Luoghi comuni

 

Cherubini-bambini ?

Tutti avranno visto almeno qualche immagine (decorazioni scultoree o pittoriche, molto in voga anche per l’arredamento) di cherubini riprodotti come puttini, ossia fanciullini: piccoli, teneri e paffuti bimbi riccioluti, con graziose alucce, così diffusi e celebri da aver fatto aggiungere al termine cherubino il significato – rinvenibile in qualunque dizionario – di «persona, spec. bambino o fanciulla, di delicata bellezza»; parallelamente, l’espressione testa da cherubino sta a significare, nel linguaggio comune, «dai capelli biondi e ricciuti» (Zingarelli 2004).

Niente di più diverso, però, rispetto ai cherubini della Bibbia, che sono creature soprannaturali assimilabili agli angeli e parte di quegli «esseri viventi» celesti di cui si parla in passi come Ezechiele 1:5-21 o Apocalisse 4:6-11: si tratta di entità composite, ibride, se vogliamo anche sconcertanti e impressionanti, e – per quanto si riesca a capire – consistenti in una varietà di tipologie che, in qualche modo, sembrano anche rappresentare l’intera Creazione (si parla infatti di «quattro esseri viventi» sia in Ezechiele 1:5 che in Apocalisse 4:6, e il numero quattro sta simbolicamente per il mondo, i «quattro angoli della terra»: Apocalisse 7:1, 20:8), oltre che, come si vedrà fra poco, rimandare al mondo assolutamente sovrumano di Dio.

Mentre non sappiamo quante facce avessero i cherubini associati all’Arca del Patto e nel Tempio nel culto veterotestamentario (forse una, ma non è detto: Esodo 25:17-22; 1Re 6:24-29; cfr. Ebrei 9:5), quelli del nuovo Tempio ideale mostrato in visione al profeta Ezechiele ne hanno senz’altro due, quelli di un’altra visione del medesimo profeta addirittura quattro, mentre ne hanno una quelli posti in mezzo e intorno al trono di Dio. La natura di tali facce è varia (umana, bovina, leonina, aquilina, o «di cherubino»), mentre il corpo è talvolta bipede e altre volte quadrupede. Si parla poi anche di quattro grandi rumorose ali, o di sei ali, e ancora di piante dei piedi come quelle di vitelli e come di «bronzo lucidato», di «mani d’uomo», di «gambe diritte», e di un aspetto complessivo come di «carboni» e «fiaccole», simili al fulmine nella loro corsa e completamente ricoperti di «occhi tutt’intorno» (si veda per tutti questi elementi il libro di Ezechiele 9:3 e 41:18-20, ma soprattutto gli interi capitoli 1 e 10, oltre che 2Cr 3:10-13 e Apocalisse 4:6-8).

Sempre strettamente connessi alla Divinità, alla sua Santità e Potenza (che essi continuamente glorificano: Apocalisse 4:6-11, 7:11) e alla sua Rivelazione (Numeri 7:89; 1Samuele 4:4; 2Samuele 6:2; 2Re 19:15; Salmi 80:1, 99:1; Isaia 37:16), i cherubini, oltre che guardiani armati (Genesi 3:24; Ezechiele 28:14; cfr. Numeri 21:23; Giosuè 5:13), partecipano in modo fulmineo al continuo movimento dell’Eterno (2Samuele 22:10-11; Salmo 18:9-10; Ezechiele 1:14, 10:15-19, 11:22-24), del suo «carro», nei pressi del «trono» posto di fronte ad uno scenario simile ad «un mare di vetro simile a cristallo » (Salmo 104:1-4; Ezechiele 1:16.26, 10:1; Apocalisse 4:6, 5:6) e sotto «firmamento simile al colore di un maestoso cristallo» (Ezechiele 1:22).

Insomma, pur nella ovvia impossibilità, per la Sacra Scrittura, di spiegarci in termini umani aspetti di realtà assolutamente trascendenti come queste («i cieli si aprirono ed ebbi visioni da parte di Dio», dice Ezechiele 1:1; vedi anche Apocalisse 4:1), il linguaggio usato, le visioni e i simboli comunicati da Dio ai profeti ci portano ancora una volta in tutt’altra direzione, altezza e profondità rispetto alla sdolcinata, caramellosa (e, molto spesso, anche commerciale) visione degli uomini.

