In primo piano
 
  Questa rubrica contiene gli articoli di attualità e riflessione che hanno occupato la vetrina di “Primo piano”.


La reincarnazione è una favola

 

 

In questi ultimi decenni, anche in Italia sono andati aumentando sia la curiosità che l’interesse nei confronti di fenomeni orientali e, tra gli Italiani, si sono propagati pensieri e dottrine tra cui la più diffusa e radicata è proprio quella della reincarnazione. Vanno così di moda, religioni / filosofie (o alcuni aspetti delle stesse) che si pongono in alternativa al messaggio cristiano. In realtà, il vero problema è che il Cristianesimo autentico nel nostro Paese è pressoché scomparso e, di fatto, sconosciuto, e quindi il più delle volte la gente rinuncia a qualcosa che neppure sa bene che cosa sia. In generale, molti rinunciano al Cattolicesimo, pensando in questo modo di chiudere col Cristianesimo, o quanto meno di accantonarlo; Cristianesimo e Cattolicesimo, però, sono, per non pochi aspetti, due realtà ben diverse. Comunque, a prescindere da questi discorsi generali, prendiamo in considerazione una dottrina – la Reincarnazione – alla quale un numero crescente di persone dimostra di credere, chi in modo pieno e convinto, chi a livello di teorica ma anche concreta possibilità.

In generale (perché esistono varianti, ma cerchiamo di sintetizzare) la reincarnazione è la dottrina a carattere filosofico-religioso secondo la quale ogni anima, al momento della morte del corpo da essa abitato, continua a vivere passando in un altro corpo, dello stesso genere o di genere diverso (che può essere umano, animale, vegetale o minerale) fino a giungere – attraverso successive rinascite – alla liberazione da ogni vincolo con la materia.

Oltre che nella civiltà ellenica –  dove si è sviluppata principalmente a seguito delle idee dei filosofi greci Empedocle, Pitagora e Platone – la credenza nella reincarnazione è presente in diverse aree culturali della terra e in particolare in quelle dove prevalgono le religioni orientali, quali ad esempio l’Induismo e il Buddismo, che si basano sul concetto del samara, cioè sul ciclo di morti e di rinascite, con relative tecniche di liberazione da detto ciclo e con lo scopo di raggiungere la completa purificazione da una colpa originaria.

A prescindere dall’aspetto misterioso che la reincarnazione racchiude in sé e che affascina la mente e l’immaginazione di molte persone, il Cristianesimo la rifiuta in quanto essa è contraria alla volontà del Signore. La Bibbia – che è Parola di Dio – con le seguenti parole ci esorta, infatti, a purificare la nostra coscienza e a modificare il comportamento individuale tramite il ravvedimento e l’ubbidienza a Dio:

 

«Fate dunque morire le vostre membra che sono sulla terra: fornicazione, impurità, lussuria, mala concupiscenza e cupidigia, la quale è idolatria. Per queste cose viene l’ira di Dio sui figliuoli della disubbidienza»             (Lettera ai Colossesi 3:5-6)

 

Solamente Cristo – e non altri –  è in grado di purificare in modo valido ed efficace la nostra anima e cancellarne i peccati, come ci insegna l’Apostolo Giovanni allorquando dice che:

 

«Egli  [Cristo]  è la propiziazione [cioè il sacrificio salvifico, espiatorio] per i nostri peccati; e non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo»      

(1a Lettera di Giovanni 2:2)

 

La Bibbia, inoltre, afferma che l’essere umano è composto da due elementi: uno fisico e l’altro spirituale. Quando quello fisico viene meno a causa della morte, la parte spirituale “dorme” in attesa di essere rivestita con il nuovo corpo della resurrezione (cfr. 1a lettera ai Corinzi 15:42-54), un corpo che sarà completamente diverso da quello terreno, come insegna l’apostolo Paolo quando dice che:

 

«in questa tenda [che è il corpo umano] noi gemiamo, bramando di essere sopravestiti della nostra abitazione che è celeste»        

(2a lettera ai Corinzi 5,2)

 

La Bibbia sostiene in maniera chiara e inequivocabile che si muore una volta sola, dopo di che ognuno sarà giudicato da Dio in base alle proprie scelte e ai comportamenti da lui tenuti mentre era in vita, come si legge nella lettera agli Ebrei:

 

«è stabilito che gli uomini muoiano una volta sola, dopo di che viene il Giudizio»

(Lettera agli Ebrei 9:27)

 

La Bibbia invita inoltre ogni persona a utilizzare con estrema attenzione il tempo a propria disposizione e sottolinea l’urgenza di doversi convertire, ma solo alla dottrina di Cristo e non alle illusorie filosofie umane perché:

 

«tutti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, affinché ciascuno riceva la retribuzione delle cose fatte quando era nel corpo [cioè mentre era in vita sulla terra], secondo quel che avrà operato, o bene, o male»

 (2a lettera ai Corinzi 6:2)

 

Questa urgenza è dettata dal fatto che, scaduto il tempo terreno a nostra disposizione per la conversione, non ne potremo avere dell’altro, né qui in terra né nell’Aldilà, in quanto:

 

«la notte viene in cui nessuno può più operare»   

(Vangelo di Giovanni 9:4)

 

A questo punto, chi è veramente convinto dell’esistenza della reincarnazione dovrebbe fare una spontanea e obiettiva considerazione pratica –  anche se del tutto umana – sui progressi che la nostra società moderna dice di aver tratto da essa.

Potrà allora constatare che la presunta purificazione ottenuta per mezzo di successive rinascite non determina affatto un progressivo miglioramento dell’anima – neppure minimo –  perché, se così fosse, il mondo dovrebbe, se pur lentamente, registrare un’evoluzione positiva, cosa che in realtà non accade. Accade, al contrario, che l’uomo si sta distaccando ogni giorno di più dalla Parola di Dio e, ignaro del destino eterno che lo aspetta, precipita sempre più vorticosamente nel baratro del peccato e dell’abbrutimento spirituale.

 

Facciamo allora nostra la preghiera che Mosè, a suo tempo, rivolse a Dio, per prepararci debitamente al Giorno del Giudizio:

 

«O Dio, insegnaci a valutare bene i nostri giorni, per acquistare un cuore saggio»        

(Salmo 90:12)

 

         Il Vangelo ci indica la strada della nostra purificazione terrena, attraverso il nostro progressivo miglioramento e il perdono dei nostri peccati (che non elimineremo mai del tutto) tramite Cristo, per la Grazia di Dio. Di qui l’appello alla conoscenza del vero messaggio evangelico, al pentimento, alla conversione, ad un nuovo stile di vita secondo i dettami della Parola di Dio. Abbiamo tutti una sola vita, una sola carta da giocarci… usiamola bene!

 


 

Chi vuole salvare la sua vita

 

 

Ricorderete senz’altro la vicenda di Abdul Rahman, risalente a pochi mesi fa. Cittadino afghano, 41 anni, convertitosi 16 anni prima dall’Islam al Cristianesimo (non ho capito a quale confessione esattamente, ma non è questo il punto) mentre lavorava come operatore umanitario in Pakistan per un’associazione non governativa di ispirazione cristiana in aiuto ai rifugiati afgani. Dopo l’esperienza pachistana, era andato a vivere in Germania e aveva deciso di rientrare a Kabul solo nel 2002, in seguito al crollo del regime talebano. Denunciato dai suoceri ha rischiato la pena capitale per aver abbandonato l’Islam. Colto in flagrante (aveva una Bibbia nella borsa: e noi, gireremmo per l’Afghanistan con una Bibbia addosso?), è stato subito sottoposto a processo; alla formale richiesta di abiurare il Cristianesimo e rientrare nell’Islam, ha risposto: «No. Sono diventato Cristiano e Cristiano rimango. Sono Cristiano, questa è la mia scelta». Grazie a Dio la vicenda, anche per motivazioni poltico-diplomatiche, si è ben conclusa, ma ciò non toglie che si debbano fare delle riflessioni importanti: non tanto sull’Islam (la cosa sarebbe piuttosto lunga, e non è questo l’argomento che voglio affrontare), quanto sulla posizione assunta da Abdul.

 

Prendere la propria croce

 

Se ci capita di domandarci perché non cresciamo abbastanza nella fede (e/o perché lo stesso capiti alla comunità di cui facciamo parte), le risposte potranno essere le più diverse, ma una, forse, sta alla base di tutte. È una risposta in forma di domanda: Siamo disposti a dare la nostra vita per Cristo? «Se qualcuno vuol venire dietro a me – ha detto Gesù – rinneghi se stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la sua vita, la perderà; ma chi perderà la sua vita per causa mia, la salverà» (Lc 9:24; vedi anche Lc 14:26, 17:33). Gesù dice «ogni giorno», parla di un impegno costante, quotidiano. Ogni giorno bisogna rinunciare a qualcosa di sé per la causa di Cristo; ma ciò, in ultima analisi, forse riusciamo a farlo solo se, potenzialmente, siamo disposti a rischiare la nostra vita per lui. Cosa faremmo se oggi qualcuno ci dicesse: «Se non smetti di essere Cristiano, ti uccido»? E se uno non è ancora diventato Cristiano, ma sta per decidersi a faro, cosa farebbe se, prima di essere battezzato, qualcuno (con la volontà e il potere necessari) gli dicesse: «Se ti fai cristiano, ti uccido»?

 

Quante volte la crescita spirituale dei Cristiani e delle Chiese procede a rilento, con aspetti positivi ma anche fra intoppi, esitazioni, noncuranze, egoismi, meschinità, superficialità, pigrizie, rimandi… Perché? Forse perché in tanti casi (e voglio esaminare me stesso, prima di tutto) scarseggia la convinzione profonda, la dedizione completa, la disponibilità a darsi, se necessario, fino alla morte. Forse, per mettere alla prova davvero la nostra fede ci farebbe bene, almeno una volta, essere posti in una situazione simile a quella di Abdul, senza mezze misure, aut-aut: forse lì scopriremmo chi veramente siamo. E chissà che non ci capiti, prima o poi! Gesù, dovendo recarsi nella Città Santa per compiere fino in fondo la sua missione, non esitò, e, come dice Luca, «diresse risolutamente la sua faccia per andare a Gerusalemme» (Lc 9:51; cfr. Lc 9:31, 12:50, 13:32-33). Anni dopo l’Apostolo Paolo, ben sapendo anche lui le sofferenze e i rischi che gli sarebbero toccati andando verso la Capitale, dichiarò pubblicamente di essere «pronto non solo ad essere legato, ma anche a morire a Gerusalemme per il nome del Signore Gesù» (At 21:13); e le sue azioni furono, come nel caso di Gesù, coerenti con le sue parole. E di esempi buoni come questi ne troviamo parecchi, nelle Scritture.

 

«Le armi della nostra guerra»

 

La Scrittura ci esorta a non farci «spaventare in alcuna cosa dagli avversari»; infatti, «questo è per loro una prova di perdizione, ma di salvezza per voi, e ciò da parte di Dio» (Fil 1:28). «Avversari»: significa che c’è una lotta, una guerra. Ma di questo, purtroppo, molto spesso non ce ne rendiamo conto sul serio. Eppure si tratta di una guerra cosmica, che avviene su questa terra ma ha la propria matrice in cielo (come si può constatare, ad esempio, in Ap 12:7). Siamo davvero convinti che c’è un conflitto in atto, fra le forze delle tenebre e il Regno di Dio (vedi At 26:18; Ap 12:17)? Siamo consapevoli del fatto di essere soldati in un esercito, impegnati in un combattimento continuo, e che la guerra non è un gioco? A volte ho l’impressione di Cristiani che vanno al fronte come andare in spiaggia, con ombrellone, secchiello, palette e paperette invece che rivestiti «dell’intera armatura di Dio» (armatura descritta in Ef 6:11ss.). Forse, il fatto che «il nostro combattimento non è contro sangue e carne, ma contro i principati, contro le potestà, contro i dominatori del mondo di tenebre di questa età, contro gli spiriti malvagi nei luoghi celesti» (Ef 6:12; cfr. 2Cor 10:4) ci illude che le cose non siano poi così drammatiche, perché quelle realtà non le vediamo fisicamente e possiamo in qualche modo rimuoverle, obliterarle, evitando di affinare i sensi dello spirito per percepirle nelle cose d’ogni giorno. Forse è per questo che, ogni tanto, avremmo bisogno di trovarci di fronte «sangue e carne», a una minaccia pressante, materiale, fisica, concreta.

 

«Tu dunque sopporta sofferenze, come un buon soldato di Gesù Cristo», scriveva Paolo a Timoteo (2Tm 2:3), esortandolo sempre a combattere «un buon combattimento» (1Tm 1:18, 4:7). Alla fine della sua vita, dopo tante dure battaglie, e avendo rischiato tante volte la morte, l’Apostolo poté dire: «Ho combattuto il buon combattimento, ho finito la corsa, ho serbato la fede» (2Tm 4:7). Possiamo, potremo dire lo stesso? «Poiché a voi è stata data la grazia per amore di Cristo, non solo di credere in lui, ma anche di soffrire per lui» (Fil 1:29; cfr. Rm 8:17): ci piace la prima parte di questo passo, meno la seconda… Paolo scriveva di credenti che combattevano nelle loro preghiere (Rm 15:30; Col 4:12); e le nostre, cosa sono? Un combattimento o un’amena e tranquilla chiacchierata? «Voi non avete ancora resistito fino al sangue, combattendo contro il peccato» (Eb 12:5): e noi? Quali profonde ferite portiamo del nostro combattimento? Ma se alle volte ci basta un graffio, anzi, una parola, un inconveniente, un contrattempo, un piccolo disturbo per abbandonare il campo di battaglia, senza rischiare nulla di decisivo!

 

«Questa è la vittoria»

 

«Poiché tutto quello che è nato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede. Chi è che vince il mondo, se non colui che crede che Gesù è il Figlio di Dio?» (1Gv 5:4). L’Apostolo Giovanni dice anche che se la Parola di Dio dimora in noi, allora abbiamo vinto il maligno (ossia Satana: 1Gv 2:14), e Gesù stesso disse a Giovanni e agli altri discepoli: «Nel mondo avrete tribolazione, ma fatevi coraggio, io ho vinto il mondo» (Gv 16:33). Qualunque sia il pericolo, la persecuzione, la sofferenza inflitta ai Cristiani, la Scrittura garantisce che «in tutte queste cose noi siamo più che vincitori in virtù di colui che ci ha amati [Dio]» (Rm 8:37. Il Signore Gesù ha già vinto la sua battaglia (Ap 6:2, 11:7, 17:14), e chi è con lui sederà con lui sul suo trono ed «erediterà tutte le cose» nella Gerusalemme celeste (Ap 3:21, 21:7; cfr. 1Cor 15:57). Ala fine, per sigillare completamente questa vittoria, Gesù «distruggerà col soffio della sua bocca» Satana e chiunque sta, consapevolmente o meno, dalla sua parte (2Ts 2:8; cfr. Ap 20:10).

 

Da tutto ciò capiamo che il Cristiano, se combatte, si cimenta in una guerra già segnata, già vinta. Dunque, è doppiamente insensato se non guerreggia con coraggio ed entusiasmo. Qualunque guerriero vorrebbe avere già in tasca la vittoria e sapere che, anche se dovesse morire, continuerà a vivere, come il Signore ha garantito ai suoi veri discepoli (cfr. Gv 11:25-26). Forse è a questo che pensava Abdul quando veniva minacciato. A questo, senz’altro, pensavano Pietro e Giovanni quando, minacciati dal Sinedrio di non testimoniare più del Cristo, dissero: «Giudicate voi, se è giusto davanti a Dio ubbidire a voi, piuttosto che a Dio. Poiché, quanto a noi, non possiamo non parlare delle cose che abbiamo visto e udito» (At 4:19-20), e quando, nuovamente minacciati e anche duramente percossi, «si allontanarono dal sinedrio, rallegrandosi di essere stati vituperati per il nome di Gesù» (At 5:40-41; cfr. Mt 5:10-12).  E noi? A cosa pensiamo quando dobbiamo compiere qualche piccolo sacrificio per il Signore e per la sua Chiesa? Alle nostre opere la risposta (Ap 14:12-13).

 

 


 

«Non nominare il nome di Dio invano»

 

Prendiamo spunto dalle recenti polemiche e dagli incresciosi fatti di cronaca riguardanti le “vignette satiriche” su Maometto che parecchio hanno offeso buona parte mondo islamico; non lo facciamo, però, per entrare nel merito della questione in sé, quanto, piuttosto, per presentare alcune considerazioni su come nell’Occidente, in generale, non venga rispettata la Santità di Dio. È fin troppo ovvio che minacciare stragi, assalire ambasciate, compiere distruzioni, intimidazioni, aggressioni e via dicendo, a causa di alcune vignette considerate blasfeme, è qualcosa che non ci può trovare minimamente concordi; al tempo stesso, però, questo tipo di esagerazioni devono farci riflettere su esagerazioni d’un altro genere, possiamo dire quasi di segno opposto, esagerazioni delle quali quasi nessuno si preoccupa più di tanto nell’“Occidente cristiano”. Ad esempio, chi scrive questo articolo vive in Friuli, regione per tanti versi splendida e ricca sia di bellezze naturali e di una certa prosperità economica sia di gente capace di sacrifici, laboriosità, accoglienza e solidarietà. Come ovunque, però, v’è anche il rovescio della medaglia, vi sono cioè anche i difetti, i limiti; fra questi, per restare nell’argomento che abbiamo scelto, il bruttissimo vizio (comune a tutta l’Italia e a tanti altri Paesi, ma qui sicuramente presente in modo quasi ossessivo), di nominare il nome di Dio invano e di bestemmiarlo.

 

È giusto scandalizzarsi del fanatismo di chi compie violenze, intimorisce o esegue sommari atti di presunta giustizia a causa di qualche vignetta; quasi nessuno, però, nel mondo presunto cristiano, si scandalizza della violazione continua, persistita e insopportabile (insopportabile per quei pochi che ancora davvero amano e rispettano il Signore) del terzo comandamento, che dice: «Non userai il nome dell’Eterno, il tuo Dio, invano, perché l’Eterno Dio non lascerà impunito chi usa il suo nome invano» (Esodo 20:7). Nei Paesi di “cultura cristiana”, la stragrande maggioranza delle persone nomina il nome di Dio a vuoto più volte al giorno; molti addirittura quasi ad ogni frase; e molti, in modo occasionale o costante, insultano Dio con gli epiteti più ingiuriosi e schifosi. Dio, nel migliore dei casi, viene tirato in ballo per le cose più futili; continuamente, poi, viene offeso con ripetitività quasi meccanica. La bestemmia diviene in molti casi un vizio così radicato che non ci si accorge nemmeno più di averlo, un’azione meccanica quasi come respirare o sbattere le palpebre.

 

Quando poi viene fatto notare a qualcuno, uso a non rispettare Dio, che già il solo fatto di nominarlo invano è gravissimo (al pari degli altri peccati condannati dai dieci comandamenti, come il furto, l’adulterio, l’idolatria, l’omicidio, la menzogna: ma anche di questi peccati, sempre più spesso, oggi ci si preoccupa sempre di meno), le risposte sono di vario genere. Ecco le più comuni: «Ma io non credo in Dio» (ma se non ci credi, perché lo bestemmi? Che senso ha?); oppure: «Ma lo faccio solo quando sono molto arrabbiato: quando ci vuole, ci vuole!» (ma, allora, anche rubare e uccidere può essere giustificato, se «ci vuole»); e ancora: «Sì, è vero, qualche volta o spesso lo faccio, ma Dio è amore, capirà, Dio perdona» (dunque, siccome Dio è amore, allora lo possiamo ingiuriare o banalizzare, certo! E ci si dimentica, inoltre, che tutti i peccati denunciati dai comandamenti di Dio impediscono l’accesso al suo amore. Dio è amore, ma per essere in relazione d’amore con lui dobbiamo pentirci dei nostri peccati e non commetterli più: «Ravvedetevi e fate frutti degni di ravvedimento» è l’annuncio primario del Vangelo, perché «la scure è già posta alla radice degli alberi; ogni albero che non produce buon frutto sarà tagliato e gettato nel fuoco»: Matteo 3:2.8; Luca 3:9). Se è vero – com’è vero – che «la bocca parla dall’abbondanza del cuore» (Matteo 12:34), cosa c’è nel cuore di chi volgarizza e/o vilipende Dio?

 

Un’altra riflessione: si sarà notato che il terzo comandamento ingiunge di non nominare Dio in modo inutile, superfluo, ossia quando non sia in occasione di atti di vera adorazione o si stanno facendo seri, meditati, biblici discorsi su di lui. La bestemmia, l’invettiva o la parola oltraggiosa contro la Divinità, che è cosa ovviamente ancor più grave, non viene presa in considerazione dai dieci comandamenti; si tratta, in effetti, di un peccato di tale enormità che gli uomini dei tempi di Mosè (quando i comandamenti furono promulgati, circa 1300 a.C.) neppure si sognavano di concepire! La bestemmia, insomma, pane quotidiano di tantissimi uomini occidentali d’oggi, va oltre le cose più gravi, è un peccato di portata inaudita, incommensurabile. Insolentire, schernire, offendere la Maestà e la Santità di Dio è tragedia di portata così estesa che stentiamo a rendercene conto. Se solo si provasse a immaginare di comparire davanti all’Immensità di Dio, e a proferire a quel punto un solo sospiro contro di lui, forse la si farebbe finita; ma per questo ci vorrebbe meditazione sulle cose di Dio, conoscenza di esse tramite la Sacra Scrittura, e quel sacro timore di Dio che sono cose oramai latitanti, anzi, possiamo dire pressoché sconosciute ai più.

