanto espresso da Dio al suo popolo tramite il grande profeta Mosè: "Vedi, io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male ... Scegli dunque la vita...!" (Deuteronomio 30:15.19). Ma come fare a stabilire che cosa concretamente sono il bene e il male? A chi spetta l'autorità di definirli?
Sicuramente l'uomo, creato a immagine di Dio (ossia dotato di un'intelligenza di una coscienza che lo mettono in grado di relazionarsi con l'Onnipotente) può ritrovare nel proprio spirito i principi morali e spirituali fondamentali che fanno parte della personalità del Creatore: la Sacra Scrittura dice infatti che gli uomini possono adempiere "per natura le cose della legge" divina, in quanto questa legge "è scritta nei loro cuori per la testimonianza che rende la loro coscienza" (Lettera ai Romani 2.14-15). Il problema è però che, costantemente, il consorzio umano tende a corrompere se stesso, a perdere il nesso vitale che lo lega al Creatore, a seguire "il corso di questo mondo", e gli uomini divengono "ottenebrati nell'intelletto, estranei alla vita di Dio" (Lettera agli Efesini 2:2 e 4:18), fino al punto che la Parola di Dio può commentare: "Ora l'Eterno Dio vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che tutti i disegni dei pensieri del loro cuore non erano altro che male in ogni tempo" (Genesi 6:5), oppure: "Si sono tutti sviati, sono divenuti tutti corrotti; non c'è nessuno che faccia il bene, neppure uno" (Salmo 53:3).
Perché avviene tutto ciò? Il problema è antico quanto l'umanità stessa. Dio ha sempre dato all'uomo luce sufficiente per vedere cosa è bene e cosa è male; ma tutti tendiamo a voler stabilire da noi stessi i valori su cui fondarci per le nostre azioni. Nell'Eden, Dio disse ad Adamo che poteva fare certe cose, ma altre no, e che il fare queste ultime lo avrebbe portato alla disgrazia: "Ma dell'albero della conoscenza del bene e del male non ne mangiare, perché nel giorno che tu ne mangerai, per certo morrai" (Genesi 2:17). Ciò significava proprio, parafrasando: "Lascia che sia io a dirigerti, fidati di me, Io so che cosa è veramente bene per te, impara il bene da me, altrimenti la tua libertà si tradurrà in viatico per la tua distruzione". Tutti sappiamo come andò a finire: Satana insinuò in Adamo ed Eva l'idea che era "buono", "piacevole" e "desiderabile" per gli uomini fare di testa propria, che Dio dava ordini unicamente per soggiogare le proprie creature e che le nefaste conseguenze anticipate non avrebbero avuto luogo in seguito alla trasgressione (Genesi cap. 3). Il risultato è ancor oggi davanti agli occhi di tutti: da millenni l'umanità tenta (o dice di tentare) disperatamente di costruire un mondo giusto, felice, pacifico, a misura d'uomo, ma la realtà e tragicamente diversa...
I tempi e le culture cambiano, i valori che le caratterizzano anche, le priorità etiche vengono sovvertite, i punti di riferimento si moltiplicano e si contraddicono, il disorientamento prevale. "Che male c'è...?!", è la domanda più ricorrente che molte persone pongono stupite quando viene fatto osservare che il loro modo di agire e pensare è distante dalla volontà espressa dalla Parola di Dio. I principi biblici ed evangelici sono di fatto calpestati (in tema di fede, culto, giustizia, rapporti col prossimo, vita sessuale e matrimoniale, modo di pensare e parlare e via dicendo...), ma la Parola di Dio dice ancora oggi: "Guai a quelli che chiamano bene il male, e male il bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre..." (Isaia 5:20). Prendiamo solo il caso, fra i tanti, dell'etica sessuale e familiare: oggi è mentalità molto diffusa che i rapporti prematrimoniali e la convivenza siano un bene, che il divorzio per qualunque motivo sia lecito, che la "scappatella" non sia poi tanto un male, che l'omosessualità sia pressoché normale, che la pornografia sia una forma di letteratura o di spettacolo come un'altra, che la nudità non debba provocare vergogna, e via dicendo... ma cosa dice Dio in proposito? L'esatto contrario! "I tempi cambiano", si afferma; sì, è vero, i tempi cambiano, ma Dio no e, con Lui, non cambiano i suoi comandamenti, i suoi consigli, i suoi ammonimenti. "Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno", disse Gesù (Matteo 24:35), mentre un altro luogo del Nuovo testamento afferma: "Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e in eterno" (Lettera agli Ebrei 13:8). Non è Dio a doversi adattare ai nostri cambiamenti, ma viceversa! Non saremo noi a giudicare il Signore nell'ultimo giorno, ma è la sua Parola che lo farà nei nostri confronti (Giovanni 12:48)! Ciò che dobbiamo fare è rivolgerci a Colui che ci ha fatti e dirgli: "Guidaci Tu, indicaci Tu la via, consigliaci, e ti seguiremo, e le nostre vite miglioreranno, e i nostri peccati saranno rimediati, e avremo speranza di vivere in eterno con Te".
Dobbiamo riprendere il filo del dialogo con Dio tramite la Parola che Egli ci ha fatto pervenire nelle le Sacre Scritture e tramite la preghiera, per avere finalmente le nostre "facoltà esercitate a discerne il bene dal male" (Lettera agli Ebrei 5:14), per non farci trasportare dalla marea e dal disorientamento di questo mondo e per affidarci invece a Chi è capace di farci usare al meglio la nostra libertà, sapendo che "tutte le cose cooperano al bene per coloro che amano Dio" (Lettera ai Romani 8:28).
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Spesso, dopo aver illustrato a qualcuno delle fondamentali verità bibliche, questo qualcuno entra in crisi, accorgendosi che molte cose prima credute vere (da lui e/o dal mondo "religioso" in genere) non sono tali per la Parola di Dio.
A questo punto, chi veramente cerca la verità prosegue nello sforzo di ricerca di quel Cristianesimo originario e genuino che proprio nei grandi "numeri" e nei grandi apparati di potere "religioso" degli uomini sembra essersi smarrito per strada...
Ma, purtroppo, molti amano più della verità la stima della maggioranza dei loro simili. L'apostolo Giovanni, parlando di quelli che, pur credendo in quanto Gesù diceva, non osarono seguirLo per il timore di averne degli svantaggi nella società, diceva: "preferirono la gloria degli uomini alla gloria di Dio" (Giovanni 12,43).
Scuse
La scusa buona, per tacitare la propria
coscienza e zittire colui che porta il messaggio di Cristo, è sempre bell'e
pronta: "Ma com'è possibile che tu dica la Verità, se fai parte di un
gruppuscolo così piccolo in rapporto alle centinaia di milioni di cattolici,
protestanti, musulmani, ecc.?!".
Questo ragionamento andrebbe bene se la norma, per la Verità, fosse quella di trionfare nel mondo; ma ahimè, lo sappiamo, non è così: né per le cose spirituali né in altri campi. Gesù ha insegnato che, proprio a causa di questi modi di ragionare (veramente terra-terra), "molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti" (Matteo 22,14).
Esempi del passato
Nell'arca, dopo che Noè aveva a lungo predicato
a tutti di porsi al riparo convertendosi al Signore, salirono molti più
animali che uomini: solo otto persone si salvarono, e la stragrande
maggioranza del "mondo d'allora, sommerso dall'acqua, perì" (2ª
lettera di Pietro 3,6).
Chi tira in ballo quantità numeriche "dimentica volontariamente", come dice l'apostolo (2ª lettera di Pietro 3,5), altre cose: ad esempio:
Conclusioni
Certo, essere in pochi non è garanzia di
verità, ci mancherebbe: si può essere in pochi e anche nell'errore; ma il
numero di aderenti non è un argomento valido né in un senso né nell'altro. Di
una cosa, però, possiamo star certi se leggiamo con attenzione la Bibbia: la
verità non è mai stata con la maggioranza!