 


 

Sul “Padre nostro” (1)

«Padre nostro, che sei nei cieli…»: chi non conosce questa preghiera? È la preghiera-modello che Gesù insegnò ai discepoli quando essi gli chiesero: «Signore, insegnaci a pregare», e tutti l’abbiamo prima o poi recitata e/o sentita recitare. Diciamo recitare perché, in effetti, si è abituati ad una ripetizione mnemonica, quasi meccanica. Non vogliamo dire che sia in assoluto vietato ripetere quell’esempio di orazione così com’è; sicuramente, però, non era questo ciò che Gesù stava insegnando, come è dimostrato da alcuni fatti. Innanzi tutto, nel Nuovo Testamento troviamo molti casi di preghiere fatte da Apostoli e Cristiani in genere, ma mai una volta vediamo qualcuno di loro dire il “Padre nostro” a memoria, frase per frase, parola per parola; troviamo piuttosto varie preghiere (semplici, profonde, ricche e concise al tempo stesso), sempre diverse, adattate alle circostanze, modellate sulle esigenze del momento. Gesù, insomma, ha insegnato un modo di pregare, e non una filastrocca, una tiritera, così come viene spesso proposta (non di rado, anche ripetendola varie volte di seguito e senza pensare più di tanto a ciò che si dice, come se le parole avessero in sé una sorta di potere magico). D’altronde, se la vera preghiera è dialogo fra un figlio (il Cristiano) e il proprio Padre celeste, ve lo immaginate un figlio che, quando si avvicina al padre, gli ripete sempre le stesse frasi imparate a memoria? Lo avete mai fatto con vostro padre? E che direste se lo facesse con voi vostro figlio? Un vero dialogo è fatto di frasi sentite, chiare, partecipate, spontanee, che sgorgano dal proprio cuore in modo ragionato e naturale al tempo stesso (perché «la bocca parla dall’abbondanza del cuore»: Matteo 12:34), sempre poste in rapporto alle situazioni contingenti, che non sono mai una uguale all’altra. D’altronde, lo stesso Gesù ha detto: «Nel pregare, non usate inutili ripetizioni come fanno i pagani…» (Matteo 6:6).

 


 

Sul “Padre nostro” (2)

Che capiti di pensare poco a quanto espresso dal “Padre nostro”, d’altronde, è ben visibile da un fatto preciso. La preghiera insegnata da Gesù fu essa stessa ritagliata sulle esigenze del momento, come dimostra una delle richieste in essa contenuta: «Venga il tuo Regno» (Matteo 6:10). Contrariamente a quanto molti pensano, il Regno di Dio è già venuto, e precisamente con il compimento dell’opera terrena di Gesù (che sulla croce, subito prima di morire, disse: «è compiuto»: Giovanni 19:30), col conseguente inizio della predicazione della sua risurrezione e della possibilità di perdono per mezzo del suo sacrificio, con la nascita della prima comunità di Cristiani a Gerusalemme e poi via via di tante al comunità nel mondo. Infatti, nel giorno della Pentecoste ebraica successiva alla croce (sette settimane dopo), lo Spirito Santo discese con potenza sugli Apostoli a Gerusalemme, Pietro annunciò il Vangelo e moltissime persone si battezzarono per il perdono dei loro peccati, diventando Cristiane (si legga Atti degli Apostoli cap. 2). E infatti Gesù, tempo prima di Atti cap. 2, diceva ai suoi uditori: «In verità vi dico che vi sono alcun qui presenti che non gusteranno la morte, senza aver visto il Regno di Dio venire con potenza» (Marco 9:1). Ecco anche perché Giovanni il Battista, immediato precursore di Gesù, esortava e ammoniva i suoi contemporanei dicendo: «Ravvedetevi, perché il Regno dei cieli è vicino!» (Matteo 3:2), e la stessa identica cosa predicavano Gesù e gli Apostoli (vedi Matteo 4:17, 10:7; Luca 10:9-11). Inoltre, quando Gesù annunciò che avrebbe edificato la sua Chiesa (cosa che poi fece tramite l’opera degli Apostoli, ai quali diede l’incarico di predicare in tutto il mondo: Matteo 28:18-20), identificò tale Chiesa col Regno dei cieli, perché chi ne fa parte è parte del Regno di Dio (ciò è chiaramente espresso in Matteo 16:18-19). Coerentemente, l’Apostolo Paolo scriveva ai Cristiani del suo tempo dicendo loro che erano stati «riscossi dalla potestà delle tenebre» (ossia dal peccato, dal dominio di Satana) ed erano stati da Dio «trasportati nel Regno del suo amato Figlio», cioè nella realtà nella quale è possibile avere «la redenzione per mezzo del suo sangue e il perdono dei peccati» (Colossesi 1:13-14). In conclusione, l’invocazione di Gesù «venga il tuo Regno» riguardava ciò che stava per realizzarsi in quei tempi, ossia l’adempimento della missione terrena di Cristo; a tale richiesta il Padre ha già risposto, soddisfandola. Oggi i veri Cristiani non chiedono più «venga il tuo Regno», perché essi sono già parte del Regno; piuttosto, essi pregano per il ritorno del Signore Gesù, che porrà fine al mondo e consegnerà il Regno (cioè la Chiesa, i salvati) nelle mani del Padre, come spiega molto bene Paolo in 1Corinzi 15:24 e in altri passi di quest’ultimo contesto biblico.

