Riflessioni dal libro dei

Proverbi

a cura di Andrea Miola



 
 
 
 

Introduzione *
Dio e l’uomo * La sapienza * Lo stolto * Il saggio *
La parola * L’ira e l’autocontrollo * Umiltà e Orgoglio * Il regalo *
L’amicizia * La bontà * La lealtà e la doppiezza * La pigrizia *
La ricchezza * Genitori e figli * La donna * La retribuzione *

 
 
 


 
 

Introduzione




Nel 1999 ho tenuto presso la chiesa di Cristo di Udine una serie di lezioni sul libro dei Proverbi. Questo opuscoletto raccoglie la traccia di tali lezioni, cioè una selezione di versetti, ordinati secondo alcuni temi fondamentali, e commentati anche alla luce del Nuovo Testamento.

Visto che si tratta di uno schema o poco più, solo in alcuni casi ho riportato tali versetti per intero, mentre nella maggioranza dei casi sono citate solo le "coordinate", cioè il capitolo e il versetto (nelle citazioni dei Proverbi, per brevità, non ho menzionato il nome del libro poiché lo do per scontato).
 
 

Il libro dei Proverbi

Il nostro termine "proverbi" non traduce propriamente la corrispondente parola ebraica meshalim (plurale di mashal), ma deriva dal greco e dal latino (proverbia) ed indica una breve espressione letteraria, spesso ritmata, non priva di umorismo e di ironia, con la quale si trasmette il frutto dell’esperienza e della saggezza di un popolo.

Il termine mashal corrisponde solo in parte al summenzionato significato di proverbio, poiché ha un significato più ampio. Esso, infatti, è:
 
 

Il mashal, prima della forma letteraria, richiama l’idea dell’insegnamento, dell’indirizzo di vita, della regola di condotta. L’argomento degli insegnamenti è per lo più religioso e morale.
 

l libro dei Proverbi è costituito da un titolo, un prologo e nove raccolte (o collezioni). Tali raccolte sono il frutto della sapienza dei maestri della corte dei re: da Salomone (1,1 – 961-922 a.C.) ad Ezechia (25,1 – 716-687 a.C.).
 

Proverbi sono scritti in versi, per la maggior parte distici e tristici paralleli. Esempi di tipi di parallelismo:
 
 

[1,8] Ascolta, figlio mio, l'istruzione di tuo padre

e non disprezzare l'insegnamento di tua madre.

[10.1] Il figlio saggio rende lieto il padre;

il figlio stolto contrista la madre.

[16,18] Prima della rovina viene l'orgoglio

e prima della caduta lo spirito altero.

[22,9] Chi ha l'occhio generoso sarà benedetto,

perché egli dona del suo pane al povero.
 
 

Per aiutare la memoria del popolo, i maestri ricorrono spesso all’assonanza di parole, come accade del resto anche nei proverbi italiani (per esempio "parenti serpenti", "chi non risica non rosica", "chi si loda si imbroda").
 
 

Inoltre viene rispettata una certa musicalità, per cui i versi sono accentati secondo una precisa metrica (purtroppo non è sempre riproducibile nella traduzione, infatti, se si riesce a rendere la musicalità nella traduzione, si rischia di perdere il significato del proverbio). Anche in italiano troviamo proverbi "musicali", per esempio: "Tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino".

Parlano spesso per immagini, facendo il paragone con persone, animali o situazioni di vita vissuta (es. 25,12.14.19.28; 26,17; 27,15-16).

Nei Proverbi sono contenute anche le descrizioni di caratteri diversi, come il pigro (26,13-16), e l’ubriacone (23,29-35).

I proverbi umani rappresentano la saggezza di un popolo, ma quelli della Bibbia, oltre a caratterizzare il popolo ebraico e permetterci di entrare un po’ di più nella sua cultura, sono insegnamenti ispirati da Dio (2Timoteo 3,16) e quindi sono preziosi per acquistare la Sapienza (1Re 3,28; 2Cronache 1,7-12; Giacomo 1,5).
 