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«Che l’uomo sia fatto di terra si legge nella Scrittura; ma ogni uomo è fatto veramente della sua terra, quella dove nacque, dove si sciolsero nei secoli le spoglie dei suoi».
Con queste parole si apre la formidabile biografia del Machiavelli scritta dal marchese Roberto Ridolfi, il principe dei biografi, l’autore di altre celeberrime opere dedicate al Guicciardini e al Savonarola. Il Ridolfi, fiorentino di antichissima schiatta, parlava del Machiavelli come del «fiorentino quintessenziato» e per questo ne sentiva la vicinanza, «perché sembra che sia più facile intendersi fra uomini nati dalla stessa zolla, sotto lo stesso cielo» (Roberto Ridolfi, Vita di Niccolò Machiavelli, Sansoni, Firenze 1969, p.V).
Se queste parole colgono nel vero, allora si può dire che gli Italiani possono parlare appropriatamente di se stessi sentendo la consonanza dovuta a quella famosa zolla («galestro», la definisce Ridolfi) cui si deve la comune origine. All’obiezione, più che legittima, che gli Italiani non sono affatto uguali (lo dice, del resto, la nostra storia) persino quanto alla lingua, e che generalizzare non è bene, è possibile rispondere che, almeno per quel che concerne la religiosità, noi Italiani siamo sorprendentemente uguali: dalle Alpi al profondo della Sicilia, noi siamo “Italiani quintessenziati”, e nessun altro popolo può avvicinarsi a noi. Questo perché la religiosità degli Italiani va di pari passo con la loro storia, anche e soprattutto politica. Non solo: a tutto ciò bisogna aggiungere anche la presenza di miti che, costruiti e divulgati nel corso dei secoli, fanno di noi un popolo di disgraziati, di illusi. Uno di questi miti è appunto quello per cui gli Italiani sarebbero “brava gente” e che, pertanto, godrebbero di una sorta di impunità dovuta a tale status. Anche e soprattutto in religione. Andiamo, però, per gradi.
La specificità del fatto italiano
Pur appartenendo alla comune razza umana e pur essendo la storia d’ogni popolo dotata di legittima specificità, gli Italiani si distinguono rispetto al concerto delle altre genti per due componenti uniche: l’Impero di Roma e la Chiesa Cattolica Romana. Nel bene o nel male, queste due realtà storiche ci hanno sempre condizionato, diversificandoci dagli altri in modo implacabile e rendendoci schiavi di miti affatto improponibili.
Il potere dell’Impero romano non si è mai più riproposto, per noi Italiani. Salvo il periodo rinascimentale, che rese talune città italiane il centro del mondo sotto l’aspetto culturale (Firenze, Roma e Venezia), abbiamo sempre vissuto all’ombra e all’insegna degli altri. Il periodo fascista, che ha rivitalizzato ossessivamente il mito della romanità, ha avuto la conclusione che conosciamo.
Il potere dell’Impero romano è stato fatto proprio da un’altra struttura: la Chiesa Cattolica Romana. Da Costantino in avanti (cioè dal 312 d.C.), la Chiesa non è stata più la stessa (vale a dire di Cristo), ma si è perduta nel connubio disastroso con il mondo e il potere degli uomini. Certo, il potere del cattolicesimo romano non è mai stato forte dal punto di vista militare (sebbene abbia governato per secoli un buon tratto d’Italia): è però stato opprimente dal punto di vista dello spirito, annientando ogni anelito di libertà. Non a caso l’Italia non ha conosciuto una Riforma religiosa al pari di quella avvenuta altrove.
Venuto meno il reale potere politico (l’unico che davvero conti per rimanere ben saldi con i piedi nella realtà umana), ci siamo abbandonati ai miti, alle costruzioni fantastiche della nostra mente, fomentate da personaggi senza scrupoli che, attraverso i secoli, hanno modellato il modo di pensare degli Italiani. Ecco, allora, farsi prepotentemente strada il concetto che noi, tutto sommato, siamo talmente diversi rispetto agli altri (in bene, ovviamente...), da meritare talune immunità particolarissime. Ecco, allora, le cose fatte “all’italiana”.
Anche gli altri, però, ci hanno sempre sentiti “diversi”. Qualche secolo addietro, pur ammirando la storia e le bellezze dell’Italia, i signorotti stranieri (Inglesi e Tedeschi soprattutto), che compivano il gran tour d’Italia necessario a qualificarli ed istruirli come tali, non potevano fare a meno di esprimere giudizi assai poco lusinghieri sugli Italiani. In proposito mi permetto di citare un lungo periodo dal bel libro, su cui torneremo tra poco, di Angelo Del Boca, Italiani, brava gente? Neri Pozza Editore, Vicenza 2005, p. 13. «Gli italiani, nel loro insieme, non hanno mai goduto, negli ultimi tre secoli, di molta reputazione. Non c’era viaggiatore straniero che percorresse, per diletto o per affari, la penisola, che non esprimesse, in diari o lettere ai congiunti, giudizi sugli italiani tutt’altro che lusinghieri. Ma anche gli osservatori nostrani, appartenenti alle classi colte, non erano da meno nel rilevare vizi e difetti dei loro concittadini. Si passava da valutazioni argute a sentenze senza appello. Da osservazioni ironiche a congetture pseudoscientifiche. Non mancavano, infine, i casi di autoflagellazione. Per fare qualche esempio, gli italiani erano definiti, tout court, pigri, scansafatiche, indifferenti. E inoltre ignoranti, creduloni, baciapile, papisti. E ancora: inaffidabili, voltagabbana, servili, imbelli. E anche insensibili a tutti gli ammonimenti, a tutti gli insulti, persino alle pedate. E si potrebbe continuare».
Molti di questi tratti ci sono ancora familiari. “Fare le cose all’italiana”, nel bene o nel male, significa fare cose che gli altri non fanno. Spesso si insinua il sospetto che noi facciamo meglio e più degli altri. Dunque, noi facciamo le cose “diversamente” dagli altri e non ha alcuna importanza se questo avvenga eventualmente a scapito della dignità e della correttezza. No, non importa: noi siamo, comunque, più “furbi” degli altri. Pensiamo di godere di un’immunità che agli altri non è concessa. In fin dei conti, non siamo noi ad ospitare sul sacro suolo Santa Madre Chiesa, che esercita su di noi il salutare controllo della carota e del bastone? Dopo tutto, Santa Madre Chiesa ci perdona o no? E allora giù a peccare, come tutti gli altri, giù a fare il male come tutti gli altri. Tanto non siamo noi Italiani, “brava gente”? Solo gli altri sono (stati) cattivi.
Il libro di Del Boca, uno studioso serio e accreditato, specie nel campo degli approfondimenti sul colonialismo italiano, dimostra che non è affatto così. Selezionando una serie di avvenimenti dal 1861 al 1946, Del Boca distrugge questo mito duro a morire. In effetti, noi Italiani, rispetto ad altri Paesi usciti distrutti moralmente dal secondo conflitto mondiale, siamo stati specialmente bravi a rimuovere ostinatamente la voglia di indagare come si deve, cioè storicamente, la nostra storia. Ma, grazie ad una maggior coscienza civica e critica, molti passi avanti si stanno facendo in proposito.
Indagare sul proprio passato, specie dopo una sconfitta dolorosa, è sempre un problema per ogni popolo: infatti, potrebbero esservi molte implicazioni poco propizie – soprattutto politiche – per il presente e per il futuro. Perciò, si preferisce lasciar perdere, non rivedere. Recentemente si è assistito ad un evento semplicemente impensabile qualche tempo fa: la Chiesa Cattolica Romana ha in parte rivisto il suo passato, chiedendo scusa tramite il Papa defunto di tutte le atrocità commesse per l’addietro. Tuttavia, a livello pratico, a nessuno è interessato niente. Invece di chiedersi come mai sia successo questo e sulla base di quale autorità (e perché e quando e a quale prezzo per centinaia di migliaia di vittime innocenti e disperate, soggette al potere degli strumenti inquisitori cattolici), i Cattolici continuano ad attribuire la propria fiducia, dovuta più che altro ad un severo tradizionalismo che niente e nessuno sembrano smuovere, a Madre Chiesa. Prima ci si lamentava che Madre Chiesa nascondeva le cose, non faceva sapere, teneva i credenti nell’ignoranza. Ora che i vertici informano, non interessa proprio a nessuno. Non è drammatico?