 


 

«… un’Apocalisse»! 

 

Nel linguaggio comune, il termine apocalisse – come riporta anche il Vocabolario Zingarelli – viene usato per designare una catastrofe, un disastro totale, e apocalittico sta di conseguenza per “disastroso, funesto, spaventoso”, oppure significa “esageratamente pessimista” (per quest’ultimo significato, il suddetto Vocabolario porta gli esempi delle frasi: previsioni apocalittiche; non essere così apocalittico sul tuo futuro!). In realtà, però, lo Zingarelli (e lo stesso, ovviamente, fanno anche altri Dizionari) informa innanzi tutto di quanto segue:

 

Apocalisse [ … dal greco apokâlypsis  “rivelazione”] Ultimo libro del Nuovo Testamento, scritto da S. Giovanni Evangelista ‌‌‌/ Rivelazione degli eventi finali e del secondo avvento di Cristo, contenuta in tale libro.

 

Ora, che nel libro scritto dall’Apostolo Giovanni siano presenti momenti altamente drammatici e calamitosi,  è indubitabile, perché la lotta fra il Bene e il Male è radicale, durissima, senza tregua. Ma il fatto che, nell’uso più comune, sia l’aspetto della tragedia fine a se stessa ad avere nettamente prevalso, dimostra quanta poca confidenza vi sia, in generale, con le cosiddette e presunte “radici cristiane” del nostro Paese. Se traduciamo il termine apocalisse con rivelazione (invece di operare semplicemente una traslitterazione, ossia sostituire le lettere d’un alfabeto con quelle equivalenti d’un altro, da cui apocalisse tratto da apokâlypsis ), già le cose iniziano a cambiare. Ad esempio, non avrebbe alcun senso, infatti, affermare, in occasione di un evento catastrofico: «è successa una vera rivelazione!», oppure dire ad una persona pessimista (riprendendo l’esempio sopra riportato del Vocabolario): «Non essere così rivelatore sul tuo futuro!».