 


 
 

Dio e l’uomo




Il valore più alto dell’esistenza dell’uomo è Dio e la religione (= rapporto con Dio).
 
 


 


 
 
 

La sapienza
 
 

"Il timore del Signore è il principio della conoscenza;

gli stolti disprezzano la sapienza e l'istruzione" (1,7).





Cos’è? Non si tratta certo della sapienza umana (1Corinzi 1,17-25 e 2,1-8), bensì di quella che proviene da Dio (1Corinzi 3,19). C’è un netto contrasto tra le due, sia in termini di contenuti che di obiettivi.
 
 

Non è facile dare una definizione della sapienza di Dio (3,17-20) perché, essendo Egli l’essere supremo, perfetto e onnipotente, non ci è possibile percepire appieno tutte le sue caratteristiche ("Le mie vie non sono le vostre vie..." Is 55,8-9; cfr. Efesini 3,10).

Ma, dal momento che Dio si è rivelato all’uomo, ciò che conta è la manifestazione della sua Sapienza, cheavviene:

Una volta conosciuta la Sapienza di Dio, è necessario farne tesoro (infatti il solo fatto di conoscerla non giova a nulla!). Efesini 1,15ss spiega il legame tra la conoscenza di Dio e l’ottenimento della sua sapienza.
 
  Vogliamo conoscere ed ottenere la sapienza di Dio? Convertiamoci a Cristo ed entriamo a far parte della sua Chiesa!
 
 

Nei Proverbi la sapienza viene personificata (8,22ss). In 1,20ss essa grida per le vie per farsi ascoltare dagli uomini (come grida? attraverso la manifestazione di Dio nella Natura e per mezzo della predicazione e della testimonianza da parte dei cristiani Matteo 10,27).

Sono grida che scuotono e riprendono l’uomo che erra per le sue vie di stoltezza (e le ama). Se l’uomo non presta ascolto alle parole della Sapienza di Dio, il suo cammino lo porterà dritto alla morte.

I versetti dal 24 in poi sono simili a espressioni usate da Gesù nella sua predicazione (Luca 13,22-30; Matteo 25,35-36)
 
 

Un fatto importantissimo è che l’uomo non deve stimarsi saggio per meriti propri (3,5-7), ma deve cercare la sapienza (e il timore) di Dio (26,12; Romani 3,4; Apocalisse 3,17).
 
 

Come si ottiene la sapienza?


"Siamo infatti opera sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone che Dio ha predisposto perché noi le praticassimo" (Efesini 2,10).

"…affinché conosciate per esperienza qual sia la buona, accettevole e perfetta volontà di Dio" (Romani 12,2).

"Se qualcuno di voi manca di sapienza, la domandi a Dio, che dona a tutti generosamente e senza rinfacciare, e gli sarà data". (Giacomo 1,5)
 
 
I frutti della sapienza




I frutti che si raccolgono grazie alla Sapienza, sono:
 
 



 
 

Lo stolto




La definizione di stolto nel vocabolario è chi dimostra poco senno, pochezza di mente (Zingarelli), ma non è sufficiente per comprendere la figura che viene tratteggiata nei Proverbi.
 
 

Proverbio
Lo stolto
10,23
Si diverte a compiere il male
12,15 
E’ sempre sicuro della sua condotta
10,8; 15,5.12; 13,1; 17,10
Rifiuta gli insegnamenti e la riprensione
14,16
E’ presuntuoso e sfida il male
12,16; 14,29; 29,11
Reagisce subito con ira all’offesa
12,18; 18,13; 20,19; 29,20; 
E’ precipitoso nel parlare; agisce con avventatezza
6,12-14; 10,18; 16,27-30; 18,6;
Provoca litigi, divisioni; è calunniatore, medita il male (ha inoltre un atteggiamento provocatore)
12,23;13,7.16; 18,2;
Cerca di apparire per ciò che non è (17,12 dice "Meglio incontrare un'orsa privata dei figli che uno stolto in preda alla follia", dando a intendere che dall’orsa si sa che cosa aspettarsi).
11,12; 14,21
Disprezza il prossimo

 

Chi sono gli stolti? Siamo capaci di individuarli? Consideriamo che è molto difficile spuntarla con loro (29,9), ma consoliamoci con il fatto che, prima o poi, si tradiscono (18,7) e che, alla lunga, il giusto avrà la meglio (6,15;10,25) !
 