 

Il Cristianesimo ci fa conoscere un Dio fattosi uomo che si fa insultare, dileggiare, percuotere, torturare e uccidere pur di salvarci, pur di farci capire quanto ci siamo immersi nel peccato e di farci apprezzare il suo amore, la sua misericordia, perché a chiunque si ravvede e si converte egli apre le porte del perdono e della vita eterna. Di fronte alle feroci angherie subite (ben più gravi delle famigerate vignette, che sono comunque condannabili), Gesù è stato «come un agnello muto davanti a chi lo tosa» (Isaia 53:7; Atti degli Apostoli 8:32). Il Signore, fino alla fine del mondo (ma solo fino ad allora, si badi!) tollera con infinita pazienza miliardi di quotidiani oltraggi, affronti, irrisioni, prese in giro, satire, e non sta a chi crede in lui fare vendetta, perché la Scrittura dice: «Non rendete ad alcuno male per male; cercate di fare il bene davanti a tutti gli uomini. Non fate le vostre vendette, cari miei, ma lasciate posto all’ira di Dio perché sta scritto: “A me la vendetta, io darò la retribuzione” … Non essere vinto dal male, ma vinci il male col bene» (Lettera ai Romani 12: 17-21). Secondo l’insegnamento di Cristo, reagire con ferocia e violenza a forme di dissacrazione, non ha senso; si deve piuttosto insegnare ciò che è sbagliato e, dal canto proprio, dare il buon esempio. Se poi il buon insegnamento e il buon esempio non verranno seguiti, sarà Dio, nel giorno del Giudizio, a mettere in esecuzione la Giustizia (con la “g” maiuscola, perché si distingue da quella umana, inevitabilmente sempre parziale, incompleta, a volta addirittura… ingiusta!). Fino a quel giorno, ognuno ha la possibilità di pentirsi e cambiare strada: «Il Signore non ritarda l’adempimento della sua promessa, come alcuni credono che egli faccia, ma è paziente verso di noi, non volendo che alcuno perisca, ma che tutti giungano a ravvedimento …Ricordate che la pazienza del nostro Signore è in funzione della salvezza» (2Pietro 3:9.15).

 

L’uso improprio del nome di Dio, ancor di più la bestemmia, e in genere ogni forma di profanità, sono vere e proprie piaghe sociali alle quali ci si è fin troppo abituati. Per fare un esempio che può colpire la sensibilità degli Italiani, prendiamo in considerazione una partita di calcio: il regolamento dice che la bestemmia va punita dall’arbitro con provvedimenti disciplinari, ma avete mai visto qualcuno ammonito o espulso per aver bestemmiato? Certamente no! E perché? Un arbitro vi risponderà che, se dovesse farlo, nell’arco di mezz’ora resterebbero in capo forse due o tre giocatori… e così, perché il gioco di questo mondo vada avanti, e illudendoci del fatto che ciò che non viene subito punito non deve essere poi tanto grave, ecco un popolo di sacrileghi e bestemmiatori. La partita va avanti, finisce, ma quando non ci sarà un arbitro umano a giudicare, bensì l’Arbitro che è Padrone dell’Universo, le cose saranno molto, molto diverse. È deprimente, dunque, che coloro che si ritengono Cristiani, o comunque parte di una storia e una cultura cristiana, si disgustino per reazioni di altre culture giudicandole fanatiche e fondamentaliste, ma poi non si accorgano neppure di essere empi, blasfemi, spiritualmente scellerati. Qualcosa di simile avviene anche per altri aspetti: un classico esempio è quello del velo imposto alle donne, che un occidentale e un Cristiano non comprendono e non ammettono; d’altronde, però, nei nostri Paesi le donne sono sempre più letteralmente senza veli, ossia spogliate, svestite, denudate, in una corsa alla volgarità, all’oscenità, alla pornografia e alla trasgressione che ha superato ogni limite. Va bene, questo? Ci riteniamo migliori di quelli che impongono il velo?  

 

In conclusione, tornando più specificamente al tema che abbiamo trattato, è assolutamente necessario che si recuperi il senso della sacralità, della venerabilità e intangibilità delle cose di Dio e della sua Persona, re-imparando a conoscerlo, amarlo e lodarlo (e non bestemmiarlo!) giorno e notte e in ogni circostanza della nostra esistenza: «Lodate l’Eterno, voi nazioni tutte! Celebratelo, voi popoli tutti! Poiché grande è la sua misericordia verso di noi, e la fedeltà dell’Eterno dura per sempre» (Salmo 117; Romani 15:11); «Alleluia. Lodate l’Eterno dai cieli, lodatelo nei luoghi altissimi» (Salmo 148:1); «Esultino i santi [leggi: i credenti in Dio] nella gloria, cantino di gioia nei loro letti» (Salmo 149:5). La lode delle nazioni, la lode delle creature celesti, la lode di ogni singolo uomo nelle sue meditazioni e preghiere private. Ma ancora: «Alleluia. Cantate all’Eterno un canto nuovo, cantate la sua lode nell’assemblea dei santi» (Salmo 149:1). L’«assemblea dei santi» ci riporta, riferendoci al Nuovo Testamento, alla Chiesa di Cristo, fra i cui scopi specifici v’è quello di radunare i veri credenti affinché lodino il Signore nella loro vita e nell’adorazione in comune (si legga Atti degli Apostoli 2:46-47; Efesini 5:19), affinché si pratichino «sacrifici di lode», ossia un culto reso da labbra che proclamano la gloria di Dio (Ebrei 13:15): «Amen! La benedizione, la gloria, la sapienza, il ringraziamento, l’onore, la potenza e la forza appartengono al nostro Dio nei secoli dei secoli. Amen!» (Apocalisse 7:12). Di fronte a un mondo capace di essere in tanti modi blasfemo, i Cristiani, nella loro vita privata e sociale, e in quella società particolare che è la Chiesa di Cristo, devono, con le labbra e con la loro stessa vita, lodare, magnificare, benedire e glorificare Dio, non solo evitando ogni parlare sciocco o addirittura offensivo (Efesini 5:3-4), ma anche esaltando il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo e cercando di far comprendere a chi ancora non l’ha capito che Dio è degno solo di onore e di amore, e mai di insulto e di disprezzo. Da un punto di vista spirituale, e per la salvezza delle nostre anime, sarebbe meglio pensare a far questo prima di infastidirci per il modo di comportarsi di altri che riteniamo (ma è davvero così?) peggio di noi.

 


Il valore della (vera) famiglia

 

Nel contesto delle spesso agitate discussioni intorno agli argomenti di cui si parla di seguito, vogliamo pubblicare una lettera, scritta da un appartenente alla nostra comunità, pubblicata recentemente su un quotidiano locale.

Negli accesi dibattiti su famiglia, separazioni, divorzi, secondi o terzi matrimoni, coppie di fatto (etero o omosessuali), matrimoni fra omosessuali, lesbiche e transes­suali, convivenza, per non parlare della nuova moda del vivere assieme ma in case diverse (“Living Apart Together”, già molto diffusa in altri Paesi) e via dicendo, c’è sempre qualcuno che – non a torto – sottolinea come tutta questa “varietà” sia nata proprio dalle ceneri della famiglia tradizionale (o, meglio, famiglia naturale: quella che, fra non molto, andando avanti così, diventerà purtroppo la famiglia “diversa”).

In effetti, se la maggior parte delle famiglie avessero tenuto alta la dignità, la compattezza, il senso, i valori, lo spirito di quel nucleo familiare che io consi­dero ancora l’unico vero (uomo, donna e, se si è in questo benedetti, figli), molte deviazioni e alterazioni avrebbero trovato ben poco spazio. I bimbi che nascono in una casa con mamma e papà i quali – nonostante tutte le difficoltà di un matrimonio – si amano, si rispettano, rimangono fedeli, prestano fede fino all’ultimo all’impegno preso (di fronte alla società e di fronte a Dio), si sacrificano, fanno di tutto per fare della casa un luogo d’amore e un rifugio sicuro nel marasma di questo mondo, solo in casi molto rari percorreranno, da adulti, strade diverse.

È dunque vero che la crisi della famiglia “tradizionale” genera molte trasformazioni e falsificazioni della stessa, ma è proprio sulla famiglia, allora, che si deve lavorare. Molti disordini sociali ed etici nascono dallo scompiglio e dal fallimento di tanti, troppi focolari domestici, e moltissime persone e famiglie, poi, in un circolo vizioso da cui è difficile uscire, vengono a loro volta influenzate dal corpo sociale impazzito, e non trovano più l’orientamento. Tutti i cittadini, credenti e non, dovrebbero mettersi la classica mano sulla coscienza e capire che, se daranno vita a famiglie vere e sane, contribuiranno al bene proprio e alla formazione di una società migliore, costruendo la gioia propria, dei propri figli e dei figli dei propri figli.

Da Cristiano, poi, nei miei quasi vent’anni di matrimonio, ho sempre considerato la mia famiglia come formata non solo dai suoi componenti umani (mia moglie, le nostre figlie, il sottoscritto), ma anche dal Signore Gesù, il quale è costantemente presente e influenza le nostre scelte, i nostri atteggiamenti, e ci aiuta nei momenti difficili, ci è di modello per superare incomprensioni, egoismi, desideri distruttivi (sempre presenti in ogni essere umano), affinché ciò che abbiamo deciso di costruire sia portato a termine secondo la solenne promessa fatta: nella buona o nella cattiva sorte, in povertà o ricchezza, in salute o malattia…


Lo “spirito del Natale”

Riflessioni su alcune recenti affermazioni di Papa Benedetto XVI

Poco prima del Natale 2005, Papa Ratzinger ha esternato, durante l’Angelus, la sua disapprovazione per l’«inquinamento commerciale» che rischia di alterare l’«autentico spirito» del Natale a tutto vantaggio di «giganteschi interessi economici»; di qui, l’invito a riscoprire il «vero significato» del Natale.

Ora, che la commercializzazione di questa festività sia a dir poco scandalosa, è fuor di dubbio, e di ciò hanno colpa non solo i grandi e piccoli produttori e commercianti, ma tutti coloro (ossia la stragrande maggioranza delle persone) che – per così dire - “stanno al gioco”, perché alla fin fine è proprio l’aspetto dei doni, delle compere, delle carte da regalo colorate, degli addobbi e dell’emotività edonistica e materialistica ciò che affascina la massa delle persone. Ma se tutto ciò non ha nulla a che vedere con una sana religiosità, dobbiamo davvero domandarci quale sia il significato vero del Natale, festività che – ma questo non molti lo sanno – non fu istituita né da Gesù, né dagli Apostoli, né dai primi Cristiani, bensì da una chiesa oramai ben distante dal modello del Nuovo Testamento, ossia quella del IV secolo d.C., come già i nostri Lettori possono trovare spiegato in questo sito.

Facciamo innanzi tutto attenzione a quello che sarebbe il vero spirito del Natale secondo Ratzinger: egli ha prima di tutto definito «provvidenziale» il fatto che tale festività sia preceduta da quella dell’8 Dicembre (Immacolata concezione di Maria), ossia un’altra invenzione (che possiamo ben definire mariolatrica, ossia idolatrante Maria) della tradizione e del magistero cattolico, una invenzione che nulla ha a che fare col Vangelo; poi, ha parlato del presepe (prima di concludere il suo discorso benedicendo i bambinelli dei presepi), definendolo un modo «semplice ma efficace di presentare la fede per trasmetterla ai propri figli». Benedetto XVI, infatti, ha affermato che il presepe aiuta a «contemplare il mistero dell’amore di Dio che si è rivelato nella povertà e nella semplicità della grotta (?) di Betlemme» e ha ricordato che fu Francesco d’Assisi a volerlo riproporre nel presepe vivente, «divenendo in tal modo iniziatore di una lunga tradizione popolare che ancor oggi conserva il suo valore per l’evangelizzazione». Una tradizione popolare risalente a oltre mille anni dopo Cristo e un dogma sancito da Papa Pio IX nel 1854, dunque, sarebbero parte integrante del vero significato del Natale. Come sempre, la Chiesa romana non si smentisce, obliterando completamente il Nuovo Testamento.

Domandiamoci: come può il Natale essere fonte di evangelizzazione – ossia di diffusione del Vangelo – se si tratta di una ricorrenza sconosciuta al Vangelo? Se Cristo e gli Apostoli avessero voluto dirci la data della nascita del Signore (il 25 Dicembre, come si sa, è pura finzione), e avessero voluto comandare ai Cristiani una festa ad essa relativa, avrebbero avuto tempo e modo di farlo. Ma non l’hanno fatto, in nessuno dei 27 scritti del Nuovo Testamento! Allo stesso modo, l’immacolata concezione (al pari di tutto ciò che riguarda la venerazione cattolica di Maria) e il presepe non trovano alcun riscontro nella Parola di Dio, la quale vieta qualunque forma di culto rivolto a chiunque non sia il Signore, così come vieta l’uso a scopi religiosi di statue, statuette, immagini e simili. Se la venerazione di Maria e il presepe fossero veramente mezzi di diffusione del Vangelo, l‘Italia sì che sarebbe veramente cristiana! Ma la realtà ci dice ben altro. Il nostro (al pari di tanti altri) è un Paese sostanzialmente pagano, che di tanto in tanto si dà una verniciatura con alcune forme pseudocristiane; e Benedetto XVI dimostra di saperlo bene. Presepi se ne vedono a milioni; Maria, per le persone, conta in genere molto più di Gesù Cristo; di conseguenza, il Cristianesimo non esiste quasi più.

L’unico modo per evangelizzare è diffondere, spiegare e praticare la Parola di Dio, quella Parola che, però, se rettamente conosciuta dalle persone, toglierebbe ogni base di sussistenza al cattolicesimo romano (e non solo al cattolicesimo romano). È per questo che la Chiesa di Roma, nei secoli passati, ha da sempre osteggiato e di sovente apertamente condannato e proibito la diffusione della Bibbia, facendo buon viso a cattiva sorte solo nel secondo dopoguerra, quando le trasformazioni storiche, politiche, sociali e culturali l’hanno costretta a consentirne e apparentemente favorirne la lettura, per non rimanere al Medioevo o all’Antico Regime. Ma diciamo apparentemente perché, mentre da un lato si dice di volere diffondere la Parola di Dio, dall’altro si continuano ad enfatizzare sempre più dogmi, forme di culto, dottrine e ordinamenti che non trovano alcuna rispondenza nella Bibbia. Il Natale si è corrotto? Certo, ma esso stesso è stato una subdola contaminazione del culto e dello spirito originario del Cristianesimo, avendo (al pari di altre tradizioni cattoliche) indirizzato la gente verso un approccio alle cose di Dio non più basato sulla parola del Signore ma su paganeggianti tradizioni umane spacciate per Cristianesimo. Certo, esiste un «inquinamento commerciale», come ha detto il Papa; ma esiste anche un inquinamento spirituale, religioso, di cui il cattolicesimo è stato ed è maestro. Si torni concretamente al Vangelo, e si scoprirà che non è coi presepi, con le icone della Madonna, con le festività volute dal popolo e/o comandate da gerarchie religiose che si può contemplare e vivere l’amore di Dio (come il Papa si è augurato che avvenga), ma solo cibandosi della Parola di Dio ogni giorno, perché spiritualmente non si vive di solo pane, né di panettoni, né di statuette, «ma di ogni parola che procede dalla bocca di Dio» (Matteo 4:4).

Il presepe natalizio è un modo «semplice ma efficace di presentare la fede per trasmetterla ai propri figli», come dice il Papa? No, noi Cristiani preferiamo fidarci di quanto troviamo scritto nella Bibbia: «Questi comandamenti che oggi ti do ti staranno nel cuore; li inculcherai ai tuoi figlioli, ne parlerai quando te ne starai seduto in casa tua, quando sarai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai…» (Deuteronomio 6:6-7). Per i veri credenti è Natale ogni giorno, perché ogni giorno essi coltivano un vero e diretto rapporto col Signore, fondato sulla sua Parola. E se pratichiamo e insegniamo questo ai nostri figli, sarà festa in casa nostra ogni giorno. Una festa veramente, autenticamente cristiana.

 


 

Da che pulpito!

 

Secondo l’attuale Papa, Benedetto XVI, tutto l’Occidente e l’Europa in particolare sono ridiventate terre di missione cristiana, ossia vanno nuovamente cristianizzate in quanto sostanzialmente atee. Ovviamente, però, il Papa intende cattolicizzata. Per lui, cristianizzare e cattolicizzare sono la stessa cosa, ma non è così. E’ vero che l’Occidente, in generale, è divenuto sostanzialmente ateo, ma è altrettanto vero che il cattolicesimo ha avuto un ruolo non secondario nel raggiungimento di questo deludente esito. Cristianizzare, ossia portare il Vangelo di Cristo, è una cosa; cattolicizzare, ossia portare dogmi, tradizioni, istituzioni e interessi della Chiesa cattolica romana, è ben altro. Concordiamo appieno con quanto fatto dire a uno dei personaggi delle sue opere dal celeberrimo scrittore Feodor Dostoewsky. I brani sotto riportati sono tratti dal romanzo L'Idiota (Edizione Garzanti 1984, 2° vol., pgg. 686-687).

 

[...] "Pavliscev era dotto, di un'intelligenza luminosa, ed era un cristiano, un vero cristiano", disse improvvisamente il Principe. "Come, dunque, avrebbe potuto convertirsi a una fede che non è cristiana?" aggiunse girando uno sguardo scintillante su tutti i presenti.

"Andiamo, via, codesta è un po' un'esagerazione!" brontolò il vecchio, guardando meravigliato Ivan Fjodorovic.

"In che modo la fede cattolica non sarebbe cristiana?" domandò Ivan Petrovic, agitandosi sulla sedia. "Che fede sarebbe?".

"Anzitutto, non è una fede cristiana!" rispose il Principe estremamente agitato e in tono più brusco di quanto fosse permesso. "Questo è in primo luogo; in secondo luogo, il cattolicesimo romano è peggiore dello stesso ateismo, a parere mio. Sì, io sono proprio di questo parere! L'ateismo predica il nulla, mentre il cattolicesimo si spinge al di là e predica un Cristo travisato, un Cristo calunniato dallo stesso cattolicesimo, e oltraggiato, un Cristo contrario alla verità! Il cattolicesimo predica l'Anticristo, [...] ve lo assicuro! E' una mia propria opinione, la mia opinione personale, per cui Dio sa quanto ho sofferto... Il cattolicesimo romano crede che, senza una potenza imperiale, la fede cristiana non possa sussistere nel mondo, e grida al tempo stesso: Non possumus! Secondo me, il cattolicesimo romano non è nemmeno una religione, ma è la continuazione dell'impero romano, e tutto in esso è sottoposto a questa idea, cominciando dalla fede. Il papa vi ha conquistato il trono terrestre ed ha alzato la spada. Da quei tempi, ogni cosa prosegue in tal modo, solo che alle spade hanno aggiunto la menzogna, la furberia, l'infingimento, il fanatismo, la superstizione, la scelleratezza, trastullandosi coi più sacri, più sinceri, più ardenti sentimenti, i migliori sentimenti del popolo. Ogni cosa è stata venduta da Roma per denaro, per il vile potere temporale. Non sono queste le dottrine dell'Anticristo?! Come avrebbe potuto non derivare da esso l'ateismo? L'ateismo è uscito da loro, dalla Chiesa Cattolica Romana!  I primi atei sono stati loro; come avrebbero potuto credere in sé stessi? L'ateismo prese radice per il disgusto ch'essi ispirarono; è prodotto dalle loro menzogne e dalla loro impotenza spirituale!"

 

Recentemente, Benedetto XVI ha tuonato contro le “sette”, dicendo no alla «religione fai-da-te», e affermando inoltre: «Troppo spesso, in questo tempo che sembra aver dimenticato Dio, il cosiddetto ritorno al religioso costituisce un boom di tipo consumistico». Da che pulpito! Prima di tutto, il cattolicesimo romano rappresenta una delle più grandi religione fai-da-te esistenti, essendo un prodotto storico specificamente umano che poco o nulla ha a che fare col Vangelo di Dio. E poi, come si fa a parlare di religione consumistica quando si sono inventate cose come il potere temporale dei Papi, le indulgenze, i Giubilei, Banche e banchieri di Dio e via dicendo…?!?

 

E’ vero, il Cristianesimo ha più che mai bisogno di essere predicato prima di tutto nei Paesi che vantano origini, radici cristiane. Ma che si predichi davvero il Cristianesimo, altrimenti, invece di portare la gente fuori dall’ateismo e dalle religioni fai-da-te, la si immette proprio là dove si è insegnato a fare da sé, senza la Parola di Dio.

 

 


Discepoli di Cristo, non del Papa!

Riflessioni sul fenomeno di massa verificatosi a seguito della morte di papa Wojtyla.

 

1. I Cristiani hanno un solo e immenso Padre in cielo e sulla terra: Dio.

 

“Un padre in cielo”: così s’intitolava una puntata dedicata alla morte di Papa Wojtyla da parte di una nota trasmissione televisiva. “Santo subito!”, acclamava la gente, mentre il Cardinale Ratzinger annunciava alla folla che Giovanni Paolo II, il “santo padre”, era già in cielo. E già, da sempre la Chiesa cattolica romana pretende di gestire le porte dell’aldilà (basti pensare al Purgatorio), ad onta del fatto che, secondo l’Apostolo Paolo, solo a Dio spetta di «rendere a ciascuno secondo le sue opere» nel Giorno del Giudizio, il «giorno in cui Dio giudicherà i segreti degli uomini per mezzo di Gesù Cristo» (Romani 2:6.16); infatti, Paolo ha aggiunto: «Non giudicate nulla prima del tempo, finché sia venuto [ossia tornato] il Signore, il quale metterà in luce le cose occulte delle tenebre e manifesterà i consigli dei cuori» (1Corinzi 4:5).