 

Il libro dell’Apostolo Giovanni si presenta sottolineando il proprio carattere: «Rivelazione di Gesù Cristo, che Dio gli diede per mostrare ai suoi servi le cose che devono accadere rapidamente e che egli fece conoscere, mandandola per mezzo del suo angelo al suo servo Giovanni» (Apocalisse 1:1). Ora, questo svelamento, questa divulgazione di ciò che non avrebbe potuto essere noto se non per l’intervento soprannaturale di Dio, riguarda innanzi tutto il senso di molti avvenimenti già in corso nel momento in cui Giovanni scriveva guidato dal Signore («Ciò che tu vedi scrivilo in un libro…» (Apocalisse 1:11), di altri che dovevano presto realizzarsi e, in ultimo, della fase finale del progetto storico-salvifico di Dio, col ritorno di Cristo e il Giudizio finale ed eterno. Per i Cristiani, per i veri Cristiani, l’Apocalisse (o meglio, allora: la Rivelazione) di Giovanni è un messaggio di conforto, di speranza, di vittoria. Basti ricordare frasi come queste:

 

·          «Ecco, io [Gesù] sto alla porta e busso; se qualcuno ode la mia voce ed apre la porta, io entrerò da lui, e cenerò con lui ed egli con me. A chi vince concederò di sedere con me sul mio trono…» (Apocalisse 3:20).

·          «Poi udii dal cielo una voce che mi diceva: “Scrivi: Beati i morti che d’ora in avanti muoiono nel Signore; sì, dice lo Spirito, affinché si riposino dalle loro fatiche,perché le loro opere li seguono» (Apocalisse 14:13).

·          «Essi [gli agenti del Male] combatteranno contro l’Agnello [Cristo] e l’Agnello li vincerà, perché egli è il Signore dei signori e il Re dei re; e coloro che sono con lui sono chiamati eletti e fedeli» (Apocalisse 17:14).

·          «E Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi, e non ci sarà più la morte, né cordoglio, né grido né fatica, perché le cose di prima sono passate. Allora colui che sedeva sul trono [Dio] disse: “Ecco, io faccio tutte le cose nuove”. Poi mi disse: “Scrivi, perché queste parole sono veraci e fedeli”. E mi disse ancora: “è fatto! Io sono l’Alfa e l’Omega, il principio e la fine, a chi ha sete darò in dono della fonte dell’acqua della vita. Chi vince erediterà tutte le cose, e io sarò per lui Dio ed egli sarà per me figlio”» (Apocalisse 21:4-6).

 

Apocalisse: Pessimismo, cataclismi, sciagure imponderabili e senza scopo, di fronte alle quali rimaniamo impotenti e allibiti? Assolutamente no, se ci addentriamo nella Parola di Dio, la viviamo, diventiamo e restiamo fedeli al Signore! La Rivelazione che viene data è che chi ama l’Onnipotente, a chi lo ubbidisce e lo segue, conferisce prospettive di speranza e di vera vita che nessun altro può donarci! Grazie, o Signore, per la tua Apocalisse!


«… e vieni in una grotta…»? 

Il presepe, Gesù bambino nella grotta. Chi può togliere questa rappresentazione (celebrata anche da un famoso canto natalizio) dall’immaginario popolare, dopo tanti secoli? Già dal secondo secolo d.C., d’altronde, Giustino Martire mise in campo l’ipotesi che il Signore fosse nato in una spelonca; tale ipotesi fu poi sostenuta ad intervalli anche da celebri scrittori cristiani come Eusebio e Girolamo nei secoli immediatamente successivi. C’è da dire, però, che altri (altrettanto celebri), come ad esempio Cipriano e Niceforo, sostenevano la tesi secondo cui Gesù era nato in un edificio costruito da uomini (anche perché di quella eventuale grotta l’evangelista Luca, pur prodigo di particolari nel capitolo 2 del Vangelo da lui scritto, non ne parla). La famiglia di Gesù giunse ad uno stabile nel quale si ospitavano coloro che erano in viaggio verso Gerusalemme e non trovò posto negli spazi preparati per le persone; annesse a questi stabili (praticamente caravanserragli, luoghi recintati protetti da tettoie dove si ricoverano le carovane per la notte o il riposo) vi erano stalle per accogliere il bestiame dei viaggiatori, e in tali stalle, in caso di sovraffollamento, potevano trovare accoglienza anche i proprietari di tali animali, ed ecco il motivo per cui Gesù, appena nato, fu posto in una mangiatoia. Assolutamente improponibile, poi, è che Gesù posa essere nato nella grotta sotterranea, sottostante la cosiddetta chiesa della Natività a Betlemme (meta di tanti pellegrinaggi), nella quale non si sarebbe potuto accedere se non dall’alto (con cammelli, asini, ecc..!).