 

Attenzione, infine, a non cercare sempre e solo lo stolto al di fuori di noi! Dopo aver esaminato le caratteristiche dello stolto, ognuno potrà realizzare di avere almeno un pizzico di stoltezza su cui lavorare!
 
 


 
 

Il saggio





Per molti versi è la negazione, l’opposto dello stolto, ma bisogna sottolineare che il saggio è tale non perché si limita a non operare come uno stolto, ma perché agisce in maniera positiva, secondo i comandamenti del Signore. Astenersi dal male, infatti, è solo il primo passo: bisogna fare il bene per essere graditi a Dio! In Matteo 12,43-45 Gesù spiega che non basta che lo spirito immondo (cioè il male) esca da un uomo: bisogna che quest’ultimo adorni il proprio spirito di cose buone, altrimenti lo spirito immondo prima o poi ritornerà alla carica!
 
 
 
 

Proverbio
Il saggio
10,23
Coltiva la sapienza, si diletta nella legge del Signore (Salmi 112,1)
12,16; 14,29; 29,11
Nasconde l’offesa; è paziente, si controlla
14,16
Teme il male e ne sta lontano
10,8; 12,15; 15,5
Accetta gli insegnamenti (si mette in discussione)
14,15; 12,15

13,1

Controlla il proprio cammino, ascolta il consiglio e la riprensione; è umile
15,21
Cammina diritto
17,24
Ha la sapienza che lo guida
10,13
Ha la sapienza sulle labbra
12,18
Ha parole di conforto
15,18; 29,8
Seda le contese
11,12
Tace il disprezzo
13,14
Il suo insegnamento è prezioso
12,23
Nasconde la sua conoscenza, perché è umile
13,20 
Frequenta persone sagge per crescere



 

La parola


Riuscire a controllarsi nel parlare, sapere quando parlare, come e cosa dire, sono obiettivi che ogni cristiano deve porsi. In Giacomo 3,1-12 vi è una calda esortazione a moderare l’uso della lingua; per brevità riportiamo solo il versetto 2: "Se uno non sbaglia nel parlare è un uomo perfetto, ed è pure capace di tenere a freno tutto il corpo".
 
 

Perché è così importante parlare nel modo giusto? Perché quello che diciamo riflette ciò che siamo noi spiritualmente: le nostre parole sono lo specchio della nostra realtà interiore! "Razza di vipere, come potete dire cose buone, voi che siete cattivi? Poiché la bocca parla dall’abbondanza del cuore" (Gesù in Matteo 12,34).
 
 

I Proverbi forniscono insegnamenti importanti in merito al parlare.
 
 

E’ necessario soffermarsi su questi aspetti:
  Ricordiamoci, infine, che saremo giudicati proprio in base alle nostre parole! "Ma io vi dico che di ogni parola infondata gli uomini renderanno conto nel giorno del giudizio; poiché in base alle tue parole sarai giustificato e in base alle tue parole sarai condannato". (Matteo 12,36-37)
 
 


L’ira e l’autocontrollo


Come abbiamo visto, la parola è l’espressione del nostro stato interiore, dei nostri sentimenti. Se non riusciamo a mantenerci in equilibrio e ci facciamo dominare dai nostri sentimenti, invece che moderarli, ecco che ci facciamo prendere dall’ira.

I Proverbi danno un’immagine positiva dell’uomo paziente e mansueto, e un’immagine negativa dell’iracondo; il primo infatti smorza le liti, mentre il secondo le accende (15,18; 29,22) e ne paga le conseguenze.