Immunità?
Nella mentalità comune gira il pensiero, se non la convinzione, che – tutto sommato, alla fin fine, quasi per divino privilegio – per noi Italiani “brava gente” le cose si sistemeranno, che Dio chiuderà un occhio, perché “Lui-sa-come-stanno le cose”. Tutto questo non corrisponde a verità, non solo storica, ma soprattutto scritturale. Noi siamo tanto cattivi e lontani da Dio quanto tutti gli altri; perciò, a noi non spetta alcuna immunità.
Immunità: stato della società italiana
Proprio come tutte le altre società della cosiddetta “cultura occidentale”, anche in Italia, da un punto di vista morale, la società è così sporca da fare schifo. Qui Dio non esiste, e oramai da secoli. Qui la gente non si comporta affatto secondo il Vangelo, e non potrebbe essere altrimenti, visto che qui da noi pochissimi conoscono e praticano il Vangelo: è un dato inoppugnabile. Il fatto che in Italia vi sia la sede della Chiesa Cattolica Apostolica Romana e che la nostra tradizione religiosa è cattolica, non garantisce alcuna immunità, scorciatoia. Se fossimo così religiosi come si dice, se vivessimo davvero in un “Paese cristiano” come si dice, allora non accadrebbero le cose seguenti (ma se ne potrebbero aggiungere altre):
Prostituzione – Secondo statistiche recenti, circa 8 milioni sono i clienti delle 70.000 prostitute operanti in Italia (di cui ben 2.000 minorenni) per un fatturato che sfiora i 26 miliardi di euro. Visto che siamo oltre 56 milioni, se si tolgono le donne, i bambini e i “super” anziani, il conto è presto fatto... è più facile cercare chi non va a prostitute.
Droga – Siamo invasi dalla droga, soprattutto cocaina; questa, che era la droga dei signori e che ai tempi miei (sono nato nel 1955) si cominciava ad usare intorno ai 30 anni, oggi è la droga di tutti (s’inizia a sniffare intorno ai 13 anni). La droga (di tutti i tipi) è oramai trasversale a tutti i ceti sociali. è un disastro. Dopo la Spagna, siamo la seconda nazione europea per consumo di droga.
Alcolismo – Il Paese del buon bicchiere ai pasti, è oggi piagato dall’alcolismo, molto diffuso in specie tra i giovanissimi.
Corruzione – Dopo la moralizzazione (si fa per dire...) dei primi anni Novanta, oggi è più diffusa di prima. Pare essere senza freno, in tutti gli ambienti.
Stragi del sabato sera – I giovani muoiono a bizzeffe a causa dell’alta velocità e del consumo di sostanze stupefacenti ed inebrianti.
Crimini e omicidi – Stanno accadendo cose spaventose: madri che uccidono i figli, figli che giustiziano i genitori o i nonni a causa di un diniego, stupri a decine (spesso in pieno giorno e pubblicamente), criminalità organizzata che la fa da padrona, organizzazioni terroristiche che risorgono ed infiltrano i propri membri nei gangli della società.
Divorzi, unioni di fatto – In proposito la situazione sta davvero precipitando. è difficile ormai trovare coppie “pulite”, regolarmente sposate. Sorprende ritrovare i vecchi amici d’infanzia o giovinezza sposati e divorziati due o tre volte, oppure conviventi. Per loro è normale, non per me. L’omosessualità maschile e femminile è sempre più palese, se non addirittura dichiarata, sia tra la gente, sia nei grandi mezzi di comunicazione. Siccome in Gran Bretagna il 5 dicembre 2005 è stato legalizzato il matrimonio tra omosessuali, bisogna aspettarsi che, prima o dopo, lo stesso accadrà qui da noi.
Occorrerebbe sempre chiedersi perché mai i componenti di una siffatta società, pensino di essere tanto bravi, diversi dagli altri, impuniti, dispensati; perché si disperino drammaticamente solo in talune specifiche occasioni (ad esempio, quando muore il Papa di turno...). Purtroppo, esiste tanta ipocrisia nella nostra società, insieme con tanta e desolante ignoranza della Bibbia, infinita presunzione e smisurato orgoglio. Ma senza alcuna ragione, come abbiamo già visto e come vedremo qui di seguito riferendoci al preciso insegnamento della Parola di Dio.
Immunità:
l’insegnamento scritturale
«Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio» (Romani 3:23). Questo famoso brano dell’apostolo Paolo mette tutti sullo stesso piano: non esiste alcuna immunità (o impunità che dir si voglia) per nessuno. Davvero non importa essere “brava gente” (occorre piuttosto diventare cristiano: Atti degli Apostoli 11:26; 2:38); non importa “essere in buona fede” (occorre piuttosto avere la fede buona: cioè quella scritturale). Il giudizio finale di Dio sarà attraverso Cristo Gesù e sarà per ciascuno, nessun escluso, senza particolarismi o favoritismi (Romani 2:6; Colossesi 3:25; 1Pietro 1:17). Occorre fare molta attenzione a non presentarsi al giudizio finale con l’animo corrotto e inquinato, con la presunzione di meritare qualcosa. Noi dobbiamo sperare soltanto nella misericordia divina, a condizione di aver rimesso la nostra vita in Dio tramite Cristo. Altre vie non esistono, checché se ne dica.
Come diventare “brava gente”
Non saranno i miti, i detti, il sentire popolare o comune oppure l’illusione a fare di noi Italiani persone gradite a Dio. Per essere davvero “brava gente” dinanzi a Dio e al prossimo, bisogna nascere di nuovo, entrare nel Regno di Dio (cfr. Giovanni 3:3-5), impegnandosi «a cercare la pace con tutti e la santificazione, senza la quale nessuno vedrà il Signore» (Ebrei 12:14). La santificazione è la separazione dal male del mondo mediante la Parola di Dio.
Dalle ceneri dell’uomo peccatore emerge il cristiano (ossia il discepolo di Cristo) a novità di vita. Ma qual è la novità, se non l’irrompere del Vangelo, cioè della “buona notizia” che il Figlio di Dio è morto per tutti i peccatori? La vita del cristiano non è più la vita di prima. Guai se lo fosse! Significherebbe che non vi è stato quello stacco netto e decisivo rispetto a prima. Lo spartiacque tra la vita di prima, senza Cristo, e la vita d’ora, con Cristo, è costituito dalla presenza della Parola di Dio, che conforta, guida, istruisce alla luce dello Spirito Santo (2Timoteo 3:16-17). La vita di prima era una vita senza Spirito, ora è un’esistenza mossa, guidata, perfezionata dallo Spirito Santo (Galati 5:16).
Per il discepolo di Cristo, la vita è ora solo movimento e progresso, è cammino verso l’altezza di Cristo, verso la mèta suprema rappresentata da Gesù (Efesini 4:13). Per il discepolo di Cristo, c’è sempre la necessità e la volontà di migliorarsi secondo la Parola del Signore. Questa volontà di migliorarsi, che si adempie nel progresso continuo dell’esistenza lumeggiata dallo Spirito Santo, si chiama tecnicamente “ravvedimento”. Per il discepolo di Cristo, la vita va concepita come un ravvedimento continuo alla luce della Bibbia. AC, Pisa
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Condannato in croce o al palo?
Ultimamente ho discusso sulla crocifissione e sulla Croce di Cristo con un testimone di Geova (è notorio che essi non credono alla condanna a morte di Gesù in croce, ma su un palo e con le mani inchiodate sopra la testa). Con l’aiuto della Scrittura, che deve sempre accompagnare un genuino seguace di Gesù, e con un po’ di pratica e logica, cercheremo di capire come sia stato messo a morte il Signore.
Tutti e quattro gli Evangelisti parlano della crocifissione e morte di Cristo. Proviamo a seguire con il loro aiuto, questa vicenda.