 

“Settimo”o “terzo” cielo?

“Essere al settimo cielo”, nel parlare comune, è una espressione usata per esprimere il raggiungimento di una immensa gioia, di uno straordinario stato di soddisfazione. Molti, oggi, credono che tale modo di dire derivi dalla Bibbia, e in particolare dalla religione cristiana, ma non è così. In realtà, l’espressione trova fondamento nell’antico sistema planetario aristotelico-tolemaico, secondo il quale la volta celeste era divisa in cieli e il settimo di essi costituiva l'ultima sfera alla quale gli esseri umani potevano accedere, poiché al di là di essa si entrava nell’ambito dell'eterno e del divino. Gli Ebrei dei tempi biblici ritenevano invece che il cosmo fosse diviso in tre strati, essendo il terzo quello ove dimorano con Dio i salvati, i redenti (la tradizione rabbinica e la mistica ebraica hanno ipotizzato una pluralità di cieli – 2, 3, 5, 7, 10… –, ma comunque sempre ripartiti in tre grandi “settori”; si tratta, in ogni caso, di esagerate congetture umane che non trovano corrispondenza nel testo biblico). In quest’ottica, va compreso quanto scritto dall’Apostolo Paolo, Ebreo convertitosi al Cristianesimo, nella Seconda Lettera ai Corinzi (12:2-3), ove parla del «terzo cielo» (definendolo anche Paradiso) per cercare di esprimere in termini umani la massima ascesa e vicinanza rispetto alle sublimi realtà divine, la meta oltre la quale non ve ne possono essere altre, la suprema beatitudine. Si noti bene, ora: mentre il “settimo cielo” della cosmologia aristotelico-tolemaica conduce solo fino alla soglia del divino, il “terzo cielo” del Vangelo (che – grazie a Dio – i veri cristiani raggiungeranno al termine di questa vita terrena) fa vivere con l’Onnipotente in eterno, laddove il Padre celeste è «tutto in tutti» (1Corinzi 15:28). Solo se saremo fedeli al Signore potremo dire un giorno: «Sono al terzo cielo»! I “settimi cieli” delle glorie e delle felicità terrene, per un cristiano, sono un nulla rispetto alla gloria di Dio, e nessun “settimo cielo” di questo mondo fa fare un solo passo avanti verso la felicità eterna.


Il perdono

«Se tuo fratello pecca contro di te, riprendilo; e se si pente, perdonagli» (Luca 17:3). Che cosa c’entra questa frase di Gesù coi “luoghi comuni” che contestiamo in questa sezione del nostro sito? C’entra, eccome! Non è forse un’idea largamente diffusa quella secondo la quale per essere veri Cristiani si deve perdonare chi ci ha fatto un torto, a prescindere da come costui si comporti dopo il torto stesso? Secondo questo passo biblico, però, e secondo l’insegnamento complessivo della Sacra Scrittura (potremmo infatti citare molti altri passi e contesti biblici in proposito), le cose non stanno proprio così. Gesù dice: «SE SI PENTE». È vero, certo, che il Cristiano deve essere sempre disposto al perdono, deve avere già il perdono nel proprio cuore, vincendo l’odio e la rivalsa a prescindere dai comportamenti dell’offensore; ma il perdono, per essere efficace nei confronti del peccatore, implica che quest’ultimo si penta. Infatti, Gesù dice di invitare al ravvedimento colui che si deve ravvedere («RIPRENDILO»), altrimenti non potrà essere perdonato e non potrà avere rimessi i suoi peccati. Questo, d’altronde, è lo stesso comportamento che Dio tiene con gli uomini: Egli è sempre disposto a perdonare, ma di fatto lo fa solo dinnanzi al concreto, visibile e fattivo ravvedimento dei peccatori. Attraverso il grande profeta Giovanni Battista, ad esempio, l’Onnipotente ci dice: «Fate frutti degni del ravvedimento», ed è per questo che battesimo predicato da Giovanni era «un battesimo di ravvedimento per il perdono dei peccati», al pari del battesimo in Cristo (Luca 3:3.8, 24:47; Atti degli Apostoli 2:38). Quando pecchiamo, se vogliamo essere perdonati da Dio e dagli uomini, e dunque se vogliamo che il nostro peccato sia cancellato, dobbiamo prima pentirci e dimostrare il nostro pentimento. Dall’altra parte, per perdonare il nostro prossimo che ha peccato contro di noi dobbiamo invitarlo al pentimento.