 

Nei fatidici giorni della morte, già si dice “Giovanni Paolo II il Grande”, mentre lo scrittore Jonathan Kwitny, già qualche anno fa, aveva intitolato L’uomo del secolo un suo diffusissimo libro che viene velocissimamente ristampato. E qualcuno, ovviamente, già parla di miracoli che sarebbero avvenuti tramite il pontefice romano… e poi, telecamere e megaschermi per le fumate nere e bianche e… habemus papam! Poco prima dell’elezione di Ratzinger, una ragazza presente in piazza S. Pietro, intervistata, implora: “Datemi il mio Papa, fate in fretta, non posso vivere senza di lui. Ne ho bisogno!”. E pianti, e lacrime. Anche molti atei, o tiepidi credenti, o facenti parte di altre religioni, si abbandonano alla commozione. Scrive una giovane studentessa sul Messaggero Veneto del 6 aprile: «No, non è importante se ci crediamo o no, in Dio e nella Chiesa», perché importante è «riuscire a dire grazie per tutto quello che ha fatto il Papa».

 

Come Cristiano, ex-Cattolico, ringrazio Gesù per avere insegnato ai suoi discepoli, fra le tante cose, anche questa: «Ma voi non fatevi chiamare maestro, perché uno solo è il vostro Maestro: il Cristo, e voi siete tutti fratelli. E non chiamate alcuno sulla terra vostro padre, perché uno solo è vostro Padre, colui che è nei cieli. Né fatevi chiamare guida, perché uno solo è la vostra guida: il Cristo. E il maggiore di voi sia vostro servo» (Matteo 23:8-11). Gesù ha detto di non chiamare alcuno sulla terra “padre” in senso spirituale, se vogliamo essere rispettosi dell’unico Padre dell’universo, Dio Onnipotente; ma Wojtyla è stato addirittura osannato come “padre in cielo”. «Padre nostro che sei nei cieli», come tutti sanno, è l’inizio della preghiera-modello che Gesù ha lasciato ai cristiani (il “Padre nostro”, appunto: Luca 11:2-4). Ci rendiamo conto di che livello di idolatria si raggiunge, in questi casi?!? L’uomo del secolo, per un vero Cristiano, è sempre e solo Gesù Cristo. Mentre ora le folle si aspettano che Wojtyla dispensi loro dal cielo aiuto, forza spirituale, favori, addirittura miracoli, e un’opera di intermediazione nei confronti di Dio, il Nuovo Testamento continua a dire che «c’è un solo Dio, ed anche un solo mediatore tra Dio e gli uomini: Gesù Cristo uomo, il quale ha dato se stesso come prezzo di riscatto per tutti» (1Timoteo 2:5-6). Ma quanti leggono il Nuovo Testamento? E soprattutto, quanti lo leggono seriamente, ossia dandogli pieno credito ancora oggi?

 

2. Il mondo in fila… ma non dietro al Signore

 

“Il mondo in fila”, annunciava un altro titolo riferendosi all’immenso corteo (sia fisico che virtuale) in occasione dei funerali. Un oceano di folla ha compiuto lunghi e lunghissimi viaggi e ha passato ore e ore in fila per scorgere la salma di Wojtyla solo per pochi istanti e potere anche dire un giorno: «Io c’ero». Giuseppe Tornatore, sul numero 16 di Panorama, ha scritto: «Un’umanità smarrita che tenta affannosamente di cogliere un obiettivo e di saperlo raggiungere ad ogni costo … che ha perduto ogni punto di riferimento e tuttavia riesce a trovare il filo che la condurrà fuori dal labirinto. Ma in 3 mila persone al minuto!». E già, non è così che si esce dal labirinto di questo mondo, dal nostro labirinto esistenziale, dal labirinto del peccato. La via di Cristo è un'altra, è «angusta», e «pochi sono coloro che la trovano» (Matteo 7:14); è una «porta stretta» per la quale si entra a fatica uno per volta con un contatto serio, profondo, vissuto con la sua Parola, il Vangelo, diffidando delle teologie, delle filosofie, delle tradizioni umane e, soprattutto, delle grandi campagne mediatiche. Di fronte a questa porta stretta non c’è (e purtroppo possiamo esserne certi) il mondo in fila, ma solo qualcuno, sparso qua e là nel mondo, non ripreso dalle telecamere…

 

3. «Tu sei Pietro…»

 

In queste settimane abbiamo sentito parlare a più non posso di diritto canonico, encicliche, catechismi, scritti teologici, tradizioni ecclesiastiche, pronunciamenti “ex cathedra”, concili, sinodi… ma il grande assente è stato semplicemente il Vangelo! L’unica frase evangelica continuamente citata è stata quella classica: «Tu sei Pietro…», che per secoli è stata fatta passare come la sentenza fondante del Cattolicesimo romano e del potere del Vescovo di Roma, stravolgendo il senso di quell’espressione di Gesù e dell’intero insegnamento neotestamentario e attribuendo al Papa un potere che la Parola di Cristo non riconosce affatto, perché si tratta solo di un prodotto della storia umana che non ha a che vedere col Regno del Signore.

 

Certo, appena eletto il Cardinale Ratzinger (ora Benedetto XVI) ha precisato di voler essere un umile servitore nella vigna del Signore. Ma intanto si fa chiamare “santo padre”, sostiene di essere il rappresentante di Cristo sulla terra e ribadisce che Cristo edifica la sua Chiesa sul Papa; nel corso del suo pontificato, inoltre, scriverà e dirà cose da ritenersi “infallibili”, secondo il relativo dogma sancito dal Concilio Vaticano I (1870) e accetterà inchini e baci al proprio anello papale da parte di migliaia di persone: proprio il contrario di quanto faceva l’Apostolo Pietro, il quale, di fronte a un centurione romano che gli si era gettato ai piedi, glielo vietò rispondendo: «Alzati, sono anch’io un uomo!» (Atti degli Apostoli 10:26; si noti che gli stessi angeli, stando alla Bibbia, non vogliono che alcun uomo si getti ai loro piedi – leggere per credere Apocalisse 19:10, 22:8).

 

Certo, un Papa può avere influssi determinanti sulle vicende terrene; il suo potere è grande e il suo carisma può contribuire in modo determinante anche a vere e proprie svolte epocali da un punto di vista storico. In una misura o nell’altra, è sempre stato così. Molti Papi hanno parlato di guerra e intolleranza e hanno fatto la guerra e praticato l’intolleranza (ricordiamo, per inciso, che Ratzinger è stato – dal 1981 fino all’elezione al seggio papale – prefetto della Congregazione per la dottrina della Fede cattolica, il nuovo nome attribuito nel secolo scorso all’ex Santa Romana e Universale Inquisizione, fondata nel 1542 da Papa Paolo III e protagonista di tante condanne a morte e molteplici altri aberranti misfatti nei secoli passati); altri Papi (non molti, per la verità) hanno detto parole di pace e cercato di lavorare per la pace e la tolleranza. Sicuramente, vorrei far notare, i Papi sono diventati in genere più “buoni” da quando, grazie a Dio e al Risorgimento, è stato loro tolto il potere temporale e non sono più stati Papa-re (breccia di Porta Pia, 20 settembre 1870). Ma non è questo il punto.

 

4. Gesù: morto solo e disprezzato da tutti. Wojtyla: morto osannato da tutti e col mondo ai suoi piedi. Perché?

 

Qual è allora il punto? Facciamo alcuni ragionamenti. Durante le trasmissioni televisive Buona Domenica-Speciale del 3 aprile e Tutte le mattine del 4 aprile scorso, sono arrivati decine di migliaia di SMS in risposta al tema “Pensando al Papa”. Uno dei messaggini rappresentativo di molti altri analoghi, diceva: «Era un grande uomo che ha cambiato i confini dei Paesi. Ha reso libera la Polonia dalla pressione russa e ha combattuto contro il regime». Ebbene, sembrerà strano, ma Gesù, durante il suo ministero terreno, non ha cambiato confini di Paesi, non ha reso politicamente né territorialmente libero nessun popolo, non ha combattuto contro alcun regime, anche se avrebbe benissimo potuto fare tutto ciò (basti dire che, quando Pietro cercò di difenderlo attaccando una guardia che lo stava per catturare, Gesù rispose al discepolo: «Riponi la tua spada al suo posto … Pensi forse che io no potrei adesso pregare il Padre mio perché mi mandi più di dodici legioni di angeli?» – Matteo 26:52-53). In realtà, la folla provò a usarlo per cose di questo genere, cercando di farlo re (un re terreno) e di coinvolgerlo nelle difficili e penose vicende della Palestina occupata dai Romani per trarne dei vantaggi. «Ma Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte tutto solo» (Giovanni 6:15); e proprio per non avere mai voluto essere coinvolto in questioni politiche, notiamolo, si attirò molte di quelle antipatie e ostilità che lo portarono alla condanna. «Il mio regno non è di questo mondo», disse a Pilato (Giovanni 18:36).

 

La proposta di Gesù, quella del Vangelo, è ben lontana da quanto la gente normalmente vuole e si aspetta. Ci sarà un motivo (pensiamoci bene) se Gesù è morto da solo su una croce, mentre Wojtyla è defunto acclamato da tutti, col mondo intero riverente e idolatrante nei suoi confronti. Gesù ha sempre detto agli uomini ciò che avevano bisogno di sentire per potersi salvare, e nel fare ciò ci si rende necessariamente antipatici, quasi sempre. I Papi mischiano a qualche buon messaggio, a qualche spunto conforme ai principi e allo spirito del Vangelo, un’enormità di altre cose e tutta una serie di strategie dialettiche, teologiche e politiche volte a conquistare il favore del maggior numero di persone. Ricordo un contesto del Vangelo nel quale il Signore aveva al suo seguito un gran numero di persone, davvero una grande folla; ebbene, fece un discorso così netto ed esigente che alla fine la gran parte della gente si lamentò della durezza del suo parlare e si tirò indietro (si legga Giovanni 6:60-71): rimase solo lo sparuto gruppetto dei Dodici, uno dei quali l’avrebbe poi tradito proprio per la delusione di non vedere un Messia disponibile a risolvere le questioni terrene come noi vorremmo. Se oggi un Papa dovesse dire alle folle immense che lo seguono sempre la verità biblica, e se vivesse questa verità e la pretendesse da coloro che lo ascoltano, rimarrebbe ben presto solo o quasi. Ma, prima di tutto, non farebbe più il Papa.

 

Un altro SMS, che era un’invocazione rivolta a Wojtyla appena morto, recitava così: «Aiutaci a realizzare il paradiso su questa terra da te tanto amata». La gente, purtroppo, non sa (e non ama saperlo) che Gesù non ha promesso alcun paradiso terreno; al contrario, ha predetto che il mondo andrà di male in peggio fino alla totale distruzione. Non è neppure certo se alla fine si troverà qualcuno con la vera fede (proprio questo s’è domandato il Signore in Luca 18:8)!

 

5. Che cosa pensa molta gente?

 

Torniamo adesso agli SMS della gente, dai quali possiamo trarre molti spunti significativi. Ho acquistato dal giornalaio un libretto intitolato Pensando al papa. Sms Tv, curato dal quotidiano «Libero» e da Maurizio Costanzo, che ha voluto raccogliere diverse centinaia di SMS fra i tantissimi inoltrati. Alcune fra le cose che dirò risulteranno forse polemiche, ma credo che sia necessario essere anche un po’ combattivi per difendere la verità di fronte a fenomeni di massa così diffusi e profondi che sono quasi capaci di impedire il levarsi di qualche voce alternativa, critica (non si vorrà negare, spero, che sia stato effettuato, da parte dei media, una specie di lavaggio di cervello collettivo per giorni e giorni e giorni!). Con tutto il rispetto e la considerazione per opinioni altrui, quindi, mi sia concesso esprimere anche le mie alla luce, come credo che sia, del dato evangelico.

 

Molti autori di “messaggini” hanno affermato di aver trovato o riscoperto la fede in Dio grazie al Papa, il quale è stato definito «l’uomo più buono del mondo», un uomo «perfetto». Che strano, però: quando qualcuno si avvicinò a Gesù chiamandolo «Maestro buono», il Signore rispose: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non uno solo, cioè: Dio.» (Matteo 19:16-17). Il problema è che la fede della moltitudine non nasce, come dovrebbe essere, dalla Parola di Dio (cfr. infatti ciò che scrive l’Apostolo Paolo in Romani 10:17, ove si afferma chiaramente che la fede vera non può che nascere dall’ascolto della Parola di Dio), bensì dalle parole degli uomini, e, soprattutto, dall’ascendente di quelli più carismatici. Basti pensare che uno ha scritto: «Io non ho avuto il dono della fede eppure pensando al Papa sento l’entusiasmo per Cristo»; che cosa significa, concretamente, avere “entusiasmo per Cristo” senza avere fede? Significa essere sospinti da un impulso emotivo, essere trascinati da un’ondata sentimentale, ma, appunto non essere nella fede. Per vedere quanto la gente sia vicina alla televisione, ma lontana dal Vangelo, si consideri un messaggino come questo: «Ho promesso che se il papa moriva senza soffrire avrei ricreduto in Dio. E manterrò!». Da ciò dobbiamo dedurre che si può credere in Dio se un suo grande servitore (o presunto tale) muore senza soffrire; ma, continuando nel ragionamento, allora non dovremmo credere in Dio, dal momento che il suo più grande servitore – addirittura il suo Figlio Unigenito – è morto fra sofferenze atroci…

·      Altri hanno scritto: «Se Gesù non si fosse chiamato così sicuramente il suo nome sarebbe stato Karol», fino ad arrivare al paradosso: «Inchiniamoci di fronte agli occhi dell’unico uomo mortale che ha vissuto scontando i nostri peccati sulla propria pelle», oppure: «Il Papa è stato il mediatore fra Dio e l’uomo, il Gesù del duemila». In pratica, il passo dell’Apostolo Paolo sopra riportato (1Timoteo 2:5-6, secondo cui l’unico Mediatore fra Dio e gli uomini e l’unico che ha scontato i peccati del mondo sulla croce è Cristo Gesù uomo) non vale niente! Nessuno, che non sia il Figlio di Dio e il Messia, può scontare i peccati altrui (prego i Lettori di considerare i seguenti passi biblici: Salmo 49:7; Luca 5:21; Marco 10:45; 1Pietro 2:24). Eppure, si legge in un messaggio al Papa: «Papa, perdonami!». La gente, non conoscendo la Scrittura, o non dandole credito, bestemmia senza neppure accorgersene (intendo qui “bestemmia” nel senso biblico dell’espressione, ossia l’affermazione di qualcosa di assolutamente inverso alla verità rivelata da Dio).

·      Qualcuno è giunto addirittura a dichiarare che l’uomo di Cracovia è stato «la reincarnazione di Gesù». Già, ve lo vedete Gesù (che ai suoi tempi non ebbe neppure «dove posare il capo» (Luca 9:58) uscire dai lussuosi palazzi Vaticani, attorniato da guardie svizzere e guardie del corpo, mentre procede in Papa-mobile (o Cristo-mobile) ripreso dalle telecamere di tutto il mondo, per recarsi da trionfatore a un incontro con qualche potente della terra che fa di tutto per renderselo amico e andare d’accordo con lui, in modo di guadagnare consensi? Proprio ciò che avvenne di fronte a Erode e Pilato, vero?!?

·      Un altro, ancora, ha affermato: «Abbiamo perso il primo vero successore di Gesù». Come dire che tutti i Papi precedenti non sono stati all’altezza… un bel complimento, per il Cattolicesimo! In pratica, dopo Gesù secoli e secoli di allontanamento dal vero Cristianesimo, altro che “successione apostolica”! Su questa necessaria deduzione possiamo, sì, essere d’accordo.

·      Leggo ancora: «Lo vidi passare quando venne a Prato. Vidi Dio». Mi ricordo di un contesto del Vangelo di Giovanni (14:8-9) nel quale l’Apostolo Filippo chiese a Gesù di poter vedere il Padre e Gesù rispose: «Chi ha visto me, ha visto il Padre». Alla fine dello stesso Vangelo, prima di ascendere al cielo, Gesù dichiarò beati tutti coloro che, pur non potendolo vedere, crederanno in base alla testimonianza del Vangelo (Giovanni 20:28-29). In duemila anni di presunto Cristianesimo, non abbiamo ancora imparato questa lezione? Il vero problema è che gli uomini ricercano queste figure umane carismatiche perché non ricercano la vera fede. Ma su questo punto tornerò più avanti.

·      Un altro SMS dice al Papa: «Ho avuto dubbi su Dio, ma mai su di te, splendido uomo con un cuore divino». Eppure la Sacra Scrittura dice: «è meglio rifugiarsi nell’Eterno Dio che confidare nell’uomo» (Salmo 118:8), o addirittura: «Maledetto l’uomo che confida nell’uomo … Benedetto l’uomo che confida nell’Eterno» (Geremia 17:5.7). Dubitare di Dio, ma mai di un uomo, non è forse l’esatto contrario della fede biblica? In effetti, un alto messaggio al Papa via cellulare dice: «Se tutti potessero amare Dio come hanno amato te sarebbe un passo avanti…»; già, è proprio questo il problema: un uomo, comunque peccatore come tutti gli uomini, viene fanaticamente esaltato, mentre latitano il vero amore e la vera devozione per Dio e per lui solo. Basti dire che una persona s’è chiesta: «Non possiamo pensare di aver perso un altro Messia?», mentre un'altra, più perentoriamente ma sulla stessa linea, ha sentenziato: «Il Messia dei nostri giorni ci ha lasciato». Torniamo allora al concetto di bestemmia: voglio sperare che, se la gente si rendesse almeno minimamente conto di quanto sta dicendo, la smetterebbe. Chi afferma cose simili non ha la minima idea di che cosa significhi Messia e non si rende conto di quanto sia irriverente e blasfemo, nei confronti di Dio e del suo intero piano di Redenzione, esprimere idee di questo genere. Purtroppo, tali frasi dimostrano che Gesù-Messia non trova più spazio, è nella sostanza inesistente nella massa, nessuno ci crede davvero. Altrimenti, non si direbbero cose simili. D’altronde, il fatto che l’uomo-Papa abbia preso per moltissimi il posto dell’uomo-Dio (Gesù) è dimostrato da frasi come questa: «Lavoro con i malati terminali di cancro; il Papa mi ha insegnato a vedere in loro il Cristo. Grazie Karol, da domani vedrò in loro te».

·      «La luce venne e il mondo non la riconobbe». Questa è una allusione che un SMS ha fatto in riferimento ai passi di Giovanni 1:5.10 («E la luce risplende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno compresa … Egli [Cristo] era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, ma il mondo non lo ha conosciuto»), secondo i quali il popolo ebraico, nel suo complesso, non riconobbe la messianicità e divinità di Gesù. L’autore del messaggino ha applicato questo passo a Wojtyla, mettendolo in tal modo sullo stesso piano di Gesù. In questo caso si tratta non tanto di mancata conoscenza del testo biblico, quanto – ed è ancora più grave – di mancato rispetto dello stesso. Nessun vero discepolo di Cristo applicherebbe mai un passo che riguarda il Signore ad un uomo! Gesù disse: «Io sono la luce del mondo; chi mi segue non camminerà nella luce, ma avrà la luce della vita» (Giovanni 8:12). Il discepolo di Cristo segue la luce del divino Maestro, il cattolico quella di un uomo. È vero che ogni Cristiano deve, imitando il Maestro, cercare, nei propri limiti, di essere «luce» (nel senso di buon esempio, buona testimonianza) per il mondo (leggere Matteo 5:16); ma, appunto, ogni Cristiano deve far questo, e comunque nessun Cristiano è la luce: nessun vero Cristiano vorrà mai attribuirsi o vedersi attribuire tale prerogativa!

·      Un altro SMS: «Nel Papa morente e nel suo calvario rivive la Passione di Gesù: per 27 anni Gesù ha camminato in mezzo a noi». Ma quale “calvario”? Giovanni Paolo II è morto come muoiono tantissime persone nel mondo ogni giorno, e molto meglio di come ne muoiono altrettante altre. È morto a causa di specifiche patologie, purtroppo comuni in una persona di 85 anni, e non recandosi, da sano, a soffrire volontariamente su una croce per darci la possibilità di ottenere il perdono dei nostri peccati. Ancora una volta, constatiamo la profana sostituzione del Figlio di Dio con un uomo che, a dire di certi cattolici, avrebbe fatto sì che Cristo potesse in lui «camminare fra di noi» durante il tempo del pontificato. Questo, come ribadirò nella parte finale dell’articolo, non fa altro che manifestare l’assenza di vera fede in Cristo.

 

6. Un inquietante senso di smarrimento

 

«Ora mi sento sola … Ora che non ci sei più staremo ancora più soli … Ho paura di quello che avverrà senza di lui … è cascata la cima del mondo … Adesso chi ci guiderà in questa vita? … Ci hai lasciato: e adesso? … Povera umanità! … Siamo tutti più soli … Siamo rimasti orfani … Ora noi giovani pecorelle come faremo? … Mi sento persa … Adesso che sei volato in cielo, non ci rimane che il vuoto della vita … Siamo rimasti immensamente soli … Che ne sarà di noi? Chi sarà il nostro sole? Chi illuminerà il nostro percorso a Dio?».