I Vangeli menzionano Gesù che uscito dal Pretorio, porta la sua croce, camminando in mezzo a molta folla che lo seguiva, e nella quale c’erano tante donne che piangevano (Lc 23:27), aiutato da un certo Simone di Cirene che ad un certo punto lo sostituisce nel trasportare il legno. Sappiamo che la notte precedente Gesù l’ha passata "in bianco", ma non solo: è stato schernito (Mt. 27:31 e paralleli), picchiato (Mt. 27:30 e paralleli), flagellato (Mt. 27:26 e paralleli), non penso perciò che la mattina successiva fosse nelle migliori condizioni fisiche per affrontare ulteriori "stress". Detto questo, consideriamo ora il "palo" del testimoni di Geova, se la loro teoria fosse giusta, si sarebbero dovute verificare certe condizioni.
Quanto poteva essere lungo un "palo di tortura"? Secondo semplici calcoli che chiunque può fare, si arriva a oltre quattro metri e mezzo, considerando:
1. la lunghezza di una persona, le braccia e mani posizionate sopra la testa,
2. la scritta che era in tre lingue (e doveva essere scritta in caratteri grandi per essere letta facilmente dalle persone che passavano),
3. il fatto che un palo del genere doveva essere conficcato per un metro circa nel terreno, per evitare cedimenti e per sopportare il peso di una persona posta in alto e che, almeno all’inizio, si dimenava sensibilmente.
Si consideri inoltre che la canna con la quale gli fu offerto l’aceto, poteva essere lunga almeno un metro (Mc. 15:36 - cfr. Mt. 27:48) per arrivare alla bocca di Cristo, (la mano alzata di un uomo si trova a circa due metri di altezza, se sommiamo il metro di canna arriviamo a circa tre metri, che è una misura plausibile per l’altezza della testa della persona crocifissa.
Per rendere visivamente l’idea di un tale palo dobbiamo pensare a quelle case vecchie che hanno le travi a vista nei soffitti, o alle travi del solaio delle moderne mansarde negli appartamenti. Quanto poteva pesare un palo del genere, supponendo che sia stato usato il cipresso o il cedro per la croce? Da semplici calcoli si arriva a oltre 120 chili. Immaginiamo di mettere sulle spalle di Simone e prima di Gesù un peso di 120 kg., praticamente è come se mettessimo sopra le loro spalle due persone di normale-leggera corporatura.
Il testimone di Geova a questo punto, rendendosi conto dell’assurdità di quello che affermava, mi disse che il palo veniva trascinato e non portato sulle spalle, ma credo che Mt. 27:32 – Mc. 15:21 – Lc. 23:26 spieghino abbastanza chiaramente che veniva portato a spalla e non trascinato. Non vedo comunque la realisticità nel trascinare un palo di oltre 120 kg e della lunghezza di oltre 4 metri e mezzo per i vicoli stretti di Gerusalemme e per diverse centinaia di metri. C’era poi il fatto che, per ogni palo che veniva portato dal condannato sul Golgota, i romani dovevano poi toglierlo dal terreno e riportarlo nel pretorio e rifare la stessa strada ogni volta. Vi sembra logico tutto questo? Ogni volta fare un buco nel terreno roccioso della collina, ogni volta chiudere il buco e poi rifarlo di nuovo. E’ tanto più semplice fare un bel buco e piantare un palo una volta per sempre potendolo così usare per tantissime volte ! A questo palo ben piantato nel terreno chiamato "stipes crucis", veniva tirato su il "patibulum" che era un legno posto in maniera trasversale di un paio di metri di larghezza sul quale venivano inchiodati i polsi.
Secondo i testimoni di Geova le mani venivano inchiodate una sopra l’altra nel palo verticale, ed i chiodi venivano messi all’altezza dei polsi perché in quella posizione le ossa danno una certa resistenza e potevano sostenere il peso della persona. Dal Vangelo di Giovanni sappiamo che Tommaso chiese di mettere il dito nei fori dei chiodi – dunque almeno due - (Gv. 20:25), ma nessun romano di buon senso avrebbe messo due chiodi nello stesso punto perché un chiodo romano, molto grande, già da solo poteva sostenere il peso di un corpo e poi perché piantando due chiodi nello stesso punto il foro, allargandosi, non avrebbe più dato garanzia di sopportare il peso dal momento che la presa dei chiodi nel legno si sarebbe allentata. Ma non basta: i romani, dopo aver fatto il buco nel terreno per il palo, nel caso questo rimanesse aperto, dovevano rimettervi mano la volta successiva, perché a causa delle piogge o del vento il foro si richiudeva più o meno interamente. Qualunque persona che lavora la terra, sa che un buco non si può usare più volte, perché il terreno ogni volta non ha più la consistenza della precedente.
Altra considerazione è dettata dalla domanda che ci si può porre; ma quante crocifissioni si potevano fare e di conseguenza quanti chiodi si potevano piantare in quel palo prima che fosse reso inservibile dai troppi buchi (due per volta all’altezza dei polsi)? Forse sei, otto volte, poi si doveva o accorciare il palo, ma così lo si rendeva inservibile a meno che non si crocifiggessero nani, oppure bisognava andare a segare un altro albero, con i mezzi di quella volta naturalmente. Non era più semplice gettare il "patibulum", che era un legno molto più facile da reperire essendo più piccolo e più corto?
Volevo anche far notare che viene specificato chiaramente in Mt 27:37 e Lc 23:38 dove fu posta la tavoletta con la scritta trilingue; se Gesù fosse stato crocifisso come dicono i TdG, sarebbe stato piu' logico in quei due passi che ho citato, scrivere: "sopra le mani" piuttosto che "sopra la testa" come effettivamente fu scritto.
Perchè abbiamo fatto questi conti e considerazioni? Per dimostrare che era impossibile che i condannati si portassero dietro il palo della croce, perché lo sforzo era inumano anche per una persona nel pieno delle forze.
I TdG prendono forza per le loro argomentazioni citando il passo di Atti 5:30 "… che voi uccideste appendendolo al legno", ma una semplice ricerca, per chi ha la interlineare con il greco, dimostra che la stessa parola "xulon" (legno) viene usata anche in Mt. 26:47 "… e con lui una grande turba con spade e bastoni" . Che dire, allora, che Cristo fu appeso ad un bastone? E per chi non sia ancora convinto posso citare il passo di Atti 16:24 dove la stessa parola greca è stata tradotta con "ceppo". Qualsiasi dizionario Greco-Italiano, dal Gemoll al Rocci, dà diversi significati per la parola "xulon": pianta, bastone, verga, stecca per reggere un arto rotto, ceppo, tavola, primo posto, sedile, vascello, cucchiaio di legno.
A mio avviso solamente il buon senso può aiutare questo testimone di Geova, come tutti i suoi compagni di fede, che penso abbiano messo in dubbio un evento indiscutibile come quello della morte di Cristo sulla croce solo per differenziarsi dal mondo cattolico (ma anche cristiano in generale). Questo è l'errore che possono commettere tutti coloro che credono in una certa dottrina solo per mettersi in contrasto con altre realtà realtà religiose, piuttosto che verificarne onestamente la fondatezza. Chi ama la verità, invece, è sì in grado di contestare le inesattezze delle dottrine degli altri gruppi religiosi, ma sa anche riconoscerne le cose giuste, quelle che sono in armonia con la Sacra Scrittura.
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Quali
conseguenze pratiche dalle "scuse" continue che fece papa Wojtyla?