Satana e l’Inferno

 È idea diffusa che Satana, attualmente, sia nell’Inferno, anzi ne sia quasi il proprietario, lo gestisca, torturi chi ne fa parte, ne apra e ne chiuda le porte. Anche un’opera letteraria “immortale” come la Divina Commedia avvalora questo pensiero. Recentemente, poi, diverse pubblicità televisive hanno confermato il luogo comune, raffigurando Satana e i suoi diavoli nell’Inferno e alle porte dello stesso. Ma non è così. La Bibbia dice che solo alla fine dei tempi Satana «sarà gettato nello stagno di fuoco e di zolfo [questa è una delle espressioni bibliche con cui si indica l’Inferno]» (Apocalisse 20:10). Satana sarà definitivamente punito nell’Ultimo Giorno, e, così come non è attualmente il padrone dell’Inferno, non lo sarà mai. Sia lui che i suoi demoni non vengono mandati nello Stagno di fuoco per averne il controllo, per comandare, bensì per essere puniti e tormentati assieme a tutti quelli che non saranno salvati da Cristo. Parlando del Giudizio finale, Gesù ha affermato che dirà ai dannati: «Andate via da me, maledetti, nel fuoco eterno che è stato preparato per il diavolo e per i suoi angeli [ossia i demoni]» (Matteo 25:41). Ma dov’è Satana adesso, allora? Benché già irrevocabilmente destinato alla perdizione eterna, egli può ancora aggirarsi fra cieli e terra tentando, seducendo, creando confusione, allontanando da Dio gli uomini che non amano la Verità del Vangelo (leggere Efesini 2:2, 6:11-12; 2Tessalonicesi 2:7-10; 1Pietro 5:8). Lo stagno di fuoco (del quale Gesù ha parlato anche in altri passi evangelici: ad esempio, Matteo 22:13; Marco 9:48) attende Satana, i demoni e tutti quelli che durante la vita terrena non decidono di seguire Cristo per mezzo del suo Evangelo. Nel frattempo, le anime di coloro che sono fisicamente morti attendono la Risurrezione finale dell’umanità e il conseguente giorno del Giudizio, per andare alla loro definitiva destinazione: o in cielo, o nelle tenebre della condanna: «E questi [i dannati] andranno nelle pene eterne, e i giusti nella vita eterna» (Matteo 25:46). Vogliamo vivere in eterno felici con Dio e con i giusti di tutti i tempi, oppure eternamente tormentati assieme a chi si è fatto trasportare da false dottrine, immoralità e… luoghi comuni, finendo con Satana? Lo sappiamo, queste sembrano oggi ai più assurdità, cose quasi irreali. E invece, e proprio di questo che parla il Vangelo!