 

Questi sono solo alcuni fra i tantissimi SMS che presentano un tenore simile. Un senso di solitudine, di smarrimento, di inquietudine, di incertezza, pervade l’animo di una buona parte di coloro hanno creduto in Wojtyla, e ciò ci fa tornare al punto nodale di tutta la questione. Nessun vero discepolo di Cristo si sentirà mai immensamente solo, né perso e abbandonato, né temerà per il futuro, né dubiterà che Dio continuerà a illuminare il suo percorso, solo perché muore un essere umano. Il «sole della giustizia», secondo l’ultimo profeta dell’Antico Testamento (Malachia 4:1), è solo il Messia, perché è lui la «luce per illuminare le genti» (Luca 2:32; cfr. Luca 1:78 – incredibile notare come qualcuno abbia avuto il coraggio di scrivere, sempre relativamente al Papa: «Si è spenta la luce più forte di tutto l’universo»; ancora una volta, non si può che parlare di blasfemìa). Poco prima di salire sulla croce, Gesù disse ai suoi discepoli: «Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore [lo Spirito Santo], che rimanga con voi per sempre … Non vi lascerò orfani; tornerò a voi … Chi ha i miei comandamenti e li osserva, è uno che mi ama; e chi mi ama sarà amato dal Padre mio; e io lo amerò e mi manifesterò a lui … Se uno mi ama, osserverà la mia parola; e il Padre mio l’amerà, e noi verremo a lui e faremo dimora presso di lui» (vedi i versetti 16, 18, 21, 23 del capitolo 14 del Vangelo di Giovanni). Nell’ultimo libro della Bibbia, poi, Gesù ha detto: «Ecco, io sto alla porta e busso; se qualcuno ode la mia voce ed apre la porta, io entrerò da lui e cenerò con lui ed egli con me» (Apocalisse 3:20). E non ci si scordi, ancora, del finale del Vangelo di Matteo (28:20), in cui Gesù, immediatamente prima di ascendere al cielo, promette agli Apostoli e ai Cristiani di ogni tempo: «Or ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine dell’età presente [la fine del mondo]».

 

Come faranno le “povere pecorelle”? Gesù ha detto: «Le mie pecore ascoltano la mia voce, io le conosco ed esse mi seguono» (Giovanni 10:27). E ancora: «Dovunque due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro» (Matteo 18:20). Chi è cristiano secondo il Nuovo Testamento, chi è sul serio “pecora” del Pastore-Gesù, sperimenta accanto a sé la presenza e la guida di Gesù giorno dopo giorno. La vicinanza di ogni caro fratello in fede è senz’altro un modo – molto importante – in cui questa prossimità del Cristo si vive e s’esprime, perché il Signore lo si ama anche nell’amore per i fratelli in Cristo e per gli uomini tutti. Ma la fede del discepolo di Gesù non poggia su alcun uomo. Lo Spirito Santo mandato dal Maestro ha guidato gli scrittori sacri in tutta la verità, della quale abbiamo testimonianza nelle pagine della Bibbia. Tale verità, la Parola del Signore, se letta, studiata, meditata, interiorizzata e praticata, accompagna chi crede in lui a prescindere da ogni altra condizione esterna. «Vorrei tanto che da lassù il papa mi aiutasse ad avere la fede che da molto tempo cerco ma non riesco mai a trovare», trovo scritto in un SMS: niente di più fittizio, illusorio, se parliamo della fede del Vangelo (e non della fede nel Cattolicesimo, che è altra cosa). Anche solo un paio di persone, nelle quali vi sia la fede in Cristo, quella che nasce unicamente dalla sua Parola, possono già formare un luogo privilegiato per la presenza di Cristo, il quale – tramite la sua Parola – ci chiama, e, se riscontra la nostra obbedienza ad essa (ciò significa, concretamente, nel linguaggio biblico, fare qualcosa nel nome del Signore) viene a cenare con noi, a dimorare presso di noi. Chi ha questa fede in Cristo non si sentirà mai smarrito, né orfano, né solo, né nelle tenebre, né senza punti di riferimento, né intimorito per ciò che sarà. La cima del mondo (così s’esprimeva un SMS sopra riportato) non casca mai, per un Cristiano, perché la sommità del mondo e dell’universo è Gesù, «Re dei re e Signore dei signori» (Apocalisse 19:16); in effetti, «egli è prima di ogni cosa e tutte le cose sussistono in lui» (Colossesi 1:17) ed è anche il «capo del corpo, cioè della Chiesa» (la Chiesa di Cristo vene infatti dipinta nel Nuovo Testamento come un corpo spirituale, del quale Gesù è il capo, la testa): il Signore è colui che ha «il primato in ogni cosa», poiché «egli è prima di ogni cosa e tutte le cose sussistono in lui» (Colossesi 1:17-18).

 

7. Una fiducia mal posta

 

C’è da dire che esiste anche una parte di persone che, attraverso gli SMS al Papa, non ha manifestato paura, bensì speranza e fiducia. A ben guardare, però, tale ottimismo si basa sempre più sul Pontefice scomparso che su Gesù Cristo. Qualche esempio: «Ho imparato da te a non aver paura, e so che da oggi c’è un angelo in più in paradiso che veglia su di noi … L’astio che esiste tra noi viventi spero che lui da dove si trova riesca a placarlo o almeno a farci ragionare … Santo Padre ti prego aiuta un mio amico che si trova in coma … Giovedì ho perso il mio bambino, ti prego Santo padre abbraccialo per me … Proteggici da lassù … Caro Papa ora solo tu puoi aiutarci … Saluta Dio per me e digli che sto bene … Sei nel mio cuore e ciò mi dà la forza di andare avanti».

 

Da parte di queste persone ci si attende dunque guida, aiuto, conforto da un Papa già considerato “santo”. Qualcuno, addirittura, gli si chiede di abbracciare i propri cari defunti e di portare ambasciate a Dio… Si tratta, in qualche caso, anche di messaggi commoventi, dietro ai quali si manifestano sofferenze profonde e, umanamente parlando, degne di ogni rispetto e comprensione. Ma resta questo fatto: la Sacra Scrittura insegna ai discepoli di Gesù che essi possono e devono, se sono tali, rivolgersi al Padre in piena libertà e fiducia tramite il Signore Gesù, possono chiamare Dio “Papà” (tale il significato dell’aramaico Abba: Marco 14:36; Romani 8:15; Galati 4:6-7) e avere fiducia nella sua completa Provvidenza e assistenza. Oltre a Giovanni 14:23 (che ho già citato in precedenza), vorrei segnalare in proposito qualche altro passo. Gesù ha detto ai discepoli: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi … affinché qualunque cosa chiediate al Padre nel mio nome, egli ve la dia … il Padre stesso infatti vi ama, poiché voi mi avete amato e avete creduto che io sono proceduto da Dio» (Giovanni 15:16, 16:27). Per mezzo di Cristo, se abbiamo reale fede in lui, disponiamo di un effettivo, pienamente efficace «accesso al Padre», godiamo di «libertà e accesso a Dio nella fiducia mediante la fede» (Efesini 2:18, 3:12), e Dio «può, secondo la potenza che opera in noi, fare smisuratamente al di là di quanto chiediamo o pensiamo» (Efesini 3:20). Perché, allora, chiedere ad altri uomini di pregare per noi, di parlare per noi a Dio, di soccorrerci dall’alto, quando Dio vuole fare tutto questo per noi e non vuole che lo faccia alcun altro?

 

Ancora una volta, andiamo allora alla radice del problema, che è la mancanza di una vera fede secondo il Nuovo Testamento. I mass-media hanno presentato gli eventi collegati alla morte del Papa come una grande esperienza e testimonianza di fede, ma non è così, se per “fede” intendiamo fede nel Vangelo di Gesù di Nazareth. S’è trattato, piuttosto, della testimonianza del vuoto di fede che attanaglia il mondo, di una mancanza (quella di Dio) che si cerca disperatamente di riempire con surrogati e compensazioni spesso appariscenti, coinvolgenti, trascinanti, ma che non possono trarre in inganno il seguace di Gesù, perché alla luce del Vangelo fanno acqua da tutte le parti. Chi segue Gesù sa che queste grandi manifestazioni del vuoto umano altro non sono che l’espressione di due peccati fra loro collegati, come disse Dio tramite il profeta Geremia riguardo alla triste condizione spirituale di Israele: «Poiché il mio popolo ha commesso due mali: ha abbandonato me, la sorgente di acqua viva, per scavarsi cisterne, cisterne, rotte, che non tengono l’acqua» (Geremia 2:18).


La bisessualità di Alessandro Magno

Di recente, ho letto sul più diffuso quotidiano del Friuli quanto scritto da una giovane studentessa in una rubrica dedicata al mondo della scuola. Premettiamo che quanto sosteniamo qui di seguito non vuole essere inutilmente polemico né vi è nulla di personale con la ragazza in questione. Soltanto, ci preme sottolineare come la mentalità della massa stia divenendo sempre più insensibile al richiamo della Parola di Dio (un richiamo che, in verità, non giunge neppure all’orecchio della stragrande maggioranza delle persone, sempre più condizionate e intorpidite dal drammatico relativismo etico che caratterizza la nostra epoca). L’articolo è in realtà una piccola recensione del film di Oliver Stone Alexander. La scrittrice, a proposito della bisessualità del grande conquistatore macedone, si meraviglia che qualcuno ne sia rimasto colpito, e afferma: "Cosa c’è di tanto sconvolgente se a quel tempo c’era una relazione omosessuale? Direi niente, dato che allora l’amore tra due uomini era considerato anche cosa utile per elevarsi spiritualmente; come del resto non c’è nulla di strano neanche ai giorni nostri". è vero che in quel mondo l’omosessualità aveva, in generale, quel tipo di considerazione che l’autrice della recensione ricorda; ma è anche vero che la Bibbia (Antico Testamento) già al tempo (e da secoli!) condannava tale abitudine sessuale con parole inequivocabili, e che circa tre secoli dopo il Nuovo Testamento ribadì senza mezzi termini tale condanna (nella sezione "Download", è disponibile per approfondimenti l'opuscoletto "Famiglie diverse"?), affermando che l’omosessualità è un abominio contro natura, che calpesta l’ordine della creazione di Dio e che – al pari d’ogni altra trasgressione della legge divina – chiude le porte d’accesso al regno dei cieli (sempre che, s’intende, chi ne è coinvolto non si converta al Signore, conformandosi alla sua volontà). Diciamo di essere un Paese con radici cristiane, ma poi quasi tutti praticano chi l’adulterio, chi la fornicazione, chi l’omosessualità, chi la pedofilia, chi la convivenza, chi la pornografia, chi diverse di queste cose assieme e altri generi di innominabili perversioni. E cosa dicono le persone, e soprattutto i giovani (figli del nostro tempo)? Dicono: "Cosa c’è di male?! Cosa c’è di strano?". Rispondiamo: c’è di male che Cristo, Figlio di Dio, è vissuto come uomo, ha operato, ha parlato, è morto e risorto sulla croce e ha lasciato il Vangelo e la sua Parola per darci le coordinate esatte da rispettare per giungere alla vita eterna, e queste coordinate vengono oggi più o meno consapevolmente ignorate, per seguire invece il corso perverso del mondo. Ecco che cosa c’è di male! E aggiungiamo: c’è di strano che moltissimi non riescano più a vedere il modo in cui Dio ha concepito e formato l’uomo e la donna, e non traggano dalla loro stessa struttura le debite conseguenze. Chi di noi, infatti, cercherebbe mai di far congiungere un bullone con un bullone, o una vite con una vite?


Ignoranza biblica

Quando ne ho l’occasione, seguo qualche fase dei quiz televisivi condotti da Gerry Scotti. Da cristiano, e dunque amante della Bibbia, non ho potuto evitare di notare un fatto: salvo rarissime eccezioni (finora, per quel che mi è capitato di vedere, solo una), i partecipanti si dimostrano impreparati tutte le volte che una domanda verte su temi biblici. Quesiti che, per chi abbia anche solo un’infarinatura della Sacra Scrittura, sono pressoché banali, non si rivelano però alla portata del concorrente (e quindi del cittadino) medio. (La stessa impreparazione diffusa l’ho riscontrata solo per un altro tema: la musica lirica. Ora, la lirica è una bellissima cosa, ma pazienza, agli occhi di Dio se ne può benissimo fare a meno; diverso è invece il discorso riguardante la Bibbia, che è Parola di Dio!). Mi torna allora alla mente una frase di tanti secoli fa – ma purtroppo ancora attualissima – che un profeta della Bibbia pronunciò nei confronti del popolo d’Israele e che oggi non può non essere pronunciata nel nostro Paese: "Il mio popolo perisce per mancanza di conoscenza" (Osea 4:6). Perisce, cioè muore, ovviamente in senso spirituale, interiore, morale, etico. Muore perché non ha alcun vero legame con Dio, perché la Parola dell’Eterno non è minimamente più un punto di riferimento per quasi tutti, perché il fai da te che caratterizza il nostro popolo, come purtroppo tanti altri popoli, in religione produce effetti devastanti. "Le parole che vi dico sono spirito e vita", affermò Gesù (Giovanni 6:63), che disse anche: "Chi mi respinge e non accoglie le mie parole, ha chi lo giudica; la parola che ho annunziata sarà quella che lo giudicherà nell’ultimo giorno" (Giovanni 12:48). E di tutta la Sacra Scrittura, in generale, si può dire: "La tua parola, o Dio, è una lampada al mio piede e una luce sul mio sentiero … I tuoi precetti sono la gioia del mio cuore" (Salmo 119:105.111). Ma chi pronuncia e, soprattutto, vive questi bellissimi versetti biblici, oggi come oggi? I parametri, i modelli, i consigli, le indicazioni, gli ammonimenti, le prospettive, la speranza, gli insegnamenti, da dove vengono tratti dalla stragrande maggioranza delle persone? Di certo non dalla Bibbia, la quale, in generale, è piuttosto oggetto di insofferenza, indifferenza, quando non addirittura di scherno e di aperta ostilità. Eppure, senza la Parola di Dio il nostro spirito muore, la luce si spegne, e il giorno del Giudizio ci vedrà impreparati, ignari di quanto Dio ha voluto realmente comunicarci, di ciò che ha fatto per noi e di ciò che si aspetta da noi. In una parola, senza la Sacra Scrittura siamo davvero, in tutti i sensi, perduti. Possiamo anche curare il nostro aspetto, laurearci, avere una cultura enciclopedica, trovare uno splendido lavoro, fare molto denaro, acquistare una bellissima casa, godere di ottima salute, avere un milione di amici, trovare l’uomo/la donna della nostra vita., vincere a qualche lotteria, magari anche vincere un milione di euro partecipando alla trasmissione di Gerry Scotti e via dicendo… ma, senza la conoscenza e l’ubbidienza riguardo alla Parola del Signore, siamo cadaveri: "Che giova infatti all’uomo, se guadagna tutto il mondo e poi perde la propria anima? Ovvero, che darà l’uomo in cambio dell’anima sua?" (Matteo 16:26). Meditate, gente, meditate…


Quale traduzione?

I membri della Chiesa di Cristo, ossia i Cristiani (tale nome compare nella Bibbia per la prima volta in Atti degli Apostoli 11:26) hanno ricevuto da Gesù la missione di predicare a tutti e ovunque il Vangelo (Matteo 28:18-20), divino messaggio che è "potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede" (Romani 1:16). Essi non hanno altra regola di fede all’infuori della Parola di Dio (la Bibbia) e, giustamente, affermano che, al fine di conoscere ed imboccare la via della salvezza, è necessario leggere, intendere, credere e mettere in pratica quanto scritto in essa, in particolare nel Nuovo Testamento. Da Genesi (primo libro della Bibbia) ad Apocalisse (ultimo) è Dio che parla attraverso la mediazione di autori umani mossi, guidati, ispirati dallo Spirito Santo, secondo quanto affermato, fra gli altri, dall’Apostolo Pietro (2Pietro 1:20-21).

 

Nel Nuovo Testamento ricorre un brano utilissimo sia per la dottrina dell’ispirazione, sia per quella dell’unicità e completezza delle Sacre Scritture: 2Timoteo 3:16-17. In tale contesto l’Apostolo Paolo dichiara che la Bibbia è ispirata (in greco: theopneustos, letteralmente "soffiata da Dio"). Non a caso Gesù e definito Logos ("Parola") all’inizio del Vangelo di Giovanni. il Cristo è LA Rivelazione di Dio, è Via, Verità, Vita, è Dio, Parola di Dio fatta carne che ha dimorato tra gli uomini (Giovanni 1:1.14); egli è stato inviato dal Padre per salvare le anime dei veri credenti (Giovanni 3:16, 5:36).

 

Da Dio all’uomo mediante Cristo, unico Mediatore fra Dio e l’umanità (1Timoteo 2:5): ecco il tragitto della divina volontà salvifica. Da quando il Nuovo Testamento è stato completato, intorno al 100 d.C., è possibile porsi in pieno contatto col Signore per mezzo della Parola redatta una volta per sempre. Dunque, come duemila anni fa, anche oggi si può e si deve conoscere il pensiero di Dio esaminando unicamente la Bibbia e accantonando, nel contempo, nuove pseudorivelazioni, da qualunque parte provengano.

 

Immaginiamo di parlare di Sacra Scrittura ad una persona interessata. Quando nascono i problemi? Subito, allorché esortiamo il nostro ideale interlocutore ad aprire la Bibbia e a praticarne il messaggio. Il motivo è presto detto: la Bibbia è un libro pressoché sconosciuto alla quasi totalità degli Italiani. Con pazienza, amore e rispetto (1Pietro 3:16), ci disponiamo a dipanare l’intricata matassa. Il nostro dovere, infatti, è sempre quello di predicare, d’informare con la massima onestà ed accuratezza quanti ci chiedono ragione della nostra fede basata sulla Bibbia. Per quanto concerne la Bibbia stessa, occorre imprimere nella memoria del nostro interlocutore due concetti essenziali, che lo dovranno accompagnare nel meraviglioso viaggio dell’apprendimento biblico.

·         Il primo è che non esiste una Bibbia "nostra" e una Bibbia "altrui"; esiste infatti una sola Bibbia nei testi originali e basta.

·         Il secondo è che, attualmente, è possibile, di fatto, consultare il testo originario (scritto in ebraico ed aramaico per l’Antico, in greco per il Nuovo Testamento), dal momento che gli studiosi della critica testuale sono riusciti, grazie all’ausilio di accurati metodi scientifici, a ricostruirlo con esattezza pressoché totale. Le varianti testuali, ad ogni modo, sono sempre riportate nelle edizioni critiche, consentendo allo studioso, nei pochissimi casi dubbi (casi, fra l’altro, non determinanti ai fini della salvezza), di operare scelte precise.

 

Certo, v’è da dire che oggi solo pochi hanno il privilegio (acquisito dopo anni di duro studio) di leggere direttamente e con competenza la Bibbia nelle lingue originali. Tutti gli altri hanno bisogno di ricorrere alle traduzioni. D’altronde, la Bibbia è il libro più tradotto nella storia dell’umanità (oltre 1600 lingue diverse!). Giunti a questo punto, il nostro interlocutore, che non ha alcuna esperienza in proposito, ci chiederà: "Quale traduzione dovrò consultare? Quale devo preferire?" La risposta più semplice, ma solo in teoria, è di affidarsi a una traduzione onesta, accurata e ben fatta. In pratica non abbiamo risolto ancora il problema, perché non tutte le traduzioni della Bibbia sono oneste, accurate e ben fatte. Di solito, ciascuno si rifà alle versioni a cui è stato abituato nel gruppo religioso di appartenenza. Per sommi capi, riferendoci al nostro Paese, si può dire che i cattolici faranno riferimento alle loro numerose versioni, i non cattolici, a quelle del Luzzi o di Diodati, gli Ebrei alle loro versioni (spesso assai buone) comprendenti però solo quello che i non Ebrei chiamano Antico Testamento e, infine, i Testimoni di Geova unicamente alla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture. Ad eccezione di quest’ultima e di un’altra prodotta da Cattolici e Protestanti insieme (ne parleremo tra poco), tutte le versioni citate sono sostanzialmente affidabili.

 

Occorre dire che la traduzione biblica non deve recare in calce nessun commento. La Chiesa Cattolica romana insegna esattamente il contrario ed esige per le sue versioni la presenza di note esplicative, molto importanti specialmente laddove ricorrano brani-cardine per la sua teologia e per il suo magistero. A titolo esemplificativo, e di curiosità, si ricordi come le traduzioni cattoliche abbiano nel passato tradotto "cugini" quei passi del Nuovo Testamento in cui si parla dei "fratelli" di Gesù. Oggi invece, grazie alla maggiore libertà e al più serio controllo scientifico, i Cattolici non traducono più "cugini" ma, correttamente, "fratelli". Nondimeno, allo scopo di insegnare al lettore l’errata dottrina cattolica secondo la quale non si tratta di fratelli carnali bensì di parenti di Gesù, implacabile – nelle versioni cattoliche – ricorre la tendenziosa nota "esplicativa"! Ma così non dovrebbe essere! Sono accettabili, al contrario, sia i rimandi ad altri versi biblici (le cosiddette "referenze"; anche in questo caso, comunque, è necessaria alle volte una certa cautela, perché non sempre esse sono a pooste proposito), sia le brevissime note relative a varianti ricorrenti nell’originale, delle quali il traduttore non ha tenuto conto, ma che ha il dovere scientifico di segnalare.