Un antefatto storico: la strage degli ugonotti
Nel Cinquecento, il protestantesimo francese (in gran parte riformato calvinista, e divenuto col tempo anche movimento politico avverso alla parte cattolica filomonarchica) venne denominato "ugonotto" (o "confederato"). Dopo anni di tensioni, faide e battaglie, nel 1572 le forze ugonotte subirono un colpo tremendo nella famosa "Notte di S. Bartolomeo" (conosciuta anche come "le nozze di sangue") fra il 23 e il 24 agosto. Pressoché tutti gli ugonotti convenuti a Parigi per il matrimonio fra la sorella del re Carlo IX (Margherita) e l'ugonotto Enrico di Navarra (il futuro Enrico IV), furono barbaramente trucidati (compresi vecchi, donne, bambini) dai cattolici seguaci del duca di Guisa (strettamente legati alla Chiesa cattolica ed alla cattolicissima Spagna) con la scusa di una presunta congiura contro il re. Parigi fu inondata di sangue: si trattò di una delle pagine più terribili delle guerre di religione.
Vi furono 3.000-4.000 vittime solo a Parigi: solo parte di una cifra totale di decine di migliaia di morti (la carneficina continuò per alcune settimane in varie città della provincia). La guida più illustre degli ugonotti, Gaspard de Coligny, fu gettato da una finestra e fatto a pezzi. Le autorità ecclesiastiche cattoliche francesi annunciarono subito un giubileo straordinario con una processione, alla quale partecipò anche Carlo IX, che si svolse nel mezzo di una città ancora piena del puzzo di cadaveri nell'aria. La notizia del massacro giunse a Roma il 2 settembre, e il papa Gregorio XIII fece accendere fuochi in segno di tripudio; indirizzandosi poi all'ambasciatore francese presso la Santa Sede, disse: "Nobile inviato, Carlo re di Francia si fregia del titolo di Cristianissimo non solo perché gli appartiene da lunga data, ma perché ne ha acquistato recentemente il diritto e l'ha meritato distruggendo gli eretici, nemici di Cristo!".
Il papa si preoccupò quindi di far celebrare l'avvenimento a Roma con giubilei, Te Deum (inni di ringraziamento), processioni di popolo, ecc.; non pago, fece ordinare al pittore Vasari un affresco murale sulla strage del 24 agosto (informazioni dettagliate su tutta la vicenda sono contenute nel libro di A. GOLLINO La strage degli ugonotti, De Vecchi Editore, Milano, 1973).
Nel 1997 c’è stato un colpo di scena (ma non tanto): Giovanni Paolo II, in occasione del viaggio in Francia, proprio il 24 agosto, ha chiesto pubblicamente scusa ai protestanti per quel terribile evento.
Fatali contraddizioni
Papa Wojtyla è stato davvero il papa dell'autocritica! Per anni ha continuato a scusarsi con tanti, per tante cose atroci che la Chiesa romana ha fatto, permesso o avallato nel corso dei secoli! Per l'opinione pubblica, in generale, ciò appare encomiabile e "cristiano" (ed è ciò che si vuole che si pensi): cosa c'è infatti di più spirituale e conforme al Vangelo che l'ammissione delle proprie colpe e la richiesta di perdono? A guardar bene, però, la questione non è così scontata. Bisogna considerare chi chiede perdono e con quali frutti di ravvedimento, che per il Vangelo restano irrinunciabili (Luca 3:8).
Dobbiamo allora ricordare che il papa con tutto il "magistero ecclesiastico" cattolico (cioè il vescovo di Roma assieme ai vescovi che sono in comunione con lui) si definisce infallibile (è un dogma enunciato ufficialmente nel corso del Concilio Vaticano I, nel 1870) quando interviene ufficialmente su problemi di fede o di costumi (cfr. i punti 620 e 621 del Catechismo degli adulti, edito nel 1995). Detto questo, verifichiamo la situazione facendo anche riferimento ad alcuni fra i vari "ravvedimenti" manifestati da Wojtyla.
Guide cieche
Wojtyla ha parlato qualche anno fa di "coraggio di riconoscere gli errori commessi", dicendo che in fondo la Chiesa cattolica è sì "santa" ma è anche una "comunità fatta di peccatori" (cito da La Repubblica del 16 aprile 1994, p. 23). Certo, nessuno è perfetto, tutti siamo peccatori! Ma non tutti pretendiamo, come la gerarchia cattolica, di essere capi della Chiesa divinamente guidati dallo Spirito Santo! Di fronte a questi ed altri scempi, che ne è della presunta infallibilità del magistero cattolico? A che serve avere una guida di questo genere, se essa si può macchiare di tali colpe e trascinare - con le proprie enunciazioni, col proprio esempio, con le proprie iniziative e dottrine - intere generazioni di fedeli a partecipare direttamente o indirettamente a peccati gravissimi come l'omicidio, la violenza, la conquista sanguinosa, la persecuzione, l'odio razziale, la fedeltà cieca a regimi oppressivi e schiavizzanti, l'interpretazione errata delle Scritture (anche questo s'è ammesso a proposito del caso-Galileo)?! E come fidarsi di ciò che l'attuale papa dice e insegna?
Perché mai, infatti, un cattolico odierno dovrebbe essere così presuntuoso e sconsiderato da ritenere che, mentre tutti o quasi i pontefici del passato hanno sbagliato su questioni così gravi, quello attuale non possa sbagliare su questioni forse diverse, ma altrettanto gravi alla luce del Vangelo? Piuttosto, se le cose vanno come sono sempre andate, ci si può domandare in quali enormi empietà antibibliche anche questo papa (Benedetto XVI) stia trascinando milioni di persone, visto che fino ad oggi i suoi predecessori, per un motivo o per un altro, hanno fatto proprio questo! In poche parole, il "coraggio di riconoscere gli errori commessi", per essere vero pentimento, dovrebbe anche giungere fino alla conseguenza ultima di tali errori. E tale conseguenza è: il magistero cattolico - lungi dall'essere una guida sicura in materia "di fede e di costume" - in molti e gravi casi sbaglia, trascinando nel proprio errore folle immense di credenti ingenui, o accecati, o creduloni, o ignoranti o altro (consigliamo di leggere bene questi passi dai Vangeli: Matteo 15:14; Luca 11:52). I papi hanno sbagliato come e forse più della gente "normale", e quindi un vero ravvedimento dovrebbe condurre l'attuale "pentito" a spogliarsi delle sue "dignità" di guida infallibile della Chiesa, di "vescovo dei vescovi", di rappresentante di Cristo sulla terra e via dicendo, sottomettendosi all'unica e vera autorità: il Vangelo.
Tempo di "pentimenti"
Per collegarci a un fenomeno diffuso del nostro tempo - quello dei pentiti o presunti tali - se vero pentimento c'è, bisogna collaborare coraggiosamente e apertamente con la Verità. Papa Giovanni Paolo II, invece, mentre ha chiesto scusa a destra e a manca, ha accentuato sempre più la centralizzazione del potere cattolico-romano; appoggiato ed incrementato sempre più il potere e l'influenza economico-politica della sua sede; viaggiato per il mondo predicando alle folle un sempre più intenso e antibiblico culto a Maria; "beatificato" e "canonizzato" centinaia di persone, proseguendo e accelerando sulla strada del culto dei santi, un genere di culto totalmente sconosciuto alla Verità del Vangelo; propagandato un ecumenismo che già è sbagliato di per sé (perché la verità è una sola: Lettera di Paolo agli Efesini 4:4-6). E potremmo continuare a lungo!
Conclusioni
Che Wojtyla sia stato un politico e uno stratega eccezionale, risulta evidente a tutti (basti pensare, fra le altre cose, al ruolo che ha giocato nel crollo dei regimi comunisti). Anche quelle che abbiamo elencato in questo articolo, a prescindere dal sentimento che volta per volta può animare il cuore suo e dei suoi colleghi, sono mosse politiche. Molta gente non se ne rende conto; altri, più smaliziati, lo capiscono, ma non per questo decidono di prendere una posizione di rottura netta nei confronti del cattolicesimo; altri ancora, invece, si staccano da questa "religione dominante", ma, per scoraggiamento, o per pigrizia, o per comodo, non tentano seriamente di recuperare il Vangelo vero, così com'è, per provare a viverlo con fedeltà e coerenza nella propria vita. Altri, infine, si gettano fra le braccia di organizzazioni religiose meno potenti, ma non per questo meno lontane dal Vangelo del cattolicesimo (testimoni di Geova, mormoni, culti orientali, ecc.).