I Magi d’Oriente

Sembrerà strano, ma i Magi non erano necessariamente tre. La Bibbia non ne specifica il numero, e quindi ogni tentativo in questo senso (nel corso dei secoli s’è ipotizzato anche 2, 4 , 6 o addirittura 12) non può che risultare vano. Anche i nomi popolari di Gaspare, Melchiorre e Baldassarre sono frutto dell’immaginazione umana. Essi, inoltre, non erano Re, bensì sapienti, saggi, consiglieri dei re, dediti a studi astronomici e probabilmente anche sacerdoti (come sostiene lo storico antico Erodoto), provenienti dall’Oriente (difficile, però, dire con certezza se da Babilonia, dalla Persia o dall’Arabia dei Nabatei, che si estendeva fino a Damasco). Né la Sacra Scrittura dice che la stella che li condusse fosse una cometa (anche in questo caso, si tratta di pura speculazione derivante dalla curiosità e dal tentativo di costruire favole attorno all’essenziale nucleo storico affidabile che la Sacra Scrittura ci presenta: si leggano le uniche attendibili informazioni, quelle del Vangelo di Matteo 2:1-11). I testi sacri non hanno come obiettivo quello di fornirci curiosità e dati superflui, bensì, in questo caso, di dare notizia del fatto che mentre Gesù era neonato già si ebbe un’anticipazione della grande realtà anticipata dai profeti: ossia che il Cristo sarebbe stato "luce delle nazioni" e che tutti i popoli, "fino alle estremità della terra", lo avrebbero adorato (Isaia 42:6 e 49:6; Salmo 72:8-11; vedi anche Isaia 60:60 ecc.). Ancora una volta, domandiamoci: quante cose della Parola di Dio (e soprattutto quante cose che per la nostra salvezza sono anche ben più rilevanti e decisive di questa) conosciamo in modo distorto, tradizionale, superficiale?


Il bue e l’asinello

Il presepio (dal latino praesepe, "recinto chiuso"), viene presentato come la rappresentazione plastica (a volte, però, lo si fa con persone e animali veri) della nascita di Gesù, secondo i racconti evangelici, e dell’adorazione dei Magi (per quanto riguarda i Magi, vedi sopra). Il primo presepe risale a Francesco d’Assisi (Greccio, notte di Natale del 1223): si tratta quindi di una tradizione di molto posteriore rispetto al tempo di Gesù e degli apostoli e non vi è nel Nuovo Testamento alcun comandamento o esempio che la possa legittimare (e lo stesso vale per il Natale). Tutti siamo da sempre abituati a vedere, nel presepe, il bue e l’asinello, e forse saremo sorpresi di sapere che non si fa cenno di essi nel Vangelo. Gesù bambino, fasciato, fu sì coricato in una mangiatoia, poiché la sua famiglia non trovò posto in albergo (Luca 2:6.12.16); ma se in quel frangente vi fossero animali, e quale tipo di animali, e quanti, il Vangelo non ce lo dice. Ancora una volta, invece di inventare iconografie e situazioni che stimolano facili quanto sterili sentimentalismi, sarebbe bene attenersi alle Sacre Scritture, coglierne i veri significati e viverli.


Bibbia e Vangelo

Molto spesso, quando parliamo della Parola di Dio con la gente, ci accorgiamo che la maggioranza crede che i Vangeli siano una cosa, la Bibbia un’altra. La Bibbia ha inoltre la fama di essere un libro non solo molto antico ma anche piuttosto strano, spesso incomprensibile, appartenente a un mondo che ormai non ha pressoché più nulla da dirci; si crede inoltre (facciamo sempre riferimento alla grande maggioranza della gente, non a tutti) che chi la legge e la studia debba essere o un grande specialista (non una persona comune, quindi) o una persona un po’ strana, con qualche "problema". Minore diffidenza circonda i Vangeli, che vengono visti come il nucleo fondante del messaggio cristiano, più comprensibile, in qualche modo ancora attuale, comunque parte del nostro orizzonte mentale e culturale (anche se poi è rarissimo trovare qualcuno che li conosca in modo dignitoso). Chi scrive queste righe, d’altronde, aveva questa stessa idea prima di mettersi a leggere per la prima volta la Bibbia, anni fa. Quando andai in libreria e ne comprai una versione, mi accorsi con stupore che conteneva i quattro Vangeli (Matteo, Marco, Luca, Giovanni) e pensai di aver sbagliato libro! In realtà, capii in seguito che è praticamente impossibile avere una chiara comprensione del messaggio evangelico al di fuori di un serio inquadramento biblico complessivo. Numerosissimi contesti dei Vangeli possono essere ben intesi solo facendo riferimento all’intero piano di redenzione di Dio, che si snoda dal primo libro biblico (Genesi) fino all’ultimo dell’Antico Testamento (quello del profeta Malachia). Inoltre, i Vangeli, senza gli altri libri del Nuovo Testamento che li seguono (Atti degli Apostoli, Lettere apostoliche e Apocalisse di Giovanni), sono come un lavoro lasciato a metà. Insomma, senza il prima e il dopo dei Vangeli, non si può mai dire di averli mai veramente conosciuti! Pensiamoci bene…