 

Torniamo al concetto di traduzione (o versione). Tradurre è un compito assai, assai difficile, ma non sarebbe possibile vivere senza i traduttori (le più antiche testimonianze sull’esigenza di tradurre rimontano a circa tremila anni prima di Cristo, nell’area mesopotamica). Nelle traduzioni il problema cardinale, già posto da Cicerone (De optimo genere oratorum, V, 14), è il seguente: fedeltà alla lettera, alle parole di un testo (ossia, traduzione letterale), oppure fedeltà al pensiero, al senso del testo (ossia traduzione libera o letteraria)? Il dilemma non è ancora stato sciolto né in sede teorica né in sede pratica. Pertanto anche nelle traduzioni bibliche si passa da esempi di stretta letteralità ad altri di parafrasi (queste ultime, però, possono essere molto pericolose). Veniamo allora a esempi di traduzioni non affidabili

 

·         Riguardo alla traduzione della Torre di Guardia (Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture), la comunità scientifica ha più volte avvertito (e dimostrato) che si tratta di un’opera artefatta e inattendibile in molte sue parti. L’organizzazione geovista non ha mai divulgato l’identità dei traduttori, mentre ogni traduzione deve invece recare il nome del traduttore, non foss’altro che per verificarne la capacità a svolgere un compito così delicato e perché qualcuno possa rispondere alla società scientifica in caso di contestazioni o precisazioni. La versione dei "Testimoni" tende chiaramente a puntellare diverse dottrine non bibliche della Torre di Guardia (siamo a disposizione per fare degli esempi concreti a chi ce li chiederà).

·         Nel 1976 fu pubblicata una nuova versione del Nuovo Testamento: Parola del Signore: il Nuovo Testamento. Traduzione interconfessionale dal testo greco in lingua corrente, (Elle Di Ci - Alleanza Biblica Universale, Leumann (Torino), Roma). Tale traduzione nacque dalla collaborazione tra Cattolici e Protestanti riuniti in un gruppo di lavoro. Dopo un’attività di quattro anni, il comitato produceva il Nuovo Testamento in lingua corrente. Tale risultato deve essere fortemente contestato, e non solo sul piano strettamente letterale, bensì su quello vero e proprio della traduzione. Al riguardo ci limitiamo (perché l’esempio ci sembra sufficientemente esplicativo e grave) all’analisi di Matteo 16:18, la cui resa è stata volutamente distorta in modo da servire agli scopi cattolici. Matteo 16:18, che nell’originale, senz’alcuna variante o qualsivoglia dubbio, così recita: "Ed io ti dico: Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò/costruirò la mia Chiesa" (greco: "Kago de soi lego oti sy ei Petros skai epi taute te petra oikodomeso mou ten ekklesian")….è stato al contrario così tradotto: "Ed io ti assicuro che tu sei Pietro e su di te (sic!) come su una pietra, io costruirò la mia Chiesa". Una bella differenza, vero? Il lettore cattolico, influenzato da secoli di propaganda papale, quando mai potrà pensare, usando questa traduzione, che possa esistere un significato diverso, cioè non cattolico romano, di Matteo 16:18?!? Basti ciò a dimostrare che questa versione è tanto pericolosa quanto quella prodotta dai Testimoni di Geova.

Dobbiamo sforzarci di conoscere, grazie all’aiuto degli specialisti onesti e seri (e ve ne sono!), quali siano le versioni manipolate a causa dei pregiudizi dottrinali degli uomini che le hanno prodotte. Occorre stare sempre in guardia quando si parla di Cristo e di Dio, informandosi molto accuratamente su tutto.

 

 


 

 

Beatificata la "bibbia" di Mel Gibson!

 

Nello studio intitolato La Passione di Cristo. Considerazioni sul film di Mel Gibson, avevamo fatto notare come il Vaticano – secondo una secolare e consolidata strategia – a suo tempo non s’era esposto ufficialmente in modo netto riguardo a quella tanto chiacchierata pellicola, ma, al tempo stesso, avevamo anticipato l’imminente la beatificazione di Anna Katharina Emmerick, mistica tedesca morta nel 1824 e grande ispiratrice del regista statunitense: "In effetti, per molti tratti, vedere il film e leggere il racconto della mistica è quasi la stessa cosa", ha scritto O. La Rocca in un articolo apparso il 18 settembre su "La Repubblica". E lo stesso assistente alla regia di The Passion (Jan Michelini) ha affermato: "Sì, Gibson s’è ispirato per molte scene alle visioni della Emmerick", la fantasiosa visionaria che ha prodotto migliaia di pagine di narrazioni parallele alla Sacra Scrittura.

Lo scorso 3 Ottobre 2004, puntualmente, è arrivata la beatificazione in Vaticano. Certo, trattasi – s’è detto – di pura coincidenza (successo del film – successo di VHS e DVD – beatificazione), ma ciò che ci preme è fare un ragionamento: se la Emmerick è stata beatificata (e dunque dichiarata dalle autorità cattoliche senz’altro salva, in un cammino che fra qualche tempo la porterà alla piena santificazione), dobbiamo presumere che dicesse il vero (non avrà dettato migliaia di pagine di bugie!); ma, se così è, allora Gibson aveva ragione e dovremmo allargare la Rivelazione divina alle innumerevoli visioni della monaca tedesca. Qualcuno, forse, potrà dire che la visionaria poteva essere in buona fede, avendo riportato cose che effettivamente vedeva nella sua mente (teoricamente, poteva anche essere malata), e quindi non bisogna discutere tanto sulla veridicità dei fatti da lei riferiti, quanto sulla sua vita di mortificazione e rinuncia. Ma, se così fosse, resterebbe il fatto che una persona gravemente disturbata viene in qualche modo proposta come modello per i fedeli, e potrà un giorno (sempre a detta della Chiesa cattolica) mediare fra loro e Dio e contribuire alla loro salvezza. Il Vaticano, ovviamente, non ha chiarito quale sia la soluzione giusta (eppure, se tanto hanno indagato su di lei per beatificarla, dovrebbero saperlo!). In sintesi:

 

·         o la Emmerck s’inventò un sacco (enorme) di cose, e allora non si vede perché Dio dovrebbe salvare una tale mistificatrice (in questo caso, la sua beatificazione sarebbe una mera manovra demagogica, il che non ci sorprenderebbe);

·         oppure era malata di mente, e non vediamo, allora, come poter definire santa la vita di una persona che non può rispondere delle sue azioni, che non ha il controllo di sé;

·         oppure, infine, diceva il vero, e, di conseguenza, la Bibbia sarebbe ridotta ad un ridicolo libretto a confronto delle sue imponenti rivelazioni.

 

Crediamo però che nessuno ci dirà mai quale di queste tre opzioni è quella giusta. D’altronde, lo si sa bene, per il cattolicesimo la religione non è il campo della coerenza, ma dell’incongruenza. Si confonde sempre fra fede e assurdo, adesione al Vangelo e insensatezza.

 


 

 La rivoluzione di Zapatero

 

Divorzi facili e nozze gay. La rivoluzione di Zapatero. Così intitolava, lo scorso settembre 2004, un articolo del "Corriere della Sera" che presentava le iniziative in materia matrimoniale del premier democratico spagnolo.

 

·         Prima di tutto, il Consiglio dei Ministri di quel Paese (la "cattolicissima Spagna", si usava dire infatti) ha approvato il progetto di legge di riforma del divorzio per rendere quest’ultimo più rapido e facile, eliminando fra l’altro sia la separazione come passaggio obbligato sia la necessità di indicare le cause della richiesta (ad esempio: adulterio, alcolismo, violenza e via dicendo). Sarà dunque sufficiente che uno dei coniugi non desideri la continuazione del matrimonio e, nell’arco di un paio di mesi, senza che né l’altro coniuge né un giudice possano opporsi, otterrà il divorzio (la cosa, dunque, non risulterà molto più complicata di un cambio di residenza o di un rinnovo di patente).

·         Poi, il primo ottobre 2004, i ministri spagnoli hanno approvato un altro progetto di legge per regolare i matrimoni fra omosessuali, al fine di equipararli legalmente e socialmente alle unioni coniugali tradizionali fra uomo e donna (sono attualmente previsti circa centomila matrimoni fra omosessuali nei prossimi tre anni). Fra le conseguenze, soprattutto quella – gravissima – della legalizzazione dell’adozione da parte delle coppie di gay o lesbiche. Come spesso accade nella storia quando si parla di "rivoluzione", si tratta sì di un cambiamento che segna una cesura netta col passato, però non figlio di una decisione improvvisata, bensì dello sviluppo di una situazione sociale, di una mentalità e di un tipo di morale che copre un arco di tempo non breve (ciò vale anche per la questione del divorzio); non per niente, il portavoce della stessa opposizione spagnola ha ammesso che il progetto in questione è "un testo che coincide con quello che pensa la maggioranza degli spagnoli". Altri Paesi europei (Olanda e Belgio in primis) sono già da tempo all’avanguardia in materia e, d’altronde, lo sbocco era parso inevitabile dal momento in cui lo stesso Europarlamento, nel 2001, aveva riconosciuto "pari diritti" tra le coppie di fatto eterosessuali e omosessuali. La direttiva di fondo, in sostanza, è questa: fra essere sposati o meno, e fra esserlo con una persona di sesso uguale o diverso dal proprio, non deve esservi alcuna differenza sostanziale. Anche in Italia, ricordiamolo, pur non esistendo (ancora) una legge al riguardo, alcuni comuni (fra i quali Bologna, Firenze, Pisa, Ferrara), a partire del 1997, hanno compiuto passi giuridici molto significativi in questo senso.

 

Su questo stesso sito è possibile conoscere la nostra posizione sulla questione. I nostri Stati "laici", purtroppo, stanno procedendo verso una vera assurdità, facendoci passare da un estremo all’altro: dai tempi bui dell’integralismo inquisitoriale cattolico (che, in modo totalmente contrario allo spirito del Vangelo, perseguitava ogni dissidente, omosessuali compresi) a quelli di una nuova, grande Sodoma-Gomorra senza più freni, segno di una società (e di una civiltà, quella occidentale) in progressivo disfacimento morale e spirituale. Hai voglia, adesso, a stigmatizzare l’Islam per cose che da noi non sono (per adesso?) qui da noi approvate (come, ad esempio, la poligamia): che dire infatti della nostra società, nella quale la convivenza sopravanza oramai il matrimonio, oppure ci si sposa anche numerose volte e, volendo, con persone dello stesso sesso? Chi sta peggio? I cristiani (si fa per dire) o i musulmani? Crediamo che, tutto sommato (lo diciamo come provocazione), possano essere meglio tutelati i figli in un "sano" matrimonio poligamo (che, ovviamente, come cristiani secondo il N.T., comunque non approviamo)!

 

La "rivoluzione" di Zapatero – e di tanti altri come lui – altro non è che la riproposizione di tristi modelli perversi del passato. Scrivemmo in uno studio del 1994 (L’arca di Noè, Sodoma e Gomorra. Due grandi eventi biblici del passato, due grandi insegnamenti biblici per il presente): "Lo spirito di Sodoma nel mondo rimane purtroppo vivo, e più vivo che mai, nonostante gli avvertimenti di Dio" e facemmo un parallelo fra quella lontana realtà biblica e la nostra odierna "città del materialismo, delle false religioni, del perbenismo mascherato di umiltà, del capovolgimento dei valori…". A qualcuno sembrò esagerato ma, purtroppo, i fatti stanno dando ragione a chi, come noi e come altri, aveva individuato una società oramai incline non solo a tollerare, ma anche a far passare per normale e legalizzare cose assolutamente inaccettabili per la Parola del Signore, fino al punto che sarà sempre più diverso (in parte è già così) chi cercherà di ancorarsi ai valori di Dio (si legga, d’altronde, dal Vangelo di Luca 17:27-29).

 

Il progetti di legge di Zapatero dovrebbero entrare in vigore – dopo i lavori del Parlamento – già dall’inizio del prossimo anno. Ovviamente, permangono resistenze (sia di forze politiche sia della Chiesa cattolica, la quale – e su ciò concordiamo – ha reputato l’iniziativa "ingiusta ed erronea", distruttrice della "saggezza umana e giuridica di tutta l’umanità"), ma il progetto dovrebbe comunque andare in porto (purtroppo) senza sorprese (anche perché – non scordiamolo – gli omosessuali rappresentano circa il dieci per cento dell’elettorato). Comunque, se ci saranno sviluppi significativi riprenderemo l’argomento, a Dio piacendo.

 

 

Riflessioni sul film "La Passione di Cristo"

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La passione di Cristo riporta d’attualità la domanda: a che cosa servono i film su Gesù (oltre che a realizzare, in alcune circostanze, enormi incassi grazie soprattutto alla forte spinta pubblicitaria di stampo hollywoodiano)? Personalmente, sono fra coloro che continuano a chiedersi – dal punto di vista di un credente in Cristo – se valga la pena proseguire nel tentativo di rappresentare sugli schermi i Vangeli. Infatti, ogni volta che assisto ad una pellicola su Gesù (dunque, volenti o nolenti, ad un’opera artistica), mi sento comunque proiettato in una dimensione ben diversa da quella che nasce dalla studio, dall’ascolto, dalla meditazione e interiorizzazione dei testi sacri cristiani. Innanzi tutto, nei film si devono segnalare le sempre numerose aggiunte e omissioni dovute all’elaborazione artistica o agli obiettivi, più o meno palesi, che gli autori vogliono di volta in volta raggiungere. Sono tutte cose, queste, che già di per sé generano come minimo fastidio in chi ha fatto del Nuovo Testamento la propria regola di vita spirituale; ma, soprattutto, rimane il fatto che la Parola di Dio è irriducibile a qualunque tipo di fissazione in immagini a posteriori, film compresi (e a maggior ragione). Anche Gibson ha messo molto di suo (e di altri: leggende di vangeli apocrifi, testimonianze di una pseudovisionaria, e così via) in ciò che ha prodotto; di conseguenza, il film – pur apprezzabile in alcuni momenti – non può che essere discutibile sotto diversi aspetti.

 

Si dice che il regista abbia finalmente portato alla luce la consistenza delle sofferenze di Cristo come nessun altro aveva fatto: cinematograficamente parlando è probabilmente vero, ma chiunque si sia seriamente dedicato ai Vangeli non ha nulla di così nuovo da imparare e da scoprire neppure in questo senso. C’è da sottolineare piuttosto la sobrietà, la concisione, l’assenza di qualunque morbosità o insistenza o tentativo di spettacolarizzazione con la quale Matteo, Marco, Luca e Giovanni parlano della Passione (eppure, avevano a disposizione numerosissimi testimoni oculari, e Giovanni stesso era uno di quelli!), riuscendo nondimeno a trafiggere il cuore e a trasformare la vita del lettore e uditore attento, ossia quello che sta davvero cercando il Signore. Se poi abbiamo bisogno di ulteriori ragguagli "tecnici" su che cosa significassero pene corporali come la flagellazione e la crocifissione, ebbene, simili informazioni sono da sempre state facilmente attingibili.

 

Un’altra osservazione riguarda il fatto che qualunque presentazione delle vicende di Gesù, decontestualizzata dall’intero progetto biblico (Antico e Nuovo Testamento, dalla Genesi all’Apocalisse), può avere una sua efficacia a livello emotivo, ma non favorisce mai nei profani una soddisfacente comprensione biblica dell’opera di Redenzione. Molti, infine, dicono che quest’ultimo film possa essere un’opportunità per parlare di Gesù e riscoprire i Vangeli per chi non l’abbia ancora fatto seriamente. Voglio sperarlo, ma è tutto da verificare se, passata l’ondata emotiva, gli stessi che alla visione hanno pianto, o sono comunque rimasti profondamente turbati, si rivolgeranno con sete di verità, dedizione, costanza e… passione a riscoprire la Bibbia per cambiare pensieri, convinzioni, modo di essere: insomma per cercare di diventare veri discepoli di Gesù per tutta la vita (e non per una sera o per qualche tempo: non facciamoci abbagliare da qualche caso di plateale eccitazione). L’apostolo Paolo scrisse nel Nuovo Testamento: "La fede viene dall’ascolto della Parola di Dio": ancora oggi, la vera conversione avviene solo in questo modo.

 

Valerio Marchi

 

Il Paese dei crocifissi – Il vero significato di Gesù crocifisso

Lo scorso ottobre, il giornalista Giorgio Lago, sulle pagine del quotidiano "Il Piccolo" di Trieste, scriveva (in un articolo intitolato Caso-crocifisso. Test sull’Italia) frasi come quelle che seguono, e che giova segnalare.

Fino a una settimana fa, il ritratto che gli studiosi davano dell’Italia era il seguente. Un Paese sempre meno cristiano e sempre più secolarizzato negli stili di vita, cioè laicizzato, mondano, profano, con i piedi bene ben saldi sulla terra e con la testa svuotata del senso del sacro … mentre il culto della Ferrari e di Juve, Inter, Milan non conosce crisi di vocazioni. Un Paese edonista, che ha officiato il piacere, i schèi [= soldi], il successo, il sogno italiano del Superenalotto e delle veline fatte con lo stampo. Un Paese di apparenze, dalla politica alla chirurgia plastica, dal sesso spalmato in televisione al virtuale "saranno famosi". Un Paese parecchio smarrito … che ha scambiato il fatturato per il nuovo Te Deum e il business per un rosario d’affari … Ma da quel momento in poi [da quando il crocifisso di un’aula scolastica dello sconosciuto paesino di Ofena ha ricevuto da un tribunale l’ordinanza di rimozione] non sembra più la stessa Italia, anzi appare tutt’altro Paese, cristiano fin nel profondo dell’anima … aggrappato al suo simbolo come a una scialuppa di salvataggio collettiva. Delle due quale è la vera Italia? Bisogna rispondere, perché il crocifisso fa sul serio.

Cerchiamo, allora, di rispondere. La tradizione cattolica dei crocifissi, e delle immagini cosiddette sacre in generale, è secolare; eppure, i primi cristiani – stando alla testimonianza del Nuovo Testamento, oltre che della storia in generale – non facevano alcun uso di "immagini sacre", neppure di crocifissi; essi avevano ricevuto il comando e si assumevano l’impegno di portare sempre e concretamente Cristo Gesù nella mente, nel cuore, nella pratica della vita quotidiana. Se crocifissi, templi, quadri, statue, reliquie e cose simili servissero veramente per fare un popolo di veri credenti nel Cristo Gesù, l’Italia – ricca come nessun altro di arte e manufatti "cristiani" – sarebbe da secoli un Paese-modello, spiritualmente parlando; ma la realtà, quella che possiamo toccare con mano ogni giorno, ci parla di un Paese di stampo ben diverso…

Qual è il vero problema?

Insegno Storia e Filosofia nelle scuole superiori e, quando si tratta della nascita del Cristianesimo, a volte faccio leggere agli alunni le principali fonti dello stesso, ossia alcuni brani del Nuovo Testamento; una volta conosciuti de visu tali brani, i ragazzi sono sempre all’unanimità concordi nell’affermare che di cristiano, in Italia e dentro ciascuno di loro, c’è qualche apparenza e pochissima sostanza; eppure tutti, da quando sono nati, sono stati circondati da crocifissi… Allora – e lo ribadiremo in questo articolo – è la mancanza di vera conoscenza e di vera pratica della Parola di Dio il reale problema! Possiamo moltiplicare crocifissi e cose simili, ma in questo modo altro non faremo che divenire sempre più ipocriti: gente che, come scriveva l’apostolo Paolo, ha "l’apparenza della pietà, ma avendone rinnegato la potenza" (2Timoteo 3:5), ossia la potenza spirituale, la capacità trasformatrice interiore. Dobbiamo ricordare che, nella Bibbia, il secondo dei dieci comandamenti recita così: "Non ti farai scultura alcuna né immagine alcuna delle cose che sono lassù nei cieli o quaggiù sulla terra" (Esodo 20:4); forse non tutti sanno che la Chiesa Cattolica, nei suoi catechismi, toglie questo comando e, per far tornare il numero di dieci, spezza in due uno degli altri nove…

Piccole crociate

Una iniziativa del ministro Moratti (Ottobre 2002 – ribadire e cercare di imporre l’obbligatorietà della presenza dei crocifissi nei locali delle scuole pubbliche) fu fatta passare da molti per una sorta di battaglia di Dio contro gli infedeli (leggi in particolare Islam), della nostra civiltà contro l’inciviltà; in realtà, era il portato di chi, accorgendosene o meno, si arrocca sui propri simulacri per nascondere un angosciante vuoto, quello lasciato dalla scomparsa del vero significato della morte e risurrezione di Cristo, una assenza che nulla al di fuori dell’ubbidienza alla Parola di Dio potrà mai colmare. La nostra civiltà e la nostra società hanno davvero bisogno di ricominciare da Cristo, ma solo dal Cristo del Vangelo.

Ad un anno esatto (Ottobre 2003) dalla data sopra ricordata, si è riaperta la polemica. Tutti, crediamo, hanno seguito almeno per sommi capi le vicende che hanno avuto inizio, questa volta, con la sentenza del giudice Mario Montanaro in relazione al ricorso presentato dal musulmano Adel Smith, il quale aveva chiesto la rimozione del crocifisso dalle aule scolastiche statali di Ofena (Aq) frequentate dai suoi figli. In relazione a questo episodio provocatorio si è fatto un gran parlare, scrivere e dibattere – dall’ultimo cittadino fino ai più esimi parlamentari –, ma quasi nessuno è riuscito a centrare la vera sostanza del problema.

Quale identità?