L’iracondo va punito, altrimenti non capisce il suo errore e continua per la sua strada (19,19). Ricordiamo infatti che con l’ira l’uomo cerca (e spesso ci riesce) di avere ragione in ogni situazione, anche quando ha torto (come si suol dire "chi grida di più ha la meglio"). Per questo motivo chi tende a lasciarsi andare, va controllato e messo al suo posto, perché può essere "contagioso".

(27,3) L’ira dello stolto pesa molto, cioè è difficile da sopportare.

(22,24-25) Il collerico non è di certo un buon esempio, e pertanto bisogna evitarlo, per non imparare ad imitarlo (ma anche perché è una compagnia difficile da sopportare).

(29,11) "Lo stolto dá sfogo a tutto il suo malanimo, il saggio alla fine lo sa calmare". Ecco la differenza tra lo stolto che si lascia andare e il saggio che si sa controllare! (14,17.29)

(17,27-28) Uno spirito calmo è un uomo prudente: egli ha sangue freddo nelle situazioni in cui il collerico si lascerebbe trascinare dall’impeto. Egli inoltre è intelligente e sa moderare le proprie parole: specialmente in certi momenti è importante!

(16,32) Il mansueto sa dominare sé stesso e gode della massima considerazione; infatti, vale più di un eroe di guerra!

Nel Nuovo Testamento diverse sono le esortazioni ad abbandonare l’ira (Giacomo 1,19-20; Colossesi 3,8; Efesini 4,31-32) e a rivestirsi con uno spirito di mansuetudine, secondo l’esempio di Cristo (Matteo 11,29; Tito 3,2; Giacomo 3,13.17).

Il messaggio non è che non ci si deve mai arrabbiare (ricordiamo Gesù quando scaccia i mercanti dal tempio), ma che il nostro spirito di fondo deve essere mansueto, mite, dolce. In altre parole, si deve alzare la soglia oltre la quale si perde la pazienza: in questo caso, se capita di arrabbiarsi, sicuramente quello che si dice sarà preso in maggiore considerazione.
 



 

Umiltà e Orgoglio




Per iniziare, leggiamo le definizioni dei termini dal vocabolario.
 

Umiltà Consapevolezza dei propri limiti, che fa sì che non ci si inorgoglisca per le proprie qualità, virtù, meriti o successi e non si cerchi fama e ricchezza.

Orgoglio Esagerata valutazione dei propri meriti e qualità, per cui ci si considera superiori agli altri in tutto e per tutto.

  "… ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso, senza cercare il proprio interesse, ma anche quello degli altri. Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce". (Filippesi 2,3-8)



 
 

Il regalo



I Proverbi non trattano tutti i tipi di regali che si possono fare, ma operano una distinzione fra i regali leciti e illeciti.
 

Regali leciti

Regali illeciti Si possono fare i regali?

Abbiamo gli esempi biblici (1 Re 10,2) per sostenere che il regalo è lecito se fatto per fini buoni, accettati da Dio.

Siamo liberi di comportarci come vogliamo in questo ambito. Dove la Bibbia tace non abbiamo il diritto di mettere noi delle regole, pertanto non possiamo giustificare con la Bibbia il fatto che riteniamo giusto fare e accettare i regali oppure no.
 
 

Ricordiamoci che il dono è qualcosa che viene dal cuore e, come tale, è un gesto spontaneo (chi lo riceve ha piacere che sia spontaneo e non "forzato") e disinteressato (quindi non si deve sperare di avere il contraccambio).
 
 

Quali sono le occasioni per fare regali?

Compleanni, matrimoni (usanza tipica anche degli Ebrei), anniversari, diplomi, lauree, nascita di bimbi (cfr. Matteo 2,11), ma anche… nessuna ricorrenza! In quest’ultimo caso, di solito, il regalo è più gradito, perché totalmente inaspettato.
 



 

L’amicizia





L’uomo e gli altri

Le doti dell’amico Fratelli o amici?


 
 

La bontà




E’ una qualità fondamentale per l’uomo di Dio (19,22a) e va di pari passo con la giustizia (21,21).