Il nostro invito è quello di lasciare da parte strategie e difficili equilibrismi (fra dogmi, tradizioni, retaggi del passato, rafforzamento delle proprie strutture, consensi popolari e via dicendo), per riprendere in mano il Vangelo, diventare solo e semplicemente cristiani secondo il Nuovo Testamento e far parte della Chiesa di Cristo, dove non vi sono guide infallibili al di fuori del Maestro Gesù, che ancora oggi e fino alla fine di questo mondo ci parla attraverso le sacre pagine (cfr. Matteo 23:1-10; Giovanni 12:48; Ebrei 13:8). Oggi, grazie a Dio (e grazie a illuminate personalità civili e a tanti altri che hanno lottato per la libertà e la democrazia) nel nostro e in altri Paesi nessuno può metterci al rogo per aver scritto un articolo come questo. In altri tempi, invece, questo sarebbe successo; e ben poco ci avrebbe consolato sapere che, un giorno, un eminente papa avrebbe "umilmente" e "devotamente" edificato e ornato i nostri sepolcri, e magari pianto su di essi... legittimando, perpetuando e incrementando - nei fatti - quanto indebitamente costruito dai suoi onorati predecessori sul nostro sangue (si legga attentamente Matteo 23:29-31!)...
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«L'uomo non separi ciò che Dio ha unito»
Il divorzio e le nuove nozze
alla luce della Scrittura
"L'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà con la propria moglie; ed i due diverranno una stessa carne. E così non sono più due, ma una sola carne; quello dunque che Dio ha unito insieme, l'uomo non lo separi ... Or io vi dico che chiunque manda via la propria moglie, eccetto in caso di fornicazione, e ne sposa un'altra, commette adulterio; e chi sposa colei che è stata mandata via, commette adulterio" (Matteo 19:5-6.9)
La legge di Mosè prevedeva la possibilità, per il marito, di divorziare dalla moglie in cui si trovasse "qualcosa di vergognoso" (Deuteronomio 24:1-4); l'atto di divorzio consentiva alla donna in questione di sposare legittimamente un altro uomo, e in questo caso il primo marito non la poteva riprendere con sé; ma egli, ovviamente, poteva passare a nuove nozze.
La questione, controversa, che fu posta a Gesù (leggi l'intero contesto di Matteo 19:1-9), è: di che vergogna si tratta? Infatti, estendendo all'inverosimile il concetto, molti, col supporto di esimi rabbini, si ritenevamo autorizzati - ad esempio - a ripudiare una moglie che non sapeva cucinare come essi pretendevano!
I nemici di Gesù cercano così il modo di accusarlo: o per essere - come nel caso appena citato - permissivo (smentendo se stesso) o, all'opposto (ed è più probabile, perché dovevano conoscere il suo rigido insegnamento: Matteo 5:31-32) per essere in disaccordo con Mosè.
Gesù non cade nella trappola. Certo, Dio - molti anni dopo la prima unione - diede spazio ad eccezioni (che comunque dovevano essere molto serie, visto che il termine ebraico indica indecenza, turpitudine!); ma ciò fu fatto per la durezza dei cuori degli uomini (Matteo 19:8), incruditisi e corrottisi nel corso dei secoli: con Mosè non si volle tanto aprire le porte al divorzio, quanto garantire la donna (socialmente debolissima) salvandone l'onorabilità e permettendole di accasarsi di nuovo.
Deuteronomio 24:4, inoltre, chiariva bene che la gravità della questione doveva essere tenuta in massimo conto: si trattò dunque di un argine posto alla allora già presente, dilagante, immorale pratica divorzista, e non di una porta da spalancare a piacimento. Ma Dio ha sempre detto, per bocca dei profeti, che Egli "odia il divorzio" (Malachia 2:14-16), e con Gesù si torna definitivamente al modello originario, proposto all'uomo fin dalla Genesi: ogni unione matrimoniale è indissolubilmente sancita da Dio fino alla morte di uno dei coniugi (cfr. Romani 7:2-3). In vita d'entrambi, solo l'unione con un estraneo (adulterio, fornicazione) la spezza, tradendo l'essere una sola carne (Genesi 2:24); e ciò, sia chiaro, in una posizione di parità fra uomo e donna (Marco 10:11-12 lo chiarisce bene). Per chi vuol far parte del Regno, nessuna altra legge è lecita, a prescindere da ciò che la morale corrotta di questo mondo possa insegnare e permettere con riguardo al matrimonio, al divorzio, alle successive nozze (Ebrei 13:4)! Per chi vuol essere cristiano prima viene la legge di Dio, poi quella degli uomini (cfr. Atti degli Apostoli 4:19, 5:29).
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Il Natale non è la festa dei cristiani
A Natale il mondo frenetico e convulso di tutti i giorni sembra quasi fermarsi e la stragrande maggioranza della gente, magari per un solo giorno, si lascia ammaliare dai messaggi di pace e di amore che echeggiano ovunque. Questa atmosfera natalizia fa sentire tutti "più buoni" e disponibili verso gli altri, ma ben presto tali sentimenti vengono soffocati dai mille problemi ed egoismi della vita quotidiana.
E' vero che ci sono coloro che festeggiano il Natale con sincerità e profonda partecipazione, ma sono una minoranza. Per tutti gli altri, invece, il Natale diventa solo una fugace ed ipocrita occasione per tacitare la propria coscienza, fingendosi "religiosi" per un attimo.
Ma cos'è mai il Natale? Universalmente è ritenuta una importante "festa cristiana", consolidata da una solida tradizione secolare. In realtà, però, è soltanto una festa pagana mascherata di religiosità, una festa che non è mai stata comandata da Dio né mai è stata insegnata da Gesù nel Vangelo.
Cerchiamo di capire, allora, alla luce delle Sacre Scritture, se sia giusto festeggiare il Natale quale "festa del Signore".
La Bibbia insegna chiaramente che Gesù non è nato il 25 dicembre. Il Vangelo di Luca, infatti, ci descrive in modo molto accurato la nascita di Gesù (Luca 2,1-10) ma volutamente omette la data in cui è nato (né anno, né mese, né giorno), fornendoci invece queste due preziose informazioni:
Volendo allora stabilire, se non una data precisa, almeno un periodo per la nascita di Gesù, questo cadrebbe in primavera o in estate, e certamente non in pieno inverno!
Ma allora, come si è arrivati a festeggiare il 25 dicembre? Tralasciando, per motivi di brevità e di spazio, tutte le fasi storiche precedenti (compreso il fatto che il calendario civile romano celebrava in questo giorno il solstizio d'inverno, cioè il Natale del "sole invitto"), si giunge al 380 d.C. quando l'imperatore Teodosio proclama il Cristianesimo religione ufficiale dell'Impero e proibisce i culti pagani, così che molti pagani, per non rischiare il "taglio del collo", si fanno Cristiani unicamente per opportunità, senza alcuna conversione al Cristianesimo ma, anzi, portandosi dietro tutto il loro bagaglio di tradizioni e di superstizioni.
Da tale situazione, che colpì duramente il Cristianesimo nella sua purezza originaria, ebbe origine il fenomeno oggi conosciuto come "cattolicesimo".
Il cosiddetto Natale, dunque, altro non è che una festa pagana che per i primi 300 anni dell'era Cristiana non ha avuto nulla a che vedere con le cose del Signore.
Un esempio significativo sul divieto di celebrare le "feste religiose" ci vien dato dall'Apostolo Paolo che così scrive ai Cristiani della Galazia, i quali volevano continuare ad osservare feste non più conformi all'adorazione spirituale che Dio richiede anche ai Cristiani di oggi: "Voi osservate giorni, mesi, stagioni e anni. Io temo di essermi affaticato invano per voi" (Lettera ai Galati 4,10-11).