Il cuore della questione, infatti, è che moltissimi Italiani (Tutti in difesa del crocifisso a scuola, titolava il 27 ottobre 2003 a pag. 3 il "Messaggero Veneto", principale quotidiano della provincia di Udine) si sono riscoperti improvvisamente legati al tradizionale crocifisso di legno, di ferro o di altro materiale, e si sono impegnati in una specie di crociata ideologica e sedicente "culturale", facendone non di rado una questione di – come si suole dire – vita o morte; ma questa riscoperta non è avvenuta per difendere gli autentici valori e la genuina dottrina del Vangelo, né, di conseguenza, per aprire le pagine della Bibbia, leggerla, meditarla e iniziare finalmente a metterla in pratica… no, gli Italiani – che i crocifissi restino o meno appesi alle pareti pubbliche e private – sono e resteranno, a seconda dei casi, atei, tradizionalisti (anche entrambe le cose assieme: ne sono capaci!), superstiziosi, credenti "non praticanti", ossequiosi del potere cattolico ma in genere distanti mille miglia dalle sue direttive, estremamente critici nei confronti dell’istituzione ecclesiastica ma pronti a mandare i bambini al catechismo dopo averli debitamente "battezzati" (fra virgolette, perché il battesimo degli infanti, sconosciuto dal Vangelo, non è il vero battesimo cristiano), per poi comunicarli, cresimarli (anche prima comunione e cresima, tradizioni cattoliche, sono riti estranei al Vangelo) e farli ben presto diventare materialisti, spiritualmente pigri, scettici, individualisti, in molti casi volgari, ribelli ma al tempo stesso (altro bel "miracolo all’italiana"!) generalmente conformisti e pienamente omologati.

L’immigrazione di tanti musulmani e l’espansione della loro religione nel mondo occidentale costituiscono una realtà difficile, a volte senz’altro inquietante, comunque sempre problematica e delicata; per certi aspetti, di sicuro un dilemma da affrontare e risolvere con tolleranza e spirito di ospitalità da una parte, dall’altra con chiarezza, legittima tutela del nostro mondo e richiesta di rispetto e correttezza da parte di coloro che da noi si vogliono inserire. Ma, da un punto di vista spirituale, religioso e morale, il vero problema non sono i musulmani: il nocciolo della questione è quello di una civiltà – la nostra – che vanta, a parole, radici cristiane, ma, nel modo in cui pensa e vive, quasi programmaticamente le rinnega. E i musulmani, di ciò, se ne accorgono benissimo (non ci vuole molto, d’altronde, per un osservatore esterno).

è, la nostra, una società che giustamente teme il fanatismo, ma spesso definisce tale anche la sola profonda convinzione altrui, dal momento che – nella stragrande maggioranza – non ha più alcuna vera e vissuta certezza spirituale; e questo perché, sostanzialmente, non crede più a nulla, o crede tiepidamente e sa di vivere, nella normalità dei casi, una fede quasi sempre solo formale, di facciata. Diciamocelo: loro – musulmani o altri – sono pronti a morire per la loro fede; ma noi? Il crocifisso, "simbolo della nostra identità" (come molti hanno proclamato in questo periodo) non dovrebbe additare Colui che fu pronto a immolarsi "per rendere testimonianza alla Verità" (Giovanni 18:37) e per dare a tutti coloro che vogliano seguirlo sulla dura strada della croce la Via della salvezza? Abbiamo mai conosciuto e cercato di capire che rilevanza possono avere frasi di Gesù come queste che seguono?

"Se uno viene a me e non odia suo padre e sua madre, moglie e figli, fratelli e sorelle e perfino la sua propria vita, non può essere mio discepolo. E chiunque non porta la sua croce e non mi segue, non può essere mio discepolo … Così, ognuno di voi che non rinuncia a tutto ciò che ha, non può essere mio discepolo" (Luca 14:26-27.33).

Era fondamentalista, integralista, fanatico, il buon Gesù?! O piuttosto non siamo mai andati al di là della superficie di ciò che ha detto, fatto e proposto?! Ma ora il crocifisso è appeso lì, ad una parete, oppure posto ai crocicchi delle strade o altrove; non è nell’anima di chi, più o meno distrattamente, lo guarda; non trasforma l’esistenza delle persone, perché non è nei cuori di coloro che si dicono cristiani per fede tradizionale o per "cultura". Se non ci fossero Adel Smith e altri che, come lui, fanno di tanto in tanto ricordare agli Italiani che i crocifissi sono piazzati un po’ dappertutto, pochissimi se ne accorgerebbero, a riprova del fatto che avere inventato e diffuso tale simbolo materiale non solo non è servito a rendere gli Italiani più cristiani ma, piuttosto, ha spessissimo fatto credere loro di essere a posto, in qualche modo, per la presenza illusoriamente salvifica, artificialmente tranquillizzante e santificante di un manufatto. I crocifissi, ammettiamolo, oltre ad essere il segno del potere cattolico-romano, non sono più che una parte del paesaggio, e ciò che gli Italiani non sopportano è che questo paesaggio possa essere in parte cambiato da qualche straniero immigrato (o comunque da chi, anche se italiano, è considerato in qualche modo diverso); per gli Italiani si tratta, sostanzialmente, di una bega fra vicini o, in casi più seri, di una forma di xenofobia. Quale concreto valore viene dato, infatti, nel Paese dei crocifissi, a frasi come queste scritte dall’apostolo Paolo (il cui nome è da noi noto più che altro per essere stato usato per una Banca – San Paolo, appunto), quando ancora il crocifisso-feticcio non era stato inventato?

"Io sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me; e quella vita che ora vivo nella carne, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me … Ora quelli che sono di Cristo hanno crocifisso la carne con le sue passioni e le sue concupiscenze … Quanto a me, non avvenga mai che io mi vanti all’infuori della croce del Signor nostro Gesù Cristo, per il quale il mondo è crocifisso a me e io al mondo" (Galati 2:20, 5:24, 6:14).

Tornare autenticamente al Vangelo

L’Italia (Nazione in cui le bestemmie a Dio Padre, a Cristo e alla Madonna sono all’ordine del giorno – coniugandosi facilmente, quasi spontaneamente, meccanicamente, al segno della croce – e in cui l’adulterio, il divorzio, la fornicazione, l’idolatria, la bugia, la parolaccia, il doppio senso, l’impudicizia e in generale il decadimento morale e il disinteresse spirituale vanno di pari passo con l’ostensione di un crocifisso) cerca pateticamente di difendere ciò da cui dice di essere rappresentata: la superstizione affissa o portatile, l’idolatria tradizionalista; ma questo Paese non sa, non può, a volte proprio non vuole difendere il Vangelo di Gesù di Nazaret, Figlio di Dio, Maestro che ci vorrebbe veri, coerenti, coraggiosi discepoli, Risorto pronto a tornare per porre fine alla storia dell’umanità e giudicare i vivi e i morti… Gesù, morto sulla croce per i nostri peccati, risuscitato e asceso al cielo per darci una chance di salvezza, Lui no, non può rappresentare il popolo delle veline e delle velone, dei grandi fratelli e degli scherzi a parte, delle discoteche e della pornografia dilagante, dei santuari paganeggianti e dei papaboys, dei centri commerciali e dei crocifissi di lusso posti all’ultima moda in bella vista fra prosperosi seni più o meno gonfiati, di cui quasi più nessun "cristiano", nel Paese dei crocifissi, si scandalizza…

Che siano rimossi pure, i crocifissi, dai luoghi pubblici, ma che si predichi anche finalmente e ovunque Gesù crocifisso, il suo Vangelo, e si cominci una buona volta a cercare di diventare veri cristiani e di vivere la vera fede nel Figlio di Dio, convertendosi, cambiando vita e prospettive: è l’unico modo per trovare dignità, condurre una giusta battaglia spirituale, dirigersi verso la salvezza eterna e testimoniare efficacemente del Messia Gesù di fronte ai musulmani, agli appartenenti di ogni altra religione, agli agnostici e agli atei, affinché sia noto a tutti che, come disse l’apostolo Pietro…

"… in nessun altro [oltre a Gesù] vi è la salvezza, poiché non c’è alcun altro nome sotto il cielo che sia dato agli uomini, per mezzo del quale dobbiamo essere salvati" (Atti 4:12).

Annotazione finale

Il 6 Dicembre scorso, come Chiesa di Cristo di Udine (della quale chi scrive fa parte), abbiamo organizzato una conferenza-dibattito presso una sala messaci a disposizione da una circoscrizione comunale. Il tema era: Gli Italiani e il crocifisso: risveglio spirituale o letargo secolare? è sempre imprevedibile il numero delle persone che possono intervenire ad un incontro pubblico: a volte poche, a volte tante. Sta di fatto che in questa circostanza, nonostante avessimo consegnato alla cittadinanza ben 8.500 inviti, solo due ospiti si sono presentati, e per di più si è trattato di persone che, pur non essendo parte della nostra comunità, ci conoscono già molto bene da anni. Nessun nuovo visitatore, insomma: eppure, durante il mese di novembre non s’era fatto che parlare di questo tema nei mass-media, nelle scuole, nelle famiglie e in altre sedi…

Certo, non pretendiamo che la gente ci attribuisca chissà quale autorità per impostare un simile incontro pubblico, ma bene o male siamo conosciuti da queste parti, visto che predichiamo e testimoniamo di Cristo intensamente da oltre vent’anni nella zona di Udine, e non di rado, negli anni passati, ci è capitato di tenere conferenze su temi d’attualità ospitando decine di gentili visitatori. Qual è il problema? Evidentemente, né più né meno di quello che cerchiamo di evidenziare in questo scritto: a molti piace ascoltare dibattiti in televisione, leggere articoli di eminenti teologi, politici e altri esperti o vip, così come piace esprimere la propria opinione sul lavoro, a casa, per strada, ma… ma se il discorso si fa serio dal punto di vista biblico, spirituale, e se intervenire significa esporsi dal punto di vista della propria coerenza e conoscenza riguardo al vero Cristianesimo, allora le cose cambiano. E la gente sa bene che, con tutti i nostri umani limiti, il taglio che diamo agli argomenti trattati è sempre quello della ricerca di una piena corrispondenza alla Parola di Dio.

Ai discepoli di Gesù non interessa tanto conoscere il pensiero del tal politico, del tal prete o del tal filosofo… no, essi vogliamo far parlare Gesù Crocifisso, i suoi apostoli, i suoi profeti, tramite le pagine della Bibbia: ed è questo, tanto per cominciare, che scoraggia tanta parte della cittadinanza. Molti acconsentono a ubriacarsi col bombardamento di notizie e pareri per un paio di settimane, ma quasi nessuno s’impegna poi seriamente a trarne qualche conclusione veramente cristiana, evangelica, e di conseguenza pratica (perché il Vangelo, se fatto agire in noi, ha inevitabilmente conseguenze pratiche), iniziando a modificare il proprio modo di pensare e la propria esistenza nella sequela del Signore.

Perché non possiamo non dirci cristiani, si intitolava un breve ma famoso saggio scritto nel 1942 (e rispolverato in varie occasioni, ultimamente, da parte di chi sostiene la presunta, profonda identità cristiana del nostro Paese) dal grande critico letterario e filosofo Benedetto Croce. Perché non possiamo più dirci cristiani, sarebbe onesto e realistico scrivere, a questo punto, nella nostra cara e disastrata (dal punto di vista religioso) Italia…

 

 

Superstizione, paganesimo e crocifisso

Mi pare utile, a questo punto, inserire un brano scritto da uno storico e giornalista italiano non credente, che purtroppo fotografa con nitidezza un triste spaccato della "religiosità" del nostro Paese.

Ogni santo ha una specializzazione, spesso attribuitagli dalla Chiesa stessa, a volte dalla credenza popolare: c’è chi protegge i viaggiatori, chi i medici, chi gli animali, chi gli occhi, chi i marinai, chi gli innamorati, chi fa ritrovare gli oggetti perduti e chi fa passare il mal di testa. La casistica è sterminata, non c’è evento della vita che non possa essere messo sotto la protezione di un santo. È una forma di paganesimo legalizzato, che ha il suo sbocco più clamoroso nella religione cattolico-magica dei brasiliani, ma anche parecchi italiani, spesso senza rendersene conto e senza dare importanza alla cosa, integrano il cattolicesimo con pratiche magiche: il corno e il santino convivono; la fede e la fiducia nell’astrologia o nella reincarnazione non sembrano contraddittorie; chi ha un crocifisso o un’immagine della madonna sopra la spalliera del letto si guarderà ugualmente dall’appoggiare sul letto un cappello, che porta morte; il gesto automatico di farsi il segno della croce prima di una prova difficile, o anche di tuffarsi in mare, ha perso il significato originario per diventare un gesto scaramantico … Gli italiani sono un popolo di cattolici pagani che, oggi, dà lavoro abbondante a 200.000 religiosi, a 150.000 maghi professionisti e a poche decine di santi: gli altri vengono ignorati in quanto scarsi produttori di grazie.

G.B. Guerri, Gli italiani sotto la Chiesa, Mondadori 1992.

 

 


 

Gesù crocifisso

 

Quali sono i significati profondi della morte di Gesù, del Cristo crocifisso, quelli che davvero possono trasformare le nostre esistenze e darci una prospettiva concreta di vita eterna? "Noi predichiamo Cristo crocifisso", scriveva Paolo (1Corinzi 1:23): è la sequela del Messia immolato, è l’immedesimazione con lui che, come Gesù stesso ha sentenziato, fa di una persona un suo vero discepolo: "Se qualcuno mi vuole seguire, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua" (Matteo 16:24). Senza la pretesa di esaurire l’argomento, consideriamo alcuni punti che aiutino a dare un senso più pieno ad un evento sul quale, troppo spesso, accontentandosi dell’immagine di un crocifisso, non si riflette a dovere.

 

Quella di Gesù di Nazaret, secondo le Scritture, è stata…

… una morte innocente

Le autorità giudaiche che lo accusavano non trovavano nulla di concreto contro di lui, e si videro costrette a cercare false testimonianze per sorreggere la loro accusa (Matteo 26:59-60); la moglie di Pilato riferì al governatore romano di aver sognato, soffrendone molto, che il Nazareno era un uomo giusto, e Pilato stesso chiese alla folla: "Che male ha fatto?! … In realtà egli non ha fatto nulla che meriti la morte" (Matteo 27:19.23; Luca 23:14-15). Il ladrone pentito, sulla croce, disse all’altro suo compagno di sventura, riferendosi a Gesù: "Noi in realtà siamo giustamente condannati, perché riceviamo la dovuta pena dei nostri misfatti, ma costui non ha commesso alcun male". (Luca 23:41), e il centurione sotto la croce, dopo che Gesù rese lo spirito, esclamò: "Veramente quest’uomo era giusto!". (Luca 23:47). Certo, Gesù non fu né il primo né l’ultimo innocente a pagare per una sentenza ingiusta. Ma c’è ben di più.

 

una morte senza peccato

Gesù fu molto più di un uomo innocente: egli fu addirittura senza peccato, fu il giusto nel senso più pieno del termine, in un modo che nessuno di noi può vantare, al punto di potere domandare a tutti noi: "Chi di voi mi convince di peccato?" (Giovanni 8:46). E se, inoltre, ci dicesse: "Chi di voi è senza peccato, scagli la prima pietra", tutti, "convinti dalla coscienza", ce ne dovremmo andare come fecero i farisei e gli scribi nel famoso episodio della donna adultera (Giovanni 8:7-9). Gesù può "simpatizzare con le nostre infermità" (è stato vero uomo, sa cosa significa), ed è per questo che riveste il ruolo di unico mediatore fra noi e il Padre; però, seppure sia stato "tentato in ogni cosa come noi", non ha mai commesso peccato (Ebrei 4:15). Il suo sangue è prezioso perché è quello dell’"Agnello senza difetto e senza macchia" (1Pietro 1:19) che Dio "ha fatto essere peccato per noi", benché non avesse mai "conosciuto peccato, affinché noi potessimo diventare giustizia di Dio in lui" (2Corinzi 5:21). Gesù: l’unico innocente privo di peccato, condannato a morte dagli uomini peccatori.

… una morte profetizzata

Gesù non era solo innocente e privo di alcun peccato: la sua morte fu anche predetta con precisione da lui stesso (Matteo 16:21) e dalle Sacre Scritture (vedi, ad esempio, il famoso capitolo 53 del profeta Isaia, ma vi sono parecchi altri contesti veterotestamentari in proposito: es. quelli citati in Giovanni 19:24.28.36-37); non a caso, era attraverso la Bibbia ebraica che i predicatori cristiani del primo secolo dimostravano che Gesù era il Cristo (Atti 9:22, 17:2-3, 18:28; cfr. Atti 13:27), e così dev’essere ancora oggi. Gesù: innocente e privo di peccato, profetizzò come sarebbe morto, secondo le Sacre Scritture.

… una morte pianificata dal Cielo

La morte di Gesù non fu solamente preannunciata in modo soprannaturale: non si trattò solamente di un episodio divinamente vaticinato (il che già non sarebbe poco!), ma rientrava in un piano preciso, uno schema di redenzione, un progetto presente da sempre nella mente di Dio e compiutosi gradualmente secondo le modalità che l’intera Bibbia ci aiuta a seguire e comprendere. Come disse Pietro durante la sua prima predicazione ai convenuti a Gerusalemme, durante la prima Pentecoste successiva alla risurrezione di Gesù: "Egli [Gesù], dico, secondo il determinato consiglio e prescienza di Dio, vi fu dato nelle mani e voi lo prendeste, e per mani di iniqui lo inchiodaste alla croce e lo uccideste" (Atti 2:23): le cose che gli uomini liberamente fecero uccidendo Gesù furono al tempo stesso gli eventi che la mano e il proposito di Dio "avevano prestabilito che avvenissero" (Atti 4:28), nel quadro del "proponimento eterno che egli [Dio] attuò in Cristo Gesù, nostro Signore" (Efesini 3:11); l’Agnello senza macchia né difetto, al quale abbiamo fatto cenno sopra, fu infatti "preconosciuto prima della fondazione del mondo" ed e stato "manifestato negli ultimi tempi" (ossia nell’ultima era dell’umanità, quella in cui viviamo, prima del ritorno di Cristo e della fine del mondo) per tutti noi (1Pietro 1:20). Gesù: innocente e immune dal peccato, ingiustamente messo a morte dai peccatori, secondo quanto predetto nelle Scritture e quanto preordinato da sempre nella mente di Dio.

… una morte accompagnata da straordinari segni

Mentre Gesù era appeso al legno, in pieno giorno "si fecero tenebre su tutto il paese" (Matteo 27:45). Alla morte di Gesù, "il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo; la terrà tremò e le rocce si spaccarono; i sepolcri si aprirono e molti corpi dei santi [leggi fedeli credenti in Dio], che dormivano [erano morti], risuscitarono; e, usciti dai sepolcri dopo la risurrezione di Gesù, entrarono nella santa città e apparvero a molti" (Luca 23:45; Mt 27:51-54 – è a questo punto che il centurione che abbiamo sopra ricordato disse anche: "Veramente costui era il Figlio di Dio!"). Le forze della natura si scatenano, nella casa di Dio dell’Antico Testamento avvenne qualcosa di incredibile, e molte persone trapassate ripresero vita e forma terrena. Miliardi di uomini sono morti o moriranno, ma solo alle morte di Gesù potevano avvenire queste cose. L’evento del Crocifisso non fu un evento qualunque, perché è in grado di trasformare il mondo e gli uomini, se gli uomini davvero lo vogliono capire e seguire!

 

 

Il velo del tempio

Nel tempio fatto costruire da Erode il Grande (quello ancora in piedi – anzi, ancora in via di ultimazione – ai tempi di Gesù, e in seguito distrutto dai Romani nel 70 d.C.) v’era, nella parte più interna, il Tabernacolo (santuario terreno, imitazione, figura e tipo del vero tabernacolo celeste secondo Ebrei 9), una volta entrati nel quale i sacerdoti si trovavano nel luogo detto Santo, una camera sul cui fondo una cortina di tende – secondo le antiche istruzioni mosaiche – separava dal luogo detto Santissimo (cfr. Esodo 26:31-35), nel quale Dio aveva promesso di dimorare fra il suo popolo: ivi poteva accedere, una volta all’anno, ogni anno, unicamente il sommo sacerdote, per compiere l’espiazione dei peccati di tutto il popolo, non prima di aver offerto a sua volta un sacrificio per i propri peccati (cfr. Levitico 16:2-17). Da notare che la cortina di tende era alta circa 18 metri e così spessa che il filo con cui era tessuta (violaceo, porporino e scarlatto, con ricami di cherubini che indicavano che l’uomo non può avvicinarsi a Dio) si componeva di tre fili ordinari di lana ed uno di lino, attorcigliati assieme, e poi raddoppiati sei volte (non poteva dunque rompersi da cima a fondo all’improvviso se non per cause soprannaturali). Il capitolo 9 della lettera agli Ebrei, nel Nuovo Testamento, spiega bene che tutti questi erano ordinamenti cultuali atti a "dimostrare che la via del santuario non era ancora resa manifesta" e che il tabernacolo era "una figura per il tempo presente", ossia dell’era inaugurata da Cristo. Proprio Gesù è entrato "una volta per sempre nel santuario, non con sangue di capri e di vitelli, ma col proprio sangue, avendo acquistato una redenzione eterna". Egli, infatti, "mediante lo Spirito eterno offerse se stesso puro di ogni colpa a Dio", ed è per questo "il mediatore del nuovo patto", in vista "dell’eterna eredità".

 

Ma in quale santuario è entrato il Salvatore? Egli "non è entrato in un santuario fatto da mani d’uomo, figura delle cose vere, ma nel cielo stesso per comparire ora davanti alla presenza di Dio per noi, e non per offrire se stesso più volte, come il sommo sacerdote"; Gesù, "dopo essere stato offerto una sola volta per prendere su di sé i peccati di molti, apparirà una seconda volta senza peccato a coloro che lo aspettano per la salvezza". Il fatto che il velo di tende si sia squarciato alla morte del Figlio di Dio sta a significare che – come dice ancora la lettera agli Ebrei – abbiamo ora "un sommo sacerdote sopra la casa di Dio [ossia la Chiesa di Cristo]" il quale, se lo seguiamo, ci permette di accostarci al Padre "con cuore sincero, in piena certezza di fede, avendo i cuori aspersi per purificarli da una cattiva coscienza e il corpo lavato con acqua pura [chiara allusione al battesimo]" (Ebrei 10:21-22). Cristo crocifisso, risorto e asceso al cielo è "la via recente e vivente che egli ha inaugurato per noi attraverso il velo, cioè la sua carne" (Ebrei 10:20).

