...allora
il Cristianesimo
non
fa per te!
Per introdurre l’argomento
prendiamo spunto da un contesto lontano (circa 1000 a.C.) tratto dall’Antico
Testamento (e precisamente dal secondo libro di Samuele), ancora ricco
d’insegnamenti per tutti noi oggi.
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Un giorno il re del popolo
di Dio, il re d’Israele Davide, commise un grave peccato. Come segno di
riparazione, gli fu detto dal profeta Gad che doveva costruire un altare
per Dio nell’aia che apparteneva ad un certo Araunah, e là sacrificare
(cfr. 2Samuele 24:15ss.).
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Araunah, incontrato Davide,
voleva regalargli l’aia e mettergli gratuitamente a disposizione quanto
necessitava (buoi, legna) per il sacrificio da compiere sull’altare; ma
Davide gli disse: "No, io comprerò da
te queste cose al prezzo che costano, e non offrirò all’Eterno,
il mio Dio, olocausti [ossia sacrifici in cui veniva bruciato
quanto era dato in offerta sull’altare]
che
non mi costino nulla". Così Davide acquistò
al giusto e non irrisorio prezzo quanto gli serviva per obbedire al comando
datogli da Dio tramite il profeta.
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Impariamo da questo (come
da tanti altri episodi della Bibbia) che la vera
religiosità ha sempre un costo, un prezzo, innanzi tutto
e sopra tutto in termini spirituali.
Dobbiamo fare quel che Dio ci dice di fare – né di più né
di meno – e farlo impiegando a tal fine le nostre energie e, quando occorre,
le nostre sostanze. Un atto che non ci costa nulla o quasi, che non
implica da parte nostra alcuno sforzo, che senso potrebbe mai avere?
Non che si pensi in tal modo di "acquistarsi" la benevolenza di Dio e la
sua salvezza, sia chiaro: Dio salva in virtù di un atto di grazia,
che resta sempre un dono generoso e gratuito da parte sua e immeritato
da parte nostra. Ma ciò non significa che i favori di Dio siano
così a buon mercato come molti vorrebbero!
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Non è stata forse
la redenzione di Cristo un dono per gli uomini che Dio ha pagato a carissimo
prezzo? Leggiamo: "Poiché il Figlio dell’uomo [Cristo] non
è venuto per essere servito, ma per servire e per dare
la sua vita come prezzo di riscatto per molti" (Vangelo
di Marco 10:45). E disse l’apostolo Paolo ai cristiani di Corinto: "Infatti
siete
stati riscattati a caro prezzo, glorificate dunque Dio nel vostro
corpo e nel vostro spirito, che appartengono a Dio" (1Corinzi 6:20).
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Gesù,
per farci ottenere la grazia di Dio, ha dato la sua vita fra orribili sofferenze
sulla croce: qual è la nostra
risposta, se di tale sacrificio vogliamo davvero usufruire?Non
ci basta certo una facciata "religiosa" di convenienza e da parata,
né può essere sufficiente l’osservanza di qualche momento
considerato sacro nel corso dell’anno, né un generale buon
comportamento nella nostra vita quotidiana, né, tanto meno, il seguire
senza mai porci serie domande le usanze più comunemente accettate
nella nostra famiglia o nel paese in cui viviamo…
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"Così dunque,
ognuno di voi che non rinunzia a tutto quello che ha, non può essere
mio discepolo" (Vangelo di Luca 14:33). Questo passo non significa
che dobbiamo spogliarci immediatamente di tutto per fare seriamente i cristiani,
ma senz’altro che dobbiamo comunque essere – al limite – anche disposti
a farlo, iniziando dalle più "piccole" scelte d’ogni giorno, e che
dobbiamo stabilire sempre la giusta priorità: "Cercate prima
il regno di Dio e la sua giustizia" (Vangelo di Matteo 6:33).
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Per questo motivo il Signore
ha invitato a contare il costo di essere suoi veri discepoli: invitiamo
i Visitatori di questo sito a leggere le due similitudini fatte da Gesù
e comprese fra i versetti 28-32 del capitolo 14 del Vangelo di Luca, introdotte
da ben noti passi: "Se uno viene a me e non odia suo padre e sua madre,
moglie e figli, fratelli e sorelle, e perfino la sua stessa vita, non può
essere mio discepolo. E chiunque non porta la sua croce e mi segue, non
può essere mio discepolo" (Luca 14:26-27).
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Se
divenire cristiani autentici (non secondo le tradizioni umane,
bensì secondo il Vangelo), ci dovesse causare
anche qualche problema nei luoghi dei nostri più cari affetti,
o del lavoro, o in generale della società, dovremmo essere pronti
a soffrire per il Signore e a non cedere mai, a mettere la nostra fedeltà
a Dio sempre al primo posto, costi quel che costi.
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Diventare e rimanere cristiani
secondo il Nuovo Testamento significa intraprendere una dura lotta con
se stessi (con le proprie passioni, i propri sentimenti, l’egoismo, l’orgoglio,
il materialismo che ci attanaglia) e spesso, in qualche modo, col mondo
che ci circonda: "Beati coloro che sono perseguitati a causa della giustizia,
perché di loro è il regno dei cieli. Beati sarete voi, quando
vi insulteranno e vi perseguiteranno e, mentendo, diranno contro di voi
ogni sorta di male per causa mia. Rallegratevi e giubilate, perché
il vostro premio nei cieli è grande, poiché così hanno
perseguitato i profeti che furono prima di voi" (Vangelo di Matteo
5:10-12). "Ma chiunque mi rinnegherà davanti agli uomini, io
pure lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli.
Non pensate che io sia venuto a mettere pace sulla terra; non sono venuto
a mettervi la pace, ma la spada. Perché io sono venuto a mettere
disaccordo tra figlio e padre, tra figlia e madre, tra nuora e suocera,
e i nemici dell’uomo saranno quelli di casa sua. Chi ama padre o madre
più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più
di me, non è degno di me…" (Matteo10:33-38).
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Non
possiamo offrire a Dio una religione che non ci costi nulla,
una religiosità fatta di avanzi, di scarti del nostro
tempo e della nostra esistenza, di briciole, di formalismi,
tradizionalismi
e pressappochismi; il primo grande comandamento è: "Ama
il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore,
con tutta l’anima tua e con tutta la tua mente"
(Matteo 22:37). Il vero cristianesimo è un coinvolgimento radicale,
totale, senza mezze misure.
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Tutti (o quasi) lavoriamo
e siamo preoccupati per il nostro bilancio familiare, tutti abbiamo equilibri
familiari e sociali da mantenere, tutti abbiamo qualcosa da perdere per
trovare e praticare la fedeltà al Signore; e tutti siamo chiamati
– come esortò a fare l’apostolo Paolo – a presentare i nostri corpi
e le nostre anime "quale sacrificio vivente, santo e accettevole a Dio"
(lettera ai Romani 12:1).
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La
nostra pretesa religiosità non conta nulla se siamo fedeli solo
fino
ad un certo punto: ossia, solo finché ciò
non lede i nostri interessi e il nostro orgoglio, finché non comporta
piccole o grandi persecuzioni familiari o sociali, finché non ci
si chiede di cambiare modo di essere e di comportarci, o di rinunciare
a qualcosa, finché non ci si chiede di essere coerenti fino in fondo...
"Sii
fedele fino alla morte e ti darò la corona della vita", dice
Gesù (Apocalisse 2:10).
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Per concludere, vi invitiamo
a leggere nelle vostre Bibbie anche la parabola del seminatore, contenuta
nel Vangelo di Luca al capitolo 8, dal versetto 4 al 15, e di meditarci
sopra.