L’insegnamento dei Proverbi, e della Bibbia in generale, è che l’uomo raccoglie il frutto di ciò che ha seminato (11,18; 22,8-9; Osea 8,7). Se desideriamo che gli altri siano buoni con noi, dobbiamo prima cercare di esserlo con loro (Gesù dice: "Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge ed i Profeti" Matteo 7,12).

Il primo a beneficiare della propria bontà è l’uomo stesso che la manifesta, perché viene benedetto da Dio (11,17; 12,2).
 
 

L’uomo buono

Il premio della bontà Come si diventa buoni? Un aspetto che riguarda la bontà è quello di non rendere male per male e di non godere delle disgrazie altrui, in particolare di colui che, dopo averci fatto del male, si trova in difficoltà. Il concetto di amare e rispettare i propri nemici non è facile da applicare, ma è presente sia nei Proverbi, che nell’insegnamento di Cristo e degli apostoli. La strada verso la perfezione nella bontà, passa attraverso l’applicazione di quattro comandamenti di intensità spirituale crescente, come i gradini di una scala: Leggiamo in conclusione, un passo dal vangelo di Matteo "Avete inteso che fu detto: amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste". (Matteo 5,43ss)
 



 
 

La lealtà e la doppiezza




(28,6; 19,1) Meglio essere povero ma integro, piuttosto che ricco, doppio, instabile, e bugiardo. La condizione del povero non è certo invidiabile, ma quella della persona ingannevole, bugiarda e doppia, lo è ancor meno; non si sa infatti mai con chi si ha a che fare: a volte si crede sia un amico perché ci dice cose belle, ma poi scopriamo di essere traditi alla prima occasione (la sincerità è infatti una dote irrinunciabile in un’amicizia).

(10,9) La lealtà ci fa camminare sicuri, perché non abbiamo niente da temere; al contrario, chi vive nell’inganno, prima o poi si attirerà addosso dei guai e questo non lo fa vivere tranquillo (28,18).
 
 

(6,12-15) Descrizione della persona doppia.



 
 

La pigrizia



Un concetto dominante del libro dei Proverbi è che l’uomo, per vivere, deve lavorare e produrre (12,11; 28,19). Ma questo lavoro deve essere onesto, frutto della propria fatica e non del male fatto ad altri (1,10-19).

I Proverbi esaltano la laboriosità e l’uomo industrioso, quello che si dà da fare, che ha iniziativa: le ricchezze così guadagnate sono una benedizione.

D’altra parte viene disprezzato il pigro e l’indolente, perché vorrebbe avere ricchezze ma non fa niente per ottenerle.

Il pigro

Tre quadretti del pigro: 6,6-11; 24,30-34; 26,13-16. Si può cogliere in essi anche un po’ di ironia, oltre alle amare constatazioni delle conseguenze della pigrizia.

Due precisazioni

A testimonianza che gli uomini di Dio non sono dei "contemplativi", ma che sono inseriti nella società e svolgono le oneste attività del mondo, si legga 2Tessalonicesi 3,6-12, dove Paolo esorta tutti a lavorare per vivere! Il pigro, poiché si comporta disordinatamente, viene rimproverato.
 


La ricchezza
 
 

"Il ricco e il povero hanno questo in comune:

l’Eterno li ha fatti entrambi" (22,2).

Nei tempi antichi era molto più accentuata la differenza tra ricchi e poveri, mentre il cosiddetto "benessere" dell’odierna società occidentale ha prodotto un livellamento verso l’alto dello stato sociale. Pertanto non sentiamoci troppo lontani dalla figura del ricco nella Bibbia e cerchiamo le giuste applicazioni degli insegnamenti biblici per la nostra vita.

La virtù del ricco è quella di avere il giusto rapporto con i beni materiali, disponendone con intelligenza, con un certo distacco e con la consapevolezza che dopo questa vita non ci saranno più (23,4-5). La ricchezza, dunque, va usata bene, sapendo che con essa si può aiutare chi è nel bisogno e contribuire alla giusta causa del Regno di Dio (1Timoteo 6,17-19).