 

"Come la cortina era il velo che impediva e permetteva l’accesso durante l’antica dispensazione, così ora la carne di Cristo costituisce l’unico varco per accedere a Dio nella nuova dispensazione" (Milligan). In conclusione, il velo rappresentava la separazione fra la santità perfetta di Dio e l’uomo peccatore. Il suo squarciarsi nel momento in cui Gesù disse "… è compiuto. E, chinato il capo, rese lo spirito" (Giovanni 19:30) è la testimonianza suprema che quella separazione, se abbiamo vera relazione col Cristo, per noi più non esiste, e dunque i cristiani hanno ora "libertà di entrare nel santuario [quello spirituale e celeste], in virtù del sangue di Gesù" (Ebrei 10:19).

Bibliografia

·         R. Backhouse, Piccola guida allo studio del Tempio, ELLE DI CI 1996.

·         R. Milligan, Epistola agli Ebrei, BeD, 1994 (ed. italiana).

·         B. Oxenham, Il Pentateuco, Istituto Biblico Evangelico.

·         R.G. Stewart, L’Evangelo secondo Matteo e Marco, Claudiana1984 (ristampa).

 

 

… una morte a favore delle anime altrui

Poco prima di morire, durante l’ultima cena, il Signore disse che stava per spargere il "sangue del nuovo patto", e che lo stava facendo "per molti per il perdono dei peccati" (Matteo 26:28). "Nessuno può in alcun modo riscattare il proprio fratello, né dare a Dio il prezzo del suo riscatto", diceva l’Antico Patto (Salmo 49:7). Un eroe può morire per salvare fisicamente la vita altrui, ma nessun uomo, neppure immolandosi, può porre rimedio al peccato del suo prossimo e salvare l’anima di qualcuno. Uno solo ha potuto farlo: Gesù. "Dio manifesta il suo amore verso di noi in questo che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi" (Romani 5:8), ed è "morto per i nostri peccati secondo le Scritture" (1Corinzi 15:3); la sua morte è in grado di riconciliare anche l’intero mondo con Dio (2Corinzi 5:19). Il Vangelo è appunto "la parola della riconciliazione" proposta a tutti noi, perché ne possiamo cogliere l’opportunità. Nessuna altra morte ha questo potere. Gesù crocifisso: innocente, senza peccato, profetizzato, realizzatore di un piano eterno, vittorioso sulle forze della natura e su quelle, ben più tremende, del peccato!

… una morte che ha vinto la morte

Noi moriamo e attendiamo la risurrezione, il giudizio di Dio e, a seconda dei casi, la pena eterna oppure (ci auspichiamo) la vita eterna nei cieli. Gesù, invece, dopo la crocifissione ha subito vinto la morte; egli è già risuscitato e siede nei cieli alla destra del Padre: infatti, "fu sepolto e risuscitò il terzo giorno secondo le Scritture" (1Corinzi 15:4), poi "fu portato in cielo e si assise alla destra di Dio" (Marco 16:19). Gesù crocifisso aveva il potere di deporre la sua vita per prendersela di nuovo (Giovanni 10:17-18), e di trasferire la potenza della sua risurrezione a tutti (Filippesi 3:10-12.20-21). Gesù, Figlio dell’uomo ma anche Figlio di Dio, "splendore della sua gloria" e "impronta della sua essenza … dopo aver egli stesso compiuto l’espiazione dei nostri peccati, si è posto a sedere alla destra della maestà nell’alto dei cieli" (Ebrei 1:3), da dove tornerà per giudicare il mondo (Atti 1:11; 1Tessalonicesi 4:13-18).

 

Conclusioni

Gesù è dunque il battistrada, la "primizia" (1Corinzi 15:20) e, seguendolo, possiamo conoscere la Via e andare al Padre (Giovanni 14:5-6). Per diventare discepoli del Crocifisso dobbiamo innanzi tutto conoscere e interiorizzare queste cose, quindi credergli, ubbidirgli, uscire dal nostro stato di peccatori e riconciliarci con Dio tramite la conversione, che culmina nel battesimo "in Gesù Cristo", "nella sua morte" (Romani 6:3): si tratta dell’immersione in acqua (la parola battesimo, dal greco baptizo, significa proprio immersione) che dona la remissione dei nostri peccati (Atti 2:38), per potere alla fine dei tempi risuscitare dai morti in armonia con Dio e camminare "in novità di vita" (Romani 6:4): ossia conducendo un’esistenza diversa, non più conforme al corso di questo mondo bensì modellata sulla volontà di Dio, "affinché noi non serviamo più al peccato", potendo avere "per frutto la santificazione e per fine la vita eterna" (Romani 6:22).

 

Gesù: innocente, senza macchia né difetto, profetizzato dalle Scritture, protagonista assoluto del "compimento del tempo" – come scrisse Paolo – del proposito eterno di Dio (Galati 4:4), accompagnato da segni e prodigi portentosi, capace di trasmettere la sua vita e il suo potere, e di salvarci l’anima… Che il crocifisso regni, sì, e sia bene impiantato non sulle pareti ma nei nostri cuori, nella nostra volontà: "Io sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me…" (Gal 2:20). È di questo Crocifisso che si parla, quando nel nostro Paese tanto si parla del crocifisso…?!

 


 

 

Cristiani non si nasce, si diventa!

Esattamente dieci anni fa (ottobre 1993) tenni a Udine (sempre nell’ambito dell’attività della Chiesa di Cristo) una conferenza sul tema: Cristiani non si nasce, si diventa. Ricordo bene quanto scetticismo vi fosse in proposito da parte di molti cattolici, offesi dal fatto che si potesse mettere in dubbio la dottrina cattolica del battesimo degli infanti (sconosciuto al Nuovo Testamento) e timorosi che si volesse avanzare l’ipotesi della necessità di una vera conversione da parte di praticamente tutti in Italia. Il problema è antico, e non riguarda solo il mondo cattolico. Anche nella Danimarca luterana dell’Ottocento, tanto per fare un esempio, il grande pensatore e credente Soeren Kierkegaard (1813-1855) scriveva (ricevendo, per questo ferocissime critiche e pungenti beffeggiamenti) frasi come quelle che seguono.

 

Da S. Kierkegaard, L’ora. Atto di accusa al Cristianesimo nel regno di Danimarca, Newton Compton 1977.

 

·         La situazione effettiva della Danimarca è questa: che non solo il Cristianesimo – il Cristianesimo del Nuovo Testamento – non esiste, ma la sua esistenza è resa in ogni modo impossibile … Io possiedo un libro che in questo paese può dirsi sconosciuto e di cui voglio quindi dare il titolo: "Il Nuovo Testamento".

·         Nulla è in verità tanto pericoloso per il vero Cristianesimo, nulla è più contrario alla sua essenza, del permettere che la gente assuma con tanta leggerezza il nome di cristiano…

·         Quando il Cristianesimo sorse, v’era un compito semplice: quello di predicarlo. E questo è il caso tutte le volte che il Cristianesimo viene introdotto in una terra che non è di religione cristiana. Nella Cristianità la posizione è diversa, perché è diversa la situazione e son diverse le condizioni. Non si ha di fronte a sé il Cristianesimo, ma un enorme inganno, e il popolo non è pagano, ma vive nella felice illusione di essere cristiano. Se il Cristianesimo deve esservi introdotto, bisogna innanzi tutto distruggere quell’inganno … Non solo noi non siamo cristiani, no, noi non siamo seppur pagani tra cui si possa liberamente predicare il Cristianesimo. Giacché un’illusione, un’enorme illusione ci vieta il divenir cristiani; l’illusione cioè di vivere in una "Cristianità", in uno Stato "cristiano", in una terra "cristiana", in un mondo "cristiano" … La Cristianità è una menzogna che si è attaccata al Cristianesimo come una ragnatela ad un frutto, e che può essere scambiata col Cristianesimo … La Cristianità non ha nulla a che fare col Nuovo Testamento.

·         L’interesse e l’esigenza del Cristianesimo è che vi siano dei veri cristiani. L’egoismo del clero esige, in vista sia del denaro che della potenza, che vi siano molti cristiani. E ciò è facile ad ottenere, quasi in un batter d’occhio. Attacchiamoci ai fanciulli; versiamo ad ogni fanciullo in capo qualche goccia d’acqua. Ed eccolo cristiano … Così in poco tempo vi sono più cristiani che aringhe al tempo della pesca, milioni di cristiani, e così noi siamo – anche col sussidio del denaro – la maggior forza che si sia mai vista al mondo… [Ma] se il Cristianesimo del Nuovo Testamento viene predicato così com’è, non potranno certo venir conquistati milioni di cristiani, né si potrà trarne alcun vantaggio o profitto … I parroci fanno il miracolo: il Cristianesimo non esiste, ma essi ne vivono.

·         Se Cristo ritornasse, tutti questi milioni di uomini che visitarono in pellegrinaggio la sua tomba, tutta questa folla che nessuna forza poteva separare, scomparirebbero, sarebbero come soffiati via, o, come un sol uomo, si lancerebbero sopra Cristo e lo ucciderebbero.

 

 

Da S. Kierkegaard, Diario (edizione ridotta), BUR 1983(3)

 

·         La situazione moderna è l’indifferentismo, non tanto come espressione del fatto che il Cristianesimo ha abbandonato il mondo, quanto del fatto che il Cristianesimo ha abbandonato se stesso, oppure, più esattamente, che la Cristianità ha abbandonato il Cristianesimo … L’indifferentismo è onorato sotto il nome di tolleranza!

·         La Cristianità ha tradito il Cristianesimo in modo subdolo col volere, senza essere veramente cristiana, aver l’aria di esserlo … L’inizio fu: non c’era assolutamente nessun cristiano. Poi divennero tutti cristiani – e per questo motivo non ci fu di nuovo nessun cristiano. Questa è la fine; ora siamo di nuovo all’inizio … La Cristianità è senz’altro ritornata al vecchio Paganesimo – abbellito con espressioni e locuzioni cristiane.

·         La storia del Cristianesimo è purtroppo un regresso continuo … In breve tempo il Luteranesimo è diventato esteriorità, filastrocca, come mai il Cattolicesimo … Ed eccoci quindi al risultato: un Cristianesimo… senza cristiani!

·         Si è detto spesso che se Cristo tornasse sulla terra, sarebbe di nuovo crocifisso. Questo non è del tutto vero. Il mondo [Kierkegaard intendeva il mondo che si dice cristiano] ha cambiato: vive ora nella "intelligenza". Perciò Cristo sarebbe deriso, trattato da pazzo, ma come un pazzo di cui ci si prende beffe.

 

 

Eppure, anche dieci anni e più fa, non pochi altri – sia in ambito cattolico sia protestante – avevano più che un semplice sentore dello sfascio spirituale della nostra società. Restando nel mondo cattolico, consideriamo quanto segue.

·         Conservo un articolo del luglio 1989 (L’arcivescovo è preoccupato: i veri credenti sono il 20%, in "Il Messaggero Veneto") in cui si riportavano le affermazioni dell’allora arcivescovo di Udine Battisti, secondo il quale "l’80 per cento dei battezzati sono fuori dall’ovile" e "i credenti e praticanti si riducono al 20 per cento". L’articolista continuava dicendo che monsignor Battisti aveva domandato: "Dove sono oggi i pagani? Il Cristianesimo cresce là dove sono andati i nostri missionari e diminuisce nei luoghi dai quali i missionari sono partiti". Una chiara denuncia della paganizzazione dilagante del nostro Paese, dunque! Una denuncia che a più riprese vari esponenti del mondo cattolico hanno ripreso.

·         Tanto per fare un altro esempio, La Vita Cattolica (diffusissimo settimanale friulano) nel giugno del 1994 intitolava una indagine sulla religiosità dei friulani in modo emblematico: La religione fai-da-te, a significare l’ormai netta scollatura fra istituzione ecclesiastica e popolazione, una popolazione sempre più prona ad una "religione bricolage" fatta di tutto e di niente e molto più incline al magico, al fantastico, al parascientifico che al Vangelo, a causa – si scriveva – di "assenza e vuoto di evangelizzazione".

·         Non è un caso, dunque, se nell’ottobre 2003 (si noti: lo stesso mese in cui scoppiava il caso-crocifisso di Ofena) "Il Gazzettino" (quotidiano veneto) poteva pubblicare un reportage – avallato dal Patriarca di Venezia Angelo Scola – dal titolo Il modello Nordest ha "sacrificato" la famiglia: "La famiglia è stata sacrificata all’impresa" – si scriveva – e "per distruggere il concetto di famiglia non basta certo un anno, la "demolizione" è giunta a compimento dopo decenni di "lavoro"", dato che è "innegabile che i "modelli" di società proposti negli ultimi lustri tutto comprendono tranne la famiglia". E quale società, se non una società alla quale di cristiano non resta quasi più nulla, poteva giungere a tanto?

Ma le denunce del mondo cattolico – che rappresenta da così tanti secoli la cultura e la religione dominante in Italia – si ritorcono contro se stesso. Chi ha da sempre avuto il monopolio della cultura, dell’insegnamento religioso, del controllo delle anime e delle coscienze (e non di rado della grande finanza), se non il Cattolicesimo? E come mai, allora, si giunge a questi risultati, se non per colpa di chi ha da sempre – apertamente o di fatto – messo all’Indice la Bibbia, la Parola di Dio? Assenza di evangelizzazione, si dice. Certo! Ma chi, per tanti secoli, ha avuto la possibilità di evangelizzare e non l’ha fatto? Quando mai la Chiesa cattolica ha evangelizzato veramente? Ha cattolicizzato, sì, e parecchio, con le buone e con le cattive, ma evangelizzato… Per evangelizzare, bisogna ripartire dal Vangelo, e automaticamente strutture, dottrine e tradizioni cattolico-romane devono farsi da parte: ma non è certo questo che vuole la Chiesa romana!

No, non sarà il crocifisso, non il crocifisso cattolico, a salvarci dal paganesimo che il Cattolicesimo, o altrove il Protestantesimo, hanno introdotto sotto mentite spoglie, e del quale ora ci si lamenta!

Nel maggio del 2003 è stato edito un libro contenente un’indagine sulla fede tra i giovanissimi di Roma. Si tratta di una ricerca il cui committente è stato niente meno che il cardinale Camillo Ruini, vicario del Papa. L’idea della ricerca venne dopo il giubileo del 2000 e dopo lo spettacolo festoso di religiosità offerto dai "papaboys"; Ruini diede l’incarico a uno studioso di sua fiducia, il prof. Marco Pollo. Il libro s’intitola Il volto giovane della ricerca di Dio (Ed. PIEMME).

I risultati rivelano un deciso arresto nella trasmissione della fede cattolica alle giovanissime generazioni, proprio in quella capitale della Cristianità che periodicamente vede folle oceaniche di giovani stringersi attorno al capo del Cattolicesimo romano. Tanto per fare qualche esempio: anche fra gli ormai non molti adolescenti che fanno parte di qualche gruppo ecclesiale, una parte non insignificante dubita persino di Dio, e fra quelli che ancora credono nella sua esistenza una buona percentuale non crede che egli sia il creatore del cielo e della terra. In generale, poi, la figura di Dio fra i giovani è a dir poco evanescente, vaghissima, lontana, del tutto ininfluente sulla vita. Lo stesso vale per l’immagine di Gesù, molto più vicina a quella di una fiction televisiva che a quella del Vangelo. Se, poi, è vero che la maggioranza ha ancora una qualche prospettiva sull’aldilà, tale realtà non viene quasi mai concepita nel modo in cui la Parola di Dio la presenta e – sembra assurdo, ma è così – l’eventuale felicità futura è molto spesso descritta senza che Dio sia presente. L’inferno, ovviamente, è abolito da quasi tutti, alla faccia degli insegnamenti di Gesù in proposito. Se poi entriamo nel campo della morale, specialmente di quella sessuale, troviamo di tutto e di più: anche tra coloro che accorrono ad acclamare il Papa, i criteri sono per lo più personali (o aderenti alla mentalità oggi più diffusa), ben distanti sia da quelli del Vangelo che da quelli cattolici.

Si è trattato – come lo stesso Ruini ha ammesso – di un forte segnale d’allarme, che – ha detto l’alto prelato – riconferma la necessità di una "nuova evangelizzazione". Una presentazione dell’indagine è apparsa su "L’espresso" n° 16 del 10-17 aprile 2003 (titolo dell’articolo: Poca fede e un Dio fai da te), ove si dice che "il cardinale Camillo Ruini è rimasto di sasso, quando ha visto i primi dati" e ha realizzato che "la fede cristiana minaccia di spegnersi nella stessa capitale della cattolicità, la Roma papale"; infatti – continua l’articolo – "nell’insieme della società è il deserto [in senso religioso, spirituale] che avanza". Ruini ha allora affermato: "Cristiani non si nasce più, lo si diventa: dobbiamo riprendere a evangelizzare". Marco Pollo, a sua volta, ha commentato: "Evidentemente sia il catechismo che l’ora di religione hanno fallito … Ma il punto debole è in famiglia. I genitori non trasmettono più la fede ai propri figli. Al massimo fanno i tour operator, mandano i bambini in parrocchia. E in casa? Niente di niente". Amen!

Come semplici cristiani, diciamo queste cose da sempre, ma da sempre siamo ignorati, o screditati, o presi in giro. Ma i nodi vengono sempre al pettine. Cristiani non si nasce, si diventa. Catechismo e ora di religione a scuola hanno fallito. Il Cristianesimo quasi non esiste e il Cattolicesimo è in crisi totale (dal punto di vista spirituale; politicamente parlando, è chiaro, è un altro discorso). Le famiglie non trasmettono nulla (di veramente evangelico) perché non hanno più nulla da trasmettere. Parrocchie e famiglie si rimandano la palla (leggi i figli) a vicenda, ma il risultato è sempre lo stesso: una fabbrica di atei o, nel migliore dei casi, di agnostici, dichiarati o di fatto. Riscopriamo, allora, il Vangelo, facciamo sì che Cristo crocifisso, risorto e asceso al cielo trasformi la nostra vita, e che lo Spirito Santo, tramite la Parola trasmessaci e garantitaci una volta per sempre, ci rigeneri quali persone nuove secondo la volontà divina, in vista del ritorno di Cristo e della vita eterna. Il mondo sta per finire e – come scrisse Pietro ai primi cristiani – "poiché dunque tutte queste cose devono essere distrutte, come non dovreste voi avere una condotta santa e pia, mentre aspettate e affrettate la venuta del giorno di Dio, a motivo del quale i cieli infuocati si dissolveranno e gli elementi consumati dal calore si fonderanno? Ma noi, secondo la promessa, aspettiamo nuovi cieli e nuova terra, nei quali abita la giustizia. Perciò, carissimi, aspettando queste cose, fate in modo di essere trovati da lui immacolati e irreprensibili, in pace" (2Pietro 3:11-14). È ora di ricominciare a fare sul serio, con le grandi cose di Dio e della nostra vita!

 

 

 

 


Sull'uso del Crocifisso

Il Paese dei crocifissi

La tradizione cattolica dei crocifissi, e delle immagini cosiddette sacre in generale, è secolare; eppure, i primi cristiani – stando alla testimonianza del Nuovo Testamento oltre che della storia in generale – non facevano alcun uso di "immagini sacre", neppure di crocifissi; essi avevano il comando e si assumevano l’impegno di portare sempre e concretamente Cristo Gesù nel cuore, come possiamo leggere nel seguente brano scritto dall’Apostolo Paolo: "Io sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me; e quella vita che ora vivo nella carne, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me" (Lettera ai Galati 2,20). Se crocifissi, templi, quadri, statue, reliquie e cose simili servissero veramente per fare un popolo di veri cristiani, l’Italia – ricca come nessun altro di arte e manufatti "sacri" – sarebbe da secoli un Paese-modello, spiritualmente parlando; ma la realtà, quella che possiamo toccare con mano ogni giorno, ci parla di un Paese nel quale si bestemmia e si usa ogni genere di turpiloquio come in pochi altri, nel quale due uomini su tre comprano le prestazioni delle prostitute e l’adulterio, la convivenza, la fornicazione e la pornografia sono la prassi, il materialismo e l’ateismo dichiarato o di fatto dilagano, la superstizione (spesso mascherata da "religiosità cristiana") impera, la furbizia e la corruzione sono di casa quasi ovunque, e potremmo continuare… Oltre ad essere cristiano, sono insegnante di Storia e Filosofia e, quando tratto nel programma la nascita del Cristianesimo, solitamente faccio leggere agli alunni le principali fonti dello stesso, ossia brani del Nuovo Testamento (Vangeli, Atti degli Apostoli, Lettere apostoliche, Apocalisse); una volta conosciuti de visu tali brani, i ragazzi sono sempre concordi nell’affermare che di cristiano, nel nostro Paese e dentro ciascuno di loro, c’è molta apparenza e pochissima sostanza; eppure, tutti, da quando sono nati, sono stati circondati da crocifissi. Allora, è la mancanza di vera conoscenza e di vera pratica della Parola di Dio il vero problema! Possiamo moltiplicare crocifissi e cose simili, ma in questo modo altro non faremo che divenire sempre più ipocriti: gente che, come scriveva ancora l’Apostolo Paolo, ha "l’apparenza della pietà, ma avendone rinnegato la potenza" (2ª Lettera a Timoteo 3,5), ossia la potenza spirituale, la capacità trasformatrice interiore. Vorrei ricordare che, nella Bibbia, il secondo dei dieci comandamenti recita così: "Non ti farai scultura alcuna né immagine alcuna delle cose che sono lassù nei cieli o quaggiù sulla terra" (Esodo 20:4); forse non tutti sanno che la Chiesa Cattolica, nei suoi catechismi, toglie questo comando e, per far tornare il numero di dieci, spezza in due uno degli altri nove… L’iniziativa della Moratti ha somiglianze con quella della croce della tangenziale Ovest di Udine: la si vuol far passare per la battaglia di Dio contro gli infedeli, la battaglia della nostra civiltà contro l’inciviltà (o la scomoda diversità?), ma in realtà è il portato di chi, accorgendosene o meno, si arrocca sui propri simulacri per nascondere un angosciante vuoto: un vuoto del vero significato della morte e risurrezione di Cristo che né immagini, né padrii pii, né madonne o altro potranno mai colmare. La nostra civiltà e società hanno davvero bisogno di ricominciare da Cristo, ma solo dal Cristo del Vangelo.