E non dimentichiamo ciò che Dio stesso disse agli Ebrei, tramite il profeta Isaia, quando celebravano le feste da Lui comandate senza avere la giusta interiorità: "Cessate dal recare oblazioni vane; il profumo io l'ho in abominio; e quanto ai noviluni, ai sabati, al convocar radunanze, io non posso soffrire l'iniquità unita all'assemblea solenne. I vostri noviluni, le vostre feste stabilite l'anima mia li odia, mi sono un peso che sono stanco di portare" (Isaia 1,13-14). Se Dio disse queste parole agli Ebrei, che pur facevano la Sua volontà, figuriamoci che cosa direbbe oggi il Signore a coloro che vogliono osservare festività che Egli non si è mai sognato di comandare, quale ad esempio il Natale!
I veri Cristiani devono dunque bandire i falsi rituali (dei quali il Natale è degno rappresentante) per ricominciare a fare quanto Dio stesso ordina: "Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel Regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli" (Vangelo di Matteo 7,21).
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La trasfusione di sangue è un peccato?
Riportiamo il testo di una lettera inviata da un nostro membro a un quotidiano udinese a diffusione regionale per precisare che, contrariamente a quanto affermato dai Testimoni di Geova, le trasfusioni di sangue non costituiscono una trasgressione della volontà di Dio.
Egregio Sig. Direttore,
ho letto l'articolo del 14 marzo, relativo al buon esito di un trapianto di reni su una giovane donna Testimone di Geova, senza che si siano rese necessarie trasfusioni di sangue. Ciò mi rallegra, anche perché presumo che di questa innovazione potranno beneficiare tante altre persone. Rimango invece molto perplesso riguardo alle dichiarazioni dei genitori della ragazza, i quali hanno detto che, in base alla loro fede biblica, non possono fare "uso di sangue".
Secondo il precetto anticotestamentario, ripreso da tempi antichi e dato da Mosè a Israele, fu vietato agli Ebrei di ingerire il sangue degli animali, sangue che rappresentava la vita e che poteva essere usato solo per i riti sacrificali (Levitico 17:10-14). Ma, secondo il Nuovo Testamento, il sacrificio espiatorio finale, unico e perfetto, è stato fatto col sangue di Gesù, prefigurato proprio dai sacrifici della legge di Mosè. Ecco perché ai Cristiani non fu prescritto alcun rito sacrificale; fu loro richiesto, invece, di astenersi dall'ingerire cibi col sangue nel caso che Ebrei divenuti Cristiani si scandalizzassero per questo motivo, vista l'educazione da essi ricevuta per tanti secoli (Atti degli Apostoli 15:20-21): era un amorevole compromesso fatto per riguardo agli Ebrei convertiti a Cristo.
Il problema, per i Cristiani, è dunque di opportunità e di coscienza (o sanitario, in certi casi). Se il sangue è simbolo di vita e di rispetto per la vita, non è certo vietandolo a chi ne ha estremo bisogno che si dimostra fedeltà al Vangelo! Lo stesso Gesù, d'altronde, ha insegnato che non è da ciò che ingeriamo che può derivare una nostra impurità verso Dio, quanto piuttosto dalle cose cattive che vengono fuori dal nostro cuore!
"Non quello che entra nella bocca rende impuro l'uomo, ma quello che esce dalla bocca... Non capite che tutto ciò che entra nella bocca passa nel ventre e va a finire nella fogna? Invece ciò che esce dalla bocca proviene dal cuore. Questo rende immondo l'uomo. Dal cuore infatti provengono i propositi malvagi, gli omicidi, gli adultèri, le prostituzioni, i furti, le false testimonianze, le bestemmie. Queste sono le cose che rendono impuro l'uomo..." (Marco 7:15-23).
Ma, soprattutto, che c'entra il divieto anticotestamentario di ingerire il sangue con le odierne trasfusioni di sangue? "Mangiare sangue" è nell'Antico Testamento una precisa violazione della legge mosaica, legata al mondo ed al culto ebraico. Salvare oggi una vita umana chirurgicamente è ben altra cosa!
Per comprendere lo spirito di Cristo, basta
portare l'esempio di quando egli giustificò la sospensione del riposo sabbatico
(e la legge mosaica prevedeva la pena di morte per chi non rispettava quel
riposo!) al fine di guarire la gente. "Che cosa è permesso fare in
giorno di sabato? Fare del bene o fare del male? Salvare la vita di un uomo o
lasciarlo morire?" (Marco 3:4): questa fu la domanda rivolta dal
Signore a quegli Ebrei che avevano fatto del comando sabbatico un idolo al di
sopra della vita umana, e che accusavano Gesù di violare il sabato perché
salvava in quel giorno dei malati. Allo stesso modo, affermare il principio che
non si possa salvare una vita con una trasfusione, significa ammettere, di fatto,
che la vita umana è meno sacra di un precetto. Ognuno, naturalmente, si
comporti secondo le proprie convinzioni; mi dispiace però che il principio di
non salvare una vita (come di fatto è già avvenuto in passato, e come immagino
che sarebbe avvenuto anche nel caso in questione, se non si fosse trovato un
metodo alternativo) sia fatto inopportunamente risalire a Dio. Alla domanda di
Gesù sopra riportata, il Vangelo di Marco fa seguire l'osservazione che gli
astanti interpellati "tacevano", perché avevano ben capito di essere
in torto. Spero lo possano sempre capire anche tutti coloro che si dicono
Cristiani.
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Giobbe 2:1-10
Nonostante i fenomenali progressi scientifici, il mondo in cui viviamo è
pieno di misteri. Non solo viviamo circondati da misteri, noi stessi siamo un
mistero, biologicamente e spiritualmente. Quanti “perché” non avranno mai una
risposta da questa parte del velo!
Tra i tanti misteri quello più angoscioso riguarda l’umana sofferenza e,
paradossalmente, può essere più duro accettare questa sofferenza per un
credente piuttosto che per un non credente (uso il termine “credente” in senso
lato: un uomo che – comunque - crede nell’esistenza di un Essere supremo).
Riflettiamo un attimo. Per un ateo il problema della sofferenza è un semplice
dato di fatto, come la nascita e la morte, come il sistema dei pianeti, come
ogni altra cosa che esiste e si manifesta. La scienza offre tante spiegazioni:
malattie genetiche, incidenti, stili di vita errati, lutti etc. sono tutte
cause che inducono sofferenze.
Ma il credente, che ha una visione spirituale e non materialista della vita,
si rende conto che tutte queste cose non rappresentano il perché ma solo il
come della sofferenza. Ed allora una domanda inquietante sorge dal cuore e
dalla mente! Perché un Dio creatore, che tutte le
religioni più elevate proclamano padre o protettore, permette (se non
addirittura preordina) la sofferenza? Nel corso dei millenni
sacerdoti, saggi, poeti hanno cercato o proposto una risposta; ma quale
risposta? Vediamo alcuni esempi.
Ø Vi
è chi sostiene che il dolore sia l’opera nefasta di Satana, ma questo non
sposta il problema di un solo millimetro; perché un Dio onnipotente dovrebbe
permettere al suo nemico “istituzionale” di tormentare gli esseri umani, gli
animali, la natura?
Ø Vi
è chi afferma che la sofferenza è la giusta conseguenza del peccato
dell’uomo; d’accordo: questo potrebbe accettarsi per l’adultero che distrugge
il proprio matrimonio o per il dissoluto che si ammala a causa dei suoi
eccessi. Ma provate a parlare di giusta sofferenza ad una madre che ha perso il
proprio bambino per un tumore!
Ø Per coloro che credono nella reincarnazione, poi, la questione è bella e risolta: se uno non sta pagando qualche colpa della sua vita attuale, sicuramente ne avrà combinata qualcuna grossa… nella precedente. Purtroppo per costoro, la Bibbia non insegna affatto la reincarnazione (Ebrei 9: 27) accettata, forse, in certi ambienti ebraici, sotto l’influsso di religioni orientali.