I valori spirituali, invece, sono quelli che ci accompagneranno per l’eternità (1Pietro 1,24-25; 1Giovanni 2,17) e quindi vanno perseguiti e custoditi. Essi costituiscono un’altra ricchezza, più nobile, che non brama i beni materiali, ma li usa come strumento per operare la giustizia di Dio.
 



 

Genitori e figli




I Proverbi che parlano del rapporto tra genitori e figli non sono come i consigli del sociologo o dello psicologo, ma costituiscono un prezioso aiuto per chi vuole impostare la vita all’insegna dei comandamenti di Dio.

Il punto di partenza è che i genitori amano i propri figli e, nonostante siano limitati e peccatori come tutti gli uomini, cercano di trasmettere loro i valori morali e spirituali più importanti per affrontare la vita (Efesini 6,4). Un genitore cristiano desidera che il proprio figlio capisca prima di tutto l’importanza di cercare Dio e la Sua giustizia, che abbia una mentalità aperta, che impari a ragionare e discernere il bene dal male. Le altre cose che umanamente fanno piacere (laurea, carriera, successo) sono un dippiù e non bisogna disperarsi se il figlio fallisce tali obiettivi.

Anche i figli, come gli uomini, vengono distinti in saggi e stolti. Si legga, infine, tutto il brano 23,15-35.
 


La donna





Il valore della famiglia è molto considerato nei Proverbi (27,8) e per questo si parla quasi sempre della donna vista come moglie.
 
 

"Una moglie assennata viene dall’Eterno"!(19,14)




 
 

La retribuzione




Premessa: i beni materiali, lo stare bene materialmente ed in salute era considerato dalla società ebraica del Vecchio Testamento una benedizione di Dio, ecco perché molte delle benedizioni o maledizioni di Dio riguardano anche gli aspetti materiali dell’esistenza dell’uomo (p.es. la ricchezza 10,15; la malattia, la disgrazia Giovanni 9,1-2).

Un concetto fondamentale è che, a differenza dell’empio, il giusto vivrà. Tale benedizione si riferisce sia alla vita terrena che, soprattutto, alla vita eterna (11,3-6; 10,24-25; 11,19-21; 1Giovanni 2,17)
 
 

La retribuzione del giusto
La retribuzione dell’empio
Benedizione di Dio (3,33b; 10,6)
La maledizione (3,33a)
Felicità (12,21; 13,21)
L’infelicità (12,21; 13,21)
I beni, gli onori, il successo (3,16.35; 4,7-9)
La mancanza di beni materiali, il disonore, la rovina (3,35b; 6,12-15; 13,25; 15,6.25; 13,9; 24,19-20)
La realizzazione dei propri desideri (23,17-18; 24,13-14)
Desideri insoddisfatti 

(10,3.28; 11,7)

Il favore di Dio e degli uomini (8,32-36; 11,10a; 12,2a)
L’antipatia degli uomini e la condanna di Dio (11,10b; 12,2b)
L’amicizia di Dio (3,32b)
L’odio di Dio (3,32a)
Una posterità onorata e felice (13,22; 20,7)
 
L’esaudimento delle preghiere (15,29)
La lontananza di Dio (15,9.29)
La protezione di Dio 

(2,1-8; 3,21-26)

 
La salute (3,4-8)
 
La sapienza (4,5-9)
 
La sicurezza (1,33; 4,10-13.18; 11,9; 12,21; 29,25)
L’insicurezza (4,14-19; 28,1)
Una vita lunga (3,2; 9,10-11; 10,27)
La morte prematura (1,32; 10,27; 11,30-31)
Un ricordo durevole (10,7a)
La scomparsa del suo ricordo (10,7b)

Ci vuole fede e pazienza nell’attendere la retribuzione di Dio (23,17-18; 24,19-20), ricordandoci che è sempre a lui che appartiene la vendetta e non a noi! (Romani 12,19).