Valerio Marchi
 

I Cristiani: simboli viventi

Noto con interesse che sta continuando il dibattito sui crocifissi. Mi ha colpito l'affermazione di un lettore di un quotidiano locale, il quale ha affermato che gli italiani sono "legati a filo doppio con il simbolo del crocifisso". In Italia infatti i crocifissi sono dappertutto: nei luoghi di culto, negli uffici pubblici, nelle aule delle scuole, lungo le strade, sulle tangenziali, sulle cime delle montagne, appesi al collo di tanta gente o agli specchietti retrovisori delle automobili. Ma qual è il frutto di tale legame "a filo doppio"? Quali sono i risultati dell'uso intensivo di questo simbolo? Che siamo un popolo migliore di altri che tale simbolo non ce l'hanno, oppure non lo usano con tanto zelo? Direi proprio di no e vorrei essere smentito, ma i fatti sono sotto gli occhi di tutti.
Possiamo invece affermare con certezza di far parte di un popolo di grandi bestemmiatori, questo sì, di gente che ignora il Vangelo, gente che non conosce più Dio, lo ama con le parole e lo rinnega nei fatti e crede che confinarlo in qualche rito, qualche festività (tipo il Natale e la Pasqua) e qualche simulacro da trattare come oggetto di venerazione (come appunto il crocifisso), sia sufficiente per guadagnarsi - in qualche modo - il Paradiso.
Quasi nessuno, in questo dibattito sui crocifissi, si è domandato: Dio cosa ne pensa? Perché il secondo dei Suoi comandamenti recita: «non ti farai scultura alcuna né immagine alcuna delle cose che sono lassù nei cieli o quaggiù sulla terra o nelle acque sotto la terra. Non ti prostrerai davanti a loro e non le servirai» (Esodo 20,4-5)? Perché i cristiani del I secolo non adoperavano alcun simbolo "sacro" né, tantomeno, i crocifissi? La risposta è che il cristianesimo è una religione interiore, che ambisce a entrare nell'intimo del cuore dell'uomo, tanto da farlo cambiare, diventare una persona nuova, che migliora costantemente, modellandosi sull'esempio del Maestro: Gesù Cristo. A tal proposito Paolo apostolo così sintetizza la vita spirituale del cristiano: «come Cristo è risuscitato dai morti per la gloria del Padre, così anche noi similmente camminiamo in novità di vita» (Lettera ai Romani 6,4).
Il punto, quindi, non è se mettiamo o non mettiamo i crocifissi sulle tangenziali o nelle aule scolastiche. Mettiamoli pure, se ci teniamo, ma il vero problema rimarrà sempre e comunque, e questo problema siamo noi, sono i nostri cuori, i cuori di persone che non sono mai rinate a "novità di vita", ma si accontentano di ostentare esternamente qualcosa che dentro non riescono più ad essere: veri cristiani.
C'è solo una cosa che ci può cambiare e non è il pezzo di legno appeso alla parete, ma il messaggio di Cristo, scritto una volta per tutte nel Nuovo Testamento.
Se continuiamo a non avere il tempo di leggerlo - e quindi di praticarlo - ma ci accontentiamo di qualche frammento ricevuto qua e là nel corso della nostra vita, non basteranno tutti i crocifissi del mondo a fare di noi dei cristiani, ma se ci accostiamo con umiltà e sete di capire queste parole che sono le parole del nostro Signore, allora la nostra vita potrà davvero cambiare e saremo noi, veri simboli viventi, a portare Cristo risorto nelle scuole, in ufficio, in piazza e ovunque ce ne sia l'opportunità.

Andrea Miola
 


La croce e "padre Pio"

Recentemente, il Comune di Udine ha provveduto a far demolire una croce di quasi otto metri che da un paio d’anni era piantata in bella mostra (ma abusivamente, e su un territorio sottoposto a vincolo ambientale) lungo la tangenziale Ovest della città, in direzione Nord. Sono rimaste sul pianoro lungo la tangenziale le grandi statue raffiguranti "padre Pio", Gesù e la Madonna, statue che – in quanto opere mobili – non erano comprese nella demolizione coattiva. La proprietaria del terreno (autrice di quella sorta di "parco religioso") ha intrapreso una battaglia legale contro il Comune, ma, soprattutto, sostiene di essere stata guidata nel suo progetto da un disegno divino e ha dichiarato: "E’ un vandalismo, potevano avvisarmi per tempo! Questa è la fine dei tempi! Si vuole eliminare Dio dalla faccia della terra…". Questa signora fa parte di un gruppo di preghiera che si richiama a "padre Pio" ed è votata al "santo" di Pietralcina; secondo tale gruppo, l’erezione di simili simulacri è necessaria per richiamare la gente al Signore, per ricordarsi di Lui, per aspirare a un mondo migliore.

Vogliamo a questo proposito ricordare alcune cose basilari.

Invece di croci – per di più abusive – bisogna predicare e vivere i veri significati del Cristo crocifisso, significati che automaticamente escludono ogni forma di venerazione di presunti mediatori che non hanno alcuna autorizzazione dall’unico e vero Mediatore fra noi e Dio: Gesù. La fine dei tempi? Dio eliminato dalla faccia della terra? No, non è l’estirpazione di una croce da una tangenziale il segno della fine dei tempi e dell’eliminazione di Dio dall’orizzonte degli uomini; è il Vangelo che è stato estirpato: chiunque torni ad esso con buona volontà, occhi e cuori aperti e spirito sereno se ne potrà rendere conto. Più i papi romani canonizzano e beatificano, più il Cristianesimo si spegne. Come disse un giorno Gesù: "Ma quando il Figlio dell’uomo [ossia Gesù stesso] verrà [ossia tornerà per giudicare il mondo], troverà la fede sulla terra?" (Vangelo di Luca 18:8). Forse troverà molte croci, molti templi, molte statue, molte icone, molti presunti miracoli, molti gruppi di preghiera di madonne e padri pii… ma la fede del Nuovo Testamento, quella probabilmente no!
 
 


 



 

Il pescatore e la Sacrestia
 
 

di Valerio Marchi – Chiesa di Cristo di Udine – Ottobre 2000
 

[ Le citazioni bibliche sono tratte dalla versione La Nuova Diodati, Brindisi 1991 ]

All’inizio di ottobre sono andato in Piemonte, su invito della Chiesa di Cristo di Alessandria, per tenere due conferenze pubbliche sulla figura del Signore Gesù (il tema dei nostri incontri era: Dopo duemila anni... quale Cristo?). Proprio in quei giorni, presso l’ex convento di San Francesco in via Cavour, era aperta una mostra sulle suppellettili della Sacrestia Papale (Sacrestia che, in Vaticano, non è visitabile). La mostra era organizzata dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria, sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica e col patrocinio del Comune alessandrino e della Federazione Nazionale della Stampa. Dopo averla visitata, come cristiano non ho potuto evitare di fare alcune riflessioni.

Innanzitutto, consideriamo il volantino informativo dell’avvenimento, intitolato: La Sacrestia Papale – suppellettili e paramenti liturgici (nelle frasi riportate, evidenzio in corsivo alcune espressioni-chiave e fornisco qualche spiegazione fra parentesi).
 

Passo ora alle mie considerazioni e alla contro-informazione che vorrei fornire.
 


 


 


«Chi non prende la sua croce e non viene dietro a me, non è degno di me. Chi avrà trovato la sua vita, la perderà; ma chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la ritroverà … Se qualcuno mi vuole seguire, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi avrà perduto la propria vita per amor mio, la ritroverà. Che gioverà infatti all’uomo, se guadagna tutto il mondo e poi perde la propria anima?…» (Matteo 10:38-39, 16:24-26).

«Se invocate come Padre colui che senza favoritismi di persona giudica secondo l’opera di ciascuno, conducetevi con timore per tutto il tempo del vostro pellegrinaggio, sapendo che non con cose corruttibili, come argento od oro, siete stati riscattati dal vostro vano modo di vivere tramandatovi dai padri, ma col prezioso sangue di Cristo, come di Agnello senza difetto e senza macchia…» (questo, si noti bene, è un passo tratto dalla prima lettera scritta dall’Apostolo Pietro – 1Pietro 1:17-19).

Notarella finale
Avendo fatto riferimento al Piemonte (ma per sviluppare dei ragionamenti universalmente proponibili) mi vengono alla mente le chilometriche code createsi per visitare la cosiddetta Sacra Sindone (circa un milione di persone nell’ulti-ma esposizione!) e l’enorme giro d’affari, il mercato che essa comporta. Gente da tutto il mondo compie lunghi viaggi e sacrifici per vedere esposto un panno la cui datazione è come minimo incerta, ma quasi sicuramente non riferibile al primo secolo d.C.; in ogni caso, anche se si trattasse dell’immagine d’un crocifisso del primo secolo, si dovrebbe ancora tenere conto del fatto che di crocifissi, al tempo, ce ne furono molte migliaia. E comunque, anche se si trattasse dell’immagine di Gesù (cosa che non potrà mai essere comprovata), si dovrebbe far capire alla gente che l’immagine del Signore che veramente conta è quella immateriale (eppure davvero concreta!) del Vangelo, letto e praticato; ma, purtroppo, le folle non fanno tanti sforzi per ascoltare la lettura delle parole di Gesù nel Vangelo, né, tanto meno, per capirle e cercare di praticarle…!

Cari Lettori, perché non cominciare a dare peso alle sole cose che contano per Dio? Facciamolo per amor Suo e per il nostro bene, per la salvezza della nostra anima. Non ci salveranno né alcun paramento sacro né alcun lenzuolo né tanto meno le mentalità e le pratiche che sottostanno alla grande utilizzazione e divulgazione di questi oggetti, ma lo potrà fare unicamente il messaggio di conversione, ubbidienza, grazia e speranza che ci ha inviato, tramite il Vangelo, una volta e per sempre il Cristo!
 



 
 

"Ma come vi permettete…?!"
 

Considerazioni su un’intervista al cardinale Biffi

Su un numero recente de "Il Giornale" è comparsa (in un’articolo intitolato "Ecco l’identikit" del vero Gesù") un’intervista di A. Tornielli al cardinale Biffi, arcivescovo di Bologna, il quale ha appena mandato in libreria un volumetto che traccia, appunto, un identikit di Gesù. Al termine dell’intervista, il giornalista gli domanda se gli sia piaciuto o meno l’ultimo Gesù dello schermo, "Jesus". Biffi risponde di non averlo visto, motivando così la sua scelta:

"L’ho fatto a ragion veduta, perché tutto quello che si riferisce a Cristo inventando mi mette a disagio … quando si fanno dire a Gesù cose che non ha detto o gli si fanno fare cose che non ha fatto, be’, mi viene da dire: ma come vi permettete?".

Qualche considerazione è inevitabile.
 

E’ chiaro che potremmo continuare a lungo, ma pensiamo che il concetto sia più che chiaro. Tanto per dare un ultimo spunto, osserviamo come, nell’articolo sopracitato, ad un certo punto il cardinale dice:
 
 

"Chi a Natale mangia il panettone, inconsapevolmente rende onore a Cristo. Bisognerebbe conoscere più da vicino questa persona [Cristo] che condiziona così tanto alcuni aspetti della nostra vita"

Già, bisognerebbe conoscerlo proprio meglio, il Signore Gesù, anche perché è solo conoscendolo meglio che, oltre a film sballati e religiosità strampalate, potremo anche evitare di cadere nelle invenzioni delle grandi religioni più tradizionalmente stabilite, come il cattolicesimo, e tornare piuttosto al cristianesimo neotestamentario. Chi ha inventato il Natale, se non il cattolicesimo? (Anche su questo, si veda un articoletto che compare sempre in questo sito). Il Gesù del Natale e del panettone non è il Gesù del Vangelo! Caro cardinale Biffi… "ma come vi permettete?!"
 
 



 
 

Dopo il Natale… riflettiamo!

Poco prima dell'ultimo Natale, papa Giovanni Paolo II si è apertamente lamentato della progressiva "paganizzazione" e mercificazione del Natale, invitando tutti, in sostanza, ad essere meno materialisti e goderecci ed a riscoprire le vere radici di questa festività. Ma proprio qui sta il problema: quali sono le vera radici del Natale?
 

Le origini pagane (romane) del natale
 

Per rispondere, facciamo per intanto ricorso ad incontrovertibili fatti storici che sono ben noti anche ai cattolici. Tanto per fare un esempio, in un recente dizionarietto cattolico (presentato dal Card. Ruini e intitolato Il Cristianesimo dalla A alla Z), alla voce "Natale" si legge:

"Festa liturgica con cui i cristiani celebrano, il 25 dicembre, l'incarnazione del Verbo, sottolineandone la nascita a Betlemme. L'origine della festa è romana e risale al IV secolo. I cristiani la sovrapposero alla festa pagana del dio sole celebrata nel solstizio d'inverno (Natalis solis invicti), volendo significare che è Gesù la vera luce dell'uomo e del mondo. Insieme alla Epifania, il 25 dicembre, che non è la data storica della nascita di Gesù, costituisce il momento più alto del ciclo liturgico natalizio…"

Nel contesto, dunque, di un cattolicesimo romano configuratosi ormai quale "religione di Stato", il Natale nacque come sostituzione "cristiana" di una celebrazione di quell'apparentemente sconfitto paganesimo, che però, proprio in modi come questo, s'insinuava in un Cristianesimo già adulterato, allontanandolo sempre più dalla sua iniziale identità.
 

L'originaria identità
 

In effetti, la Parola di Dio non ha indicato la data della nascita di Gesù (né anno, né mese, né giorno!), pur descrivendone in modo accurato l'evento (vedi, ad esempio, Luca 2:1-10 - fra l'altro, dai pochi dati disponibili emerge che molto difficilmente Gesù può essere nato in periodo invernale). Il Nuovo Testamento, di conseguenza, parla molto dell'inizio e dello sviluppo della Chiesa di Cristo, della sua attività (servizi di culto, studio della Parola, predicazione, vita comunitaria, assistenza ai fratelli bisognosi), ma ignora completamente la liturgia natalizia (che per il mondo cattolico, invece, è fondamentale). Per oltre tre secoli i cristiani hanno fatto a meno del Natale, e ancora oggi, se vogliamo attenerci al Vangelo, dobbiamo riscoprire le vere radici del Cristianesimo e renderci consapevoli della genesi intrinsecamente pagana di non poche dottrine, feste e ritualità (il Natale non è certo l'unico esempio!) che sono state solo verniciate di Cristianesimo.
 

Conclusioni e invito
 

Perché lamentarsi della paganizzazione del Natale (come se fosse poi cosa di oggi!), dato che esso altro non fu che una cattolicizzazione del paganesimo? Non vogliamo urtare la sensibilità di nessuno, ma invitare a riflettere sui frutti di ogni distacco dalla purezza e dall'autorità del Vangelo (se Gesù non ha mai voluto il suo "compleanno" - e forse sapeva che sarebbe finita così… -, perché imporglielo?!). A Natale, certo, anche tutti buoni, ma… che fine ha fatto il Cristianesimo?
 



 
 

Il Dio dei viventi

Nel Vangelo di Matteo, al capitolo 22, versetti dal 23 al 33, l'Evangelista riporta uno scambio di battute fra Gesù ed alcuni che non credevano alla prosecuzione della vita umana dopo la morte fisica. Il Signore rimproverò tali persone (dicendo loro che, di fatto, non conoscevano né le Sacre Scritture né la potenza di Dio) e, con semplicità ed efficacia, citò uno dei tanti passi biblici in cui Dio si autodefinisce "il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe" (Esodo 3:6).

Abramo, Isacco, Giacobbe (rispettivamente nonno, figlio e nipote) furono i primi tre capi-famiglia nel-la lunga genealogia del popolo d'Israele, cioè il popolo di Dio al quale (nella linea di discendenza iniziata dai suddetti patriarchi) è appartenuto anche il Cristo (tale genealogia è riportata al capitolo 1 del Vangelo di Matteo). Ora - ragionò Gesù -, se Dio si fa chiamare loro Dio anche tanto tempo dopo la loro morte, ciò significa che la vita umana perdura nell'aldilà (perché "Dio non è il Dio dei morti, ma dei viventi!") e che, come la Bibbia annuncia, un giorno (dopo il Giudizio, nella risurrezione) Dio darà agli uomini un nuovo corpo, atto a vivere in una diversa dimensione (infatti, secondo Gesù, nella vita futura i salvati "saranno in cielo come gli angeli di Dio"). Abramo, Isacco e Giacobbe, vissuti sulla terra molti secoli prima del Vangelo, esistevano ancora (non sulla terra) ai tempi di Cristo, e sono vivi ancora oggi, e ciò vale per tutti i trapassati d'ogni tempo!

Si noti che le persone che non credevano a tutto ciò, nel contesto di Matteo, erano dei "religiosi" molto conosciuti ed accreditati, e si ritenevano tali anche più di altri. Non è paradossale?Eppure, capita spesso anche oggi…
 
 



 
 

Il Gesù della TV

Lo scorso dicembre è andato in onda, su Raiuno, il film Jesus: altro film su Gesù, altro fallimento (almeno per chi ha a cuore il Vangelo). Vediamo qualche piccolo esempio…

Una serie di dialoghi assolutamente fantasiosi, arbitrari, svianti rispetto alla trama dei racconti dei quattro evangelisti Matteo, Marco, Luca e Giovanni; lo stesso dicasi per trame molto "da cassetta" ma poco da Vangelo (il grande amore "stile Beautiful" della Maddalena per Gesù, l'incontro di Gesù con Barabba diverso tempo prima di presentarsi a Pilato…).

L'invadente figura di Maria (chiarissimo influsso cattolico!), che la fa da protagonista, mentre nei Vangeli compare pochissimo; le clamorose "invenzioni" su Giuseppe (che, ad esempio, nel film muore quasi fra le braccia di Gesù!); scontata, inoltre, la riproposizione di Gesù figlio unico (per aderire al dogma cattolico sulla perpetua verginità di Maria: ma il vero Vangelo dice altre cose… Verificare!).

Il battesimo di Gesù, fatto non per immersione (come avviene nel Vangelo) ma "alla cattolica" (versamento di un po' d'acqua sulla testa), e con l'omissione di un fondamentale dialogo con Giovanni Battista in quel frangente (e quante altre importantissime cose omesse!)

Il Signore Gesù in versione disco-dance; Satana in stile "top model", sia maschile che femminile…

Strani cambiamenti: ad esempio (ma potremmo citarne molti!), mentre a Gesù nel Getsemani dovrebbe apparire un angelo, nel film gli appare Satana…

Se, come detto nell'articolo a fianco, i salvati vivranno in eterno con Dio nei cieli, ricordiamo che per salvarci dobbiamo prima conoscere il vero Gesù, e non quello della TV!
 
 



 
 

Le "scuse" del papa

Prosegue la trafila di richieste di perdono del Papa a nome della Chiesa cattolica romana per le colpe del passato (inquisizioni, evangelizzazioni forzate, crociate, roghi, intolleranze e violazioni varie dei diritti umani, antisemitismo, ecc.). Proponiamo a questo proposito qualche osservazione un po’ controcorrente.
 
 

 



 
 

La "canzone del secolo"

In occasione del nuovo Millennio, s’è svolta, negli USA, una gigantesca votazione via Internet per individuare la canzone-simbolo del secolo XX. Il responso è stato: Imagine, del defunto ex-Beatles John Lennon. La melodia è splendida, indubbiamente, ma in una canzone hanno una parte determinante, come sappiamo, anche le parole, sulle quali ci permettiamo di fare qualche riflessione.
 

Un’ultima ma importante annotazione: la seconda canzone classificata è stata la stupenda What a wonderful world ("Che mondo meraviglioso") di Louis Armstrong, che parla d’un uomo che vede il verde degli alberi, le rose rosse che sbocciano per gli innamorati, i cieli blu e le candide nuvole, il giorno luminoso la misteriosa notte, i colori dell’arcobaleno e le facce della gente, le mani degli amici che si stringono, le persone che si amano, i bambini che piangono e crescono e imparano, e si meraviglia di quanto il mondo è bello per chi sa guardarlo con gli occhi giusti; ed è solo sapendo vedere la meraviglia del creato e delle creature che possiamo sperare, con la nostra umanità valorizzata dal sentimento del divino, di migliorare ognuno di noi quella piccola e spesso sofferente porzione di mondo in cui viviamo. Che questa canzone sia giunta seconda è da un lato triste, perché ciò significa che il progetto di Lennon, ampiamente "vincente", è stato preferito da molti; d’altro canto, però, ci fa intendere che ancora molti nutrono sentimenti che sono o possono essere armonizzati con il volere di Dio. Ma verrà mai il giorno che la "canzone del secolo" sarà un inno di gloria al Signore, vissuto pienamente e concretamente nella vita di ognuno di noi? Dipende da ognuno di noi!