Gli "anni di Cristo"

33? Gli anni di Cristo, naturale! Ma siamo proprio sicuri che Gesù sia morto a quell’età? In realtà, la Bibbia afferma che "Gesù aveva circa trent’anni" quando fu battezzato da Giovanni Battista (si legga Luca 3:23); tale espressione, anche oggi ma soprattutto nel modo d’esprimersi del tempo, può anche voler dire che, ad esempio, ne aveva 28 oppure 32. In aggiunta, non è per nulla sicuro che siano passati esattamente tre anni dal suo battesimo alla crocifissione (può essere un tempo più lungo o più breve). In sintesi, quando il Signore morì poteva avere, sempre come esempio, 31 o 35 anni. Ancora una volta, la Bibbia ci sorprende: non ci dà particolari precisi quando questi non servono e non soddisfa le nostre umane ma inutili curiosità. Il nostro dovere è sempre quello di non costruire luoghi comuni inutili, e spesso dannosi, intorno al semplice e lineare messaggio della Sacra Scrittura.


Fate (o non fate?) agli altri…

La stragrande maggioranza della persone ritiene che uno dei più famosi detti di Gesù suoni così: Non fate agli altri ciò che non vorreste fosse fatto a voi stessi. Si tratta senz’altro di un elevato principio (enunciato da antichi saggi prima di Cristo), ma il Vangelo, in realtà, ha apportato una novità enorme: "Come volete che gli uomini facciano a voi, così fate a loro" (Luca 6:31), oppure, secondo la versione di Matteo 7:12: "Tutte le cose dunque che voi volete che gli uomini vi facciano, fatele anche voi a loro". In pratica, allora: Fate agli altri quello che vorreste fosse fatto a voi stessi. Quest’ultimo principio comprende quello enunciato all’inizio, ma lo supera di gran lunga: non si tratta, infatti, di astensione (evitare di nuocere), bensì di azione, opera, sforzo positivo verso il prossimo. Forse non è un caso se, nella coscienza collettiva, ciò è stato in qualche modo obliterato, messo da parte. Dal Vangelo è facile capire, infatti, che non basta "non fare del male" per essere graditi a Dio (sempre a patto che davvero ci riusciamo, perché già questo non è così semplice), ma bisogna concretamente prodigarsi, attivarsi, impegnarsi, donarsi per il Regno di Dio: è proprio ciò che gli uomini, in genere, cercano di evitare, abituati come sono ad una religiosità di comodo.


La mela e le lenticchie

Chissà perché, praticamente tutti credono che il frutto proibito nel giardino dell’Eden fosse una mela e che nel piatto tanto desiderato da Esaù vi fossero lenticchie. In realtà, la Bibbia parla semplicemente e genericamente di un frutto nel primo caso e di legumi nel secondo. Si dirà che non si tratta di questioni poi così importanti. D’accordo, questi due particolari non cambiano molto riguardo alle vicende in cui sono inseriti, però, trattandosi di credenze molto popolari, ci aiutano a riflettere: come mai, in questi come in tanti altri casi, si diffondono così facilmente e largamente luoghi comuni che si crede appartengano alle Sacre Scritture, mentre sono solo frutto di fantasia umana? Ciò, lo ripetiamo, avviene anche per molte altre parti della Bibbia e per argomenti di ben diverso peso (che vi invitiamo a scoprire). E come mai, ancora, tutti sanno della mela e delle lenticchie, ma quasi nessuno sa bene quale sia il vero significato delle narrazioni bibliche relative agli eventi in cui quei due particolari sono inseriti? E perché moltissimi usano la genericissima e distorta conoscenza che possiedono delle Sacre Scritture solo per barzellette, giochi, detti popolari, pubblicità e via discorrendo? Riflettiamo, riflettiamo su quanto oramai la nostra società sia immensamente distante dalla Parola di Dio, pur disponendo di Bibbie a volontà, come mai prima era capitato nella storia umana!