Ma lasciamo stare l’umana “sapienza”, le sciocche risposte e cerchiamo
rifugio (rifugio, non facili soluzioni) nelle Sacre Scritture. Innanzitutto, la
Scrittura non fornisce alcuna spiegazione fantasiosa circa l’origine del
dolore, a differenza di quanto avviene negli “Scritti Sacri” delle religioni
umane. In secondo luogo, non troviamo in essa una “filosofia della sofferenza”
bensì la piena accettazione che essa esiste. Di poi, si può cogliere una
diversa ottica (e come potrebbe essere altrimenti) tra il Vecchio ed il Nuovo
Testamento.
Nel primo la sofferenza appare come la conseguenza del peccato di Adamo ed
Eva e solo di rado si chiede conto di essa a Dio. Si intravede ogni tanto una
relazione colpa-castigo, ma il libro di Giobbe (il libro dei perché per
eccellenza) non incoraggia una visione siffatta del problema, semmai ne
proietta la soluzione all’avvento messianico, quando tutto troverà una
spiegazione.
Il Nuovo Testamento non enuncia una spiegazione teorica, ma propone una
risposta esistenziale: la sofferenza degli uomini è come illuminata da quella,
espiatrice, del Cristo. Al Golgota Gesù non solo soffre e muore per salvare gli
uomini, ma con ciò si carica, si riveste, della sofferenza umana; in lui, Dio
stesso scende visibilmente nella storia e si associa nel dolore alle proprie
creature. Tutti soffrono, tutti soffriamo, ma la sofferenza del figlio di Dio
ha una connotazione diversa; essa è strettamente, indissolubilmente,
legata al Calvario e al messaggio dell’Evangelo.
Il discepolo segue, deve seguire, il Maestro sul sentiero del dolore, dal
più banale sassolino nella scarpa al supremo sacrificio; la sofferenza gli è
annunciata, quasi proposta («…nel mondo avrete tribolazioni», ha detto
Gesù, per poi aggiungere: «…ma fatevi coraggio, io ho vinto il mondo!» -
Giovanni 16:33).
Piuttosto che chiedere tante piccole luci, che illuminino un po’ il
misterioso sentiero, egli deve guardare alla luce infinita che irradia dalla
croce di Cristo. Questa luce illumina la sofferenza non solo con la speranza
che essa cesserà, ma soprattutto con la certezza
che nella resurrezione di Cristo essa è stata vinta: il
credente, partecipando alle sofferenze di Gesù uomo, confessa che Gesù Figlio
di Dio le ha vinte.
Il dolore rimane, spesso atroce, ma diventa un passo, un momento verso la
completa instaurazione del regno di Dio (già presente sulla terra, con la
Chiesa) dove ogni lacrima sarà asciugata e il dolore stesso svanirà: per questo
il discepolo può addirittura rallegrarsi nella sofferenza. Quindi, come in ogni
cosa, quando siamo colpiti dalla sofferenza guardiamo a Cristo, rassegnati nel
dolore incomprensibile sereni nella difficile prova, fiduciosi nella tormenta
della vita.
Questo è l’invito e la risposta delle Scritture; non speculazioni, non
favole per bambini, non fantasticherie; soffrire
bisogna, ma il cristiano sa che questa sofferenza cesserà, che
questa sofferenza è già lenita dalla fede, che essa sarà un giorno spiegata
compiutamente.
Nel frattempo, come seguaci del Maestro, cerchiamo di alleviare l’altrui
sofferenza, quella dei fratelli e delle sorelle e quella, veramente tragica, di
non custodisce la speranza cristiana nel cuore. Con mille piccoli gesti
possiamo testimoniare agli altri, noi che come loro conosciamo il dolore,
la differenza della nostra sofferenza, che potrà anche essere immensa, ma mai
infinita. Nel fare ciò comunicheremo ad essi la speranza dell’evangelo,
l’unico vero rimedio al problema del male.
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E’ opinione comune e diffusa credere che la Chiesa sia la dimora terrena di Dio e che si debba pregare solo in tale luogo. In realtà, la parola Chiesa deriva dal greco ekklesìa, la cui traduzione non è tempio e nemmeno edificio religioso, bensì insieme di persone, comunità di persone.
Il dove adorare Dio non è assolutamente importante perché la Bibbia – che è la Parola del Signore – ci insegna che l’unica cosa fondamentale è adorare (pregare Dio), ma a condizione di avere il giusto atteggiamento interiore e il sincero proposito di prestargli un culto nei modi da Lui voluti.
Riguardo al dove trovare Dio, l’apostolo Paolo, divinamente ispirato dallo Spirito Santo, afferma in modo chiaro e inequivocabile che:
“L’Iddio che ha fatto il mondo e tutte le cose che sono in esso, essendo il Signore del cielo e della terra, non abita in templi fatti da mano d’uomo” (Atti degli Apostoli 17,24)
Nell’incontro tra Gesù e la donna samaritana nasce un problema: mentre lei desidera sapere dove adorare Dio, Gesù invece le spiega che l’importante non è dove adorare Dio bensì come adorarLo, che deve essere con il proprio cuore (in Spirito), e secondo i Suoi Comandamenti (in Verità):
“Donna, credimi; l’ora viene che né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate quel che non conoscete; noi adoriamo quel che conosciamo, perché la salvazione viene dai Giudei. Ma l’ora viene, anzi è già venuta, che i veri adoratori adoreranno il Padre in Spirito e Verità; poiché tali sono gli adoratori che il Padre richiede” (Vangelo di Giovanni 4,21-23)
Il rapporto del credente con Dio, non può prescindere dalla retta conoscenza della Sua volontà, la quale ci è stata tramandata una volta per sempre, come dice l’apostolo Giuda al v. 3 della sua omonima lettera. E’ bene ricordare a tale proposito che Dio si sottrae volutamente in maniera totale a qualsiasi tentativo da parte umana di farLo dimorare in un tempio in muratura, anche se fastoso; inoltre, ci vieta categoricamente di rappresentarLo con immagini e sculture, come riportato nelle Sacre Scritture:
“Non avere altri dei nel mio cospetto. Non ti fare scultura alcuna né immagine alcuna delle cose che sono lassù nei cieli o quaggiù sulla terra o nelle acque sotto la terra; non ti prostrare dinanzi a tali cose e non servire loro” (Libro dell’Esodo 20,3-5)
Le ragioni del divieto di rappresentare Dio con immagini o statue sono sostanzialmente due.
1. Qualunque immagine sacra disonora Dio e offusca irrimediabilmente la Sua gloria e profana la Sua maestà. Fra tutte le cose create, infatti, non esiste nulla di veramente degno con cui si possa rappresentare l’immagine di Dio che, per farsi conoscere dall’uomo almeno in maniera spirituale, ha inviato sulla terra Cristo, riguardo il quale la Bibbia dice: “In Cristo abbiamo la redenzione, la remissione dei peccati; il quale è l’immagine dell’invisibile Iddio” (Lettera ai Colossesi 1,14-15)
2.
Le immagini sacre, inoltre, non ci aiutano a
trovare Dio ma, al contrario, ci sviano dalla Verità, perché suggeriscono idee
sbagliate e riduttive di Dio. Un esempio negativo, tra i tanti che il mondo
cattolico propone, è l’adorazione della croce, che impedisce la conoscenza vera
e profonda di Cristo in quanto induce nell’uomo una devozione malinconica e
sofferente mentre, in realtà, il credente dovrebbe sentirsi felice e sereno
sapendo che Cristo non è più inchiodato al crocifisso ma è tuttora risorto e
vincitore, ed è capo e guida della Sua Chiesa, che conduce con vigore e amore.
Conclusione
Se uno vuole diventare un Cristiano non deve e non può servirsi di immagini “sacre” né di luoghi “mistici”ma deve adoperarsi per studiare e praticare la Sua volontà; soltanto allora sarà in grado di servire e adorare Dio, in Spirito e Verità, come Lui vuole. La religiosità dell’uomo si deve esprimere nei giusti modi: osservando e praticando i Comandamenti di Dio, ricambiando il Suo amore, come ci insegna il seguente passo:
“Poiché
questo è l’amore di Dio, che osserviamo i Suoi comandamenti; ed i Suoi comandamenti
non sono gravosi” (1a Lettera
di Giovanni 5,